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    L’espulsione dei diplomatici russi dall’Italia è giuridicamente illegittima

    CC BY 2.0 / Dmitry Dzhus / Rome
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    Maurizio Marrone
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    La decisione dell’ormai dimissionario governo italiano Gentiloni di espellere due diplomatici russi, in obbedienza alla solidarietà atlantica evocata dal Regno Unito, può essere valutata sotto innumerevoli diversi profili.

    Molti opinionisti hanno già avuto modo di approfondire questa scelta dal punto di vista politico, sottolineandone a ragione l'assoluta infondatezza nel merito, dal momento che il governo britannico non ha fornito alcun elemento probatorio circa qualsivoglia responsabilità russa nell'avvelenamento di Skripal, rifiutandosi anzi di condividere le risultanze investigative con gli "alleati".

    Altri analisti hanno, invece, sviscerato le possibili conseguenze sul piano strategico di un provvedimento così avventato di ostilità diplomatica, di fronte alle future probabili contromisure russe nel quadro di sanzioni e contro-sanzioni economiche legate alla crisi ucraina, già insostenibili per la nostra imprenditoria agricola e manifatturiera con miliardi bruciati ogni anno in esportazioni mancate.

    Nessuno ha invece, finora, affrontato il profilo della legittimità formale dell'espulsione di diplomatici stranieri accreditati nel nostro Paese, imposta da un governo ormai dimissionario, aldilà dell'assoluta inopportunità politica già condannata dai leader nazionali di centrodestra Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

    Eppure la dottrina così come la giurisprudenza parlano chiaro sul significato da attribuire al "disbrigo degli affari correnti", cui sono limitati i poteri di un governo ormai declinato al passato per effetto della consultazione elettorale, come l'Esecutivo Gentiloni.

    Romano Prodi
    © AFP 2018 / ODD ANDERSEN
    Romano Prodi

    Diversi Presidenti del Consiglio, a partire dagli anni '80 (ad esempio, la nota di Fanfani del 5 maggio 1983), hanno ritenuto di perimetrare il significato di "affari correnti", adottando apposite direttive in occasione delle dimissioni. Scelse questa soluzione anche Prodi, con la direttiva del 25 gennaio 2008: nel preambolo si legge che "il Governo rimane impegnato nel disbrigo degli affari correnti, nell'attuazione delle determinazioni già assunte dal Parlamento e nell'adozione degli atti urgenti".

    La magistratura amministrativa si è pronunciata sulla portata vincolante delle direttive in tema di "affari correnti": davanti al Tar della Puglia, infatti, è stata contestata la validità di un provvedimento di revoca di un commissario straordinario, adottato dall'allora ministro Pecoraro Scanio, giudicato non conforme con le previsioni contenute nella direttiva Prodi e conseguentemente annullato (TAR Puglia, Bari, sentenza n. 996 del 22 aprile 2008).

    Anche il Consiglio di Stato ha affermato che il Governo dimissionario ha il potere e il dovere di compiere esclusivamente gli atti necessari per il normale svolgimento della vita amministrativa dello Stato, ovvero la c.d. ordinaria amministrazione (Cons. Stato, Sez. VI, sentenza n. 244 del 29 marzo 1983).

    La dottrina costituzionalistica offre una lettura altrettanto restrittiva dei poteri del Governo dimissionario, parlando di organo "meramente amministrativo", e non più politico. Ma l'intensità della limitazione varierebbe a seconda che il Governo sia stato espressamente sfiduciato in Parlamento (e che, dunque, sia stato accertato il venir meno di una maggioranza parlamentare), oppure che si sia spontaneamente dimesso (come è avvenuto ad esempio per i Governi Berlusconi, Monti, Bersani e Letta).

    Il Governo in prorogatio dopo il rinnovo del Parlamento come l'Esecutivo Gentiloni, privo di una maggioranza parlamentare a suo sostegno, sarebbe invece da assimilare per analogia al Governo sfiduciato, per la sua sopravvenuta inidoneità ad esprimere un indirizzo politico in assenza di una fiducia parlamentare, nemmeno presunta o strettamente numerica.

    Difficile pertanto ricondurre il volontario deterioramento delle relazioni diplomatiche con la superpotenza energetica, economica e militare della Federazione Russa alla banale ordinaria amministrazione statale.

    L'espulsione dei due diplomatici russi va considerata, quindi, indubbiamente illegittima alla luce delle diverse sfumature con cui la magistratura amministrativa di ogni grado ed il mondo accademico hanno affrontato il tema dei poteri attribuibili alla fase contingente del Governo Gentiloni.

    In conclusione, il Consiglio dei Ministri di prossima nomina, una volta conseguita la pienezza dei poteri con l'espressione della fiducia del nuovo Parlamento, potrà legittimamente annullare l'arbitrario e infondato provvedimento di espulsione, sanando questo tipico episodio di incompetenza, se sarà animato dalla volontà politica di deliberare in tal senso.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    espulsione, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Paolo Gentiloni, Sergei Skripal, Russia, Italia
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