01:27 22 Settembre 2018
Palazzo Chigi

Dopo i presidenti delle Camere, governo Lega-M5S?

CC BY 2.0 / Simone Ramella
Opinioni
URL abbreviato
Giulietto Chiesa
2120

Nessuno può scommetterci, nemmeno Di Maio o Salvini. Troppe variabili in gioco, ma quello ch’è certo è che una trattativa già esiste e non solo sottobanco.

C'è anche nelle prime dichiarazioni via twitter in cui Salvini e i suoi (in testa il fedelissimo di Salvini, Giancarlo Giorgetti), fanno l'elenco dei programmi e mostrano fin dove possono muoversi nella prima "mano" dopo la distribuzione delle carte. 

Un'altra cosa immaginabile è che entrambi stanno studiando a fondo il "parco buoi" degli eletti nei collegi uninominali, per vedere chi, e quanti potrebbero essere tentati da un incarico governativo come moneta di scambio per un "traghettamento" da un gruppo all'altro. Che ce ne siano non c'è dubbio. Che ce ne siano abbastanza, invece è assai difficile. A Salvini ne servirebbero di meno. A Di Maio ne mancherebbero molti di più per arrivare a una maggioranza. A Salvini interesserebbero i "piddini" che non amano stare fuori dal potere e che sono molto critici verso la strategia dell'"Aventino" scelta da Renzi e che ha funzionato piuttosto bene nella fase dell'elezione dei presidenti delle due Camere. Ma questa è l'ipotesi numero uno per la Lega, cioè l'ipotesi che l'alleanza di destra non vada in frantumi, definitivamente, dopo il primo, pesantissimo scossone dell'elezione dei presidenti delle Camere, quando un Berlusconi furibondo, scuro in viso, quasi ringhiante, ha dovuto accettare la Alberti Casellati (scelta da Salvini) al posto di Romani, scelto da lui.

L'ipotesi numero uno presuppone, cioè che la destra debba soltanto "allargarsi" inglobando quella trentina di deputati di altre forze che possono essere ammaliati o domati con qualche promessa. È l'ipotesi numero uno perché in tal modo Salvini potrebbe far sapere al Colle che ha un possibile governo in tasca e ottenere così la prima chiamata del Presidente della Repubblica in nome della coalizione vincente. Non a caso il Matteo vincitore ha ricordato sabato che la nomination spetta a lui, come capo ormai indiscutibile della destra, nonostante lo stridìo dei denti di Berlusconi.

L'ipotesi numero due di Salvini è molto più aleatoria, pressochè impossibile. Se la destra si spacca — come gli ha ricordato Renato Brunetta, capogruppo uscente di Forza Italia e talmente arrabbiato che ha già annunciato di non ricandidarsi al ruolo — dove potrebbe andare Salvini, con il suo 17% dei voti alla Lega? "Solo in braccio al Movimento 5 Stelle", cioè in posizione totalmente subalterna a Di Maio, che in tal caso avrebbe tutto lo spazio per chiedere la nomination e il posto di premier.

Brunetta gli ha soffiato sul collo senza pietà: "Io continuo a ripetere che il centrodestra ha leadership plurali. O queste leadership riescono a fare sintesi e allora il centrodestra è forte. Se non riescono a fare sintesi, allora il centrodestra non esiste più".

Avvertimento: se pretendi di essere il leader unico della destra e non tieni conto di noi, cioè di Berlusconi, finirà che non conti nulla. Difficile dargli torto. Ma sarà possibile per Salvini tenere questo equilibrio. Se vuole fare il premier dovrà almeno accontentare Berlusconi. Ma potrebbe non riuscire a raccogliere una maggioranza.

E, se non ci riuscisse, dovrebbe andare a un compromesso con Di Maio nella posizione subalterna che Renato Brunetta gli ha ricordato. Per i 5 Stelle il problema si pone in termini del tutto asimmetrici. Andare all'intesa con tutta la destra gli costerebbe il premierato, perché la destra unita è più forte del M5S. Ma non è solo questo. Il dato che può provocargli parecchi mali di testa è il rapporto con una parte cospicua, anche se non maggioritaria del proprio elettorato. C'è chi calcola in tre milioni e più, su gli undici del suo totale, di elettori, provenienti da sinistra. Un'intesa con la destra tutta intera sarebbe un'alleanza anche con Berlusconi. Certo difficile da spiegare. Magari nell'immediato prevarrebbe l'entusiasmo della vittoria, ma non ci vorrebbe molto tempo perché una parte dell'elettorato ricordasse la brutta parola "inciucio" con cui proprio il 5 Stelle iniziale bollò l'intesa tra il PD e Berlusconi.

In sintesi: una maggioranza 5Stelle-Lega ci sarebbe. Ma, per Salvini, significherebbe rinunciare alla candidatura a premier. Per Di Maio il prezzo da pagare sarebbe addirittura maggiore in termini elettorali. Dunque sarà una settimana difficile per tutti. In primo luogo per Mattarella, che si è preso addirittura undici giorni di tempo per studiare le sue mosse. Gli unici che se ne resteranno fuori, almeno per un certo tempo, sono gli sconfitti del Partito Democratico. Ma le tensioni interne anche tra loro, che sono gli unici sconfitti, stanno crescendo: tra chi vuole mettere il naso tra i vincitori e chi ritiene che sia più utile strategicamente lasciarli sbranare e rischiare, in attesa di tornare alle urne.

Entrambi i vincitori si muovono non solo per trovare la quadratura del cerchio che li vede amici-nemici, ma anche per capire cosa ne sarà di loro in caso di elezioni anticipate. Entrambi tengono le carte coperte, ma entrambi pensano a una legge elettorale con un premio di maggioranza. Quale dovrà essere nessuno lo dice. Entrambi dovranno cercare di usarlo domani contro l'interlocutore di oggi, per annientarlo e prendere tutta la posta. Dunque la futura legge elettorale, sarà l'inevitabile parte del programma di un qualunque governo a breve tra quelli che si possono indovinare. La Terza Repubblica nasce come un buco nero dentro il quale è impossibile guardare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Elezioni: M5S partito più votato, tra le coalizioni guida il Centro Destra
Secondo la Lega flat tax al 15%, basta sanzioni alla Russia
Tags:
italiani, Elezioni politiche 2018 in Italia, governo, Lega, M5S, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Italia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik