16:05 23 Ottobre 2018
President Donald Trump smiles during State of the Union address in the House chamber of the U.S. Capitol to a joint session of Congress Tuesday, Jan. 30, 2018 in Washington

Trump grazia l’Europa, niente dazi ma ora comprate le armi NATO

© AP Photo / Win McNamee/Pool
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Germano Dottori
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Trump sta apparentemente imprimendo un’accelerazione alla sua agenda nel campo della politica internazionale. Nella settimana scorsa sono almeno tre gli elementi degni di nota sui quali occorre soffermarsi.

Il primo è la decisione del Presidente americano di non applicare, per il momento, all'Unione Europea i dazi sull'acciaio e l'alluminio in vigore dal 23 marzo. Il secondo è l'annuncio dell'imposizione ulteriori barriere tariffarie a tutto un insieme di beni di fabbricazione cinese. Il terzo è l'indiscrezione, raccolta dal sito israeliano debkafile, secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero deciso di abbandonare la base turca di Incirlik e quella di al Udeidi, in Qatar.

Dei tre, l'unica vera sorpresa è la cortesia usata da Trump nei confronti dell'Europa comunitaria, alla quale è stata estesa la stessa esenzione già garantita ad Australia, Canada e Messico. Tale scelta è stata verosimilmente dettata dalla volontà di non danneggiare la Nato.

Trump ha infatti esplicitamente fatto riferimento all'inopportunità di colpire in questa fase dei paesi alleati degli Stati Uniti, ai quali tra l'altro si sta anche chiedendo di portare al 2% del Pil le proprie spese militari.

Ciò non vuol dire che la minaccia dei dazi sia stata levata dal tavolo. Al contrario, Trump ha ricordato come gli scambi tra le due sponde dell'Atlantico siano attualmente "unfair", risentendo delle tariffe imposte dall'Ue ai prodotti fabbricati negli Stati Uniti, il cui mercato sarebbe invece aperto senza restrizioni agli europei. L'obiettivo del tycoon, in questo caso, resta sempre quello del riequilibrio della bilancia commerciale americana, che non dovrebbe più essere appesantita dagli oneri di gestione di una politica imperiale inevitabilmente costosa. Agli europei è stato solo concesso del tempo. Trump non ha invece fatto alcun cenno alla Russia, che in assenza di novità è quindi destinata a subire i dazi statunitensi, mentre continua a scontare gli effetti cumulativi di sanzioni ormai entrate nel quinto anno di applicazione e le conseguenze dei bassi prezzi petroliferi imposti dai sauditi fino alla firma degli accordi per il congelamento del programma nucleare iraniano. Con Mosca, il Presidente americano vuol quasi certamente trattare, ma per ragioni di politica interna non può ancora garantire alla Federazione Russa tutto ciò che gli Stati Uniti offrono di norma ai loro alleati formali. Trump è infatti costretto alla prudenza, come provano anche le aspre critiche che hanno recentemente fatto seguito alla sua telefonata di congratulazioni al Presidente Putin per l'ottenuta riconferma.

La notizia dei nuovi dazi contro la Cina non è meno importante, non solo in ragione del loro peso, secondo alcune prime stime non inferiore ai 60 miliardi di dollari, ma soprattutto perché rende sempre più palese l'avversione di Trump nei confronti di Pechino, giacché le nuove misure sono state adottate solo contro le importazioni dalla Repubblica Popolare Cinese. Anche se sono volte al riequilibrio degli scambi commerciali bilaterali, la loro valenza geopolitica non deve pertanto sfuggire. Si tratta in effetti di un principio di embargo strategico, che mira a colpire l'economia del Celeste Impero non solo per tutelare i produttori americani ma per disarticolare i progetti più ambiziosi elaborati dalla dirigenza di Pechino. Agli occhi di Trump, la Cina non sarà, infatti, mai un alleato.

Infine, c'è il mezzo scoop fatto da debka, combinando notizie di fonte araba e turca secondo le quali gli Stati Uniti sarebbero intenzionati a chiudere due tra le loro più importanti basi all'estero: quella che si trova nel grande complesso di Incirlik, in Turchia, e quella che invece si trova in Qatar, ad al-Udeidi. Al momento mancano peraltro le conferme, anche se si sa che gli americani stanno da tempo ridimensionando la loro presenza nell'aeroporto anatolico, mentre dell'opportunità di allontanarsi da Doha si discute anche al Congresso. Qualora le indiscrezioni si consolidassero, si tratterebbe del perfezionamento della svolta annunciata da Trump, che aveva promesso già in campagna elettorale di prendere le distanze dall'Islam politico e da tutti gli Stati che lo sorreggono. Ne trarrebbero particolare vantaggio i sauditi, gli egiziani e gli stessi israeliani. Un relativo indebolimento dell'asse turco-qatariota non dovrebbe riuscire sgradito neanche a Mosca.

Alla luce di questi elementi — e di tanti altri, come la ripresa della corsa agli armamenti, il dossier nord-coreano e la stessa situazione in Siria — non è strano che il Presidente americano e quello russo stiano pensando ad un incontro. Troppi fattori sono in movimento, tanto a livello globale quanto in Medio Oriente, perché non si cerchi un confronto sul da farsi. Capiremo presto che prospettive future ci sono per il dialogo tra Stati Uniti e Federazione Russa.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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acciaio, dazi, Vladimir Putin, Donald Trump, Corea del Nord, Siria, Medio Oriente, UE, Qatar, Russia, Cina, USA
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