10:49 16 Luglio 2018
La bandiera della Polonia

Polonia e democrazia, una relazione difficile

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Mario Sommossa
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Non è la prima volta che i nazionalisti polacchi vogliono che la storia sia scritta secondo quanto piace a loro ma ora arrivano a considerare un reato penale anche il voler ricordare come siano realmente andate le cose.

Tutta la stampa europea si è occupata per un po' (poi se ne e' dimenticata) della sciagurata legge con la quale il Parlamento polacco ha reso punibile con tre anni di carcere chiunque parli di Auschwitz, Treblinka, ecc. quali campi di concentramento "polacchi". Come non bastasse, verrà sottoposto a giudizio anche chi parlerà di complicità polacca con i nazisti nello sterminio degli ebrei. Non e' la prima volta che i nazionalisti polacchi vogliono che la storia sia scritta secondo quanto piace a loro ma ora arrivano a considerare un reato penale anche il voler ricordare come siano realmente andate le cose. 

È ovvio per tutti che quando si parla di campi di sterminio "polacchi" lo si fa in senso geografico, poiché le località in cui furono eretti si trovano esattamente in quel territorio. E', però, altrettanto evidente che l'antisemitismo esisteva in Polonia sia prima, che durante, che dopo l'occupazione tedesca. Non si puo', né si deve, generalizzare e non va dimenticato che nello stesso Yad Vashem di Gerusalemme più di 6000 privati cittadini polacchi siano ricordati come Giusti fra le nazioni. Tuttavia, negare che in Polonia sia stata molto diffusa l'ostilita' contro l'etnia ebraica è smentire i fatti. Un caro amico che è nato e vive in Israele mi raccontò di come la sua famiglia, ebrea-polacca da generazioni, avesse deciso di emigrare verso la Palestina (non ancora Israele) ben prima dell'arrivo dei nazisti e lo fecero proprio perché il clima sociale del luogo ove erano nati diventava ogni giorno più aggressivo verso di loro soltanto perche'ebrei. Anche durante l'occupazione esistettero incontrovertibili fatti di collaborazionismo e furono molti i comuni cittadini che parteciparono entusiasticamente nelle segnalazioni e nelle denunce, magari per potere impossessarsi dei loro beni. Erano polacchi anche i responsabili di alcuni massacri che non videro la presenza di tedeschi, incluso quello di Jedwabne del 1941, nel quale più di 300 ebrei furono rinchiusi in una stalla e bruciati vivi. Anni prima la destra politica polacca era arrivata persino a chiedere esplicitamente che tutti gli ebrei presenti in Polonia fossero espulsi e mandati in Madagascar.

Non si trattava di casi isolati, bensì di sentimenti diffusi anche se certamente non tutti i polacchi li condividevano. D'altronde, anche in altri Paesi europei era comune nei secoli scorsi coltivare idee antisemite. In particolare l'ottocento vide nascere in Europa un'ampia pubblicistica contro gli ebrei e quando Hitler scrisse il Mein Kampf non fu il primo ad accusare i figli di Israele di ogni malefatta. In Italia, almeno nel ‘900, il fenomeno fu molto minore e, nonostante le leggi razziali e fino alla caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943, nessun ebreo fu mai deportato verso i campi di sterminio (non va però dimenticato che i primi "ghetti" furono creati proprio in Italia, a Venezia, all'inizio del ‘500. Seguì Roma e poi altre città europee.)

Che l'antisemitismo fosse un fenomeno europeo gia' prima della guerra non giustifica però in alcun modo cosa successe dopo e non c'e' riscrittura della storia o legge punitiva che possa negarlo. Pochi conoscono cosa successe nella città polacca di Kielce nel luglio 1946 ma vale la pena ricordarlo.

Con l'accusa (rivelatasi poi, ovviamente, del tutto infondata) di aver rapito bambini polacchi per farne sangue utile a produrre pane azimo, una folla di "pacifici" cittadini di quella città si radunò nella zona abitata da ebrei per "farsi giustizia". Anche se l'accusa era di per sé ridicola, la polizia decise una perquisizione delle case sospettate e, naturalmente, non trovò alcuna traccia né di bambini polacchi né del loro presunto sangue. Fregandosene dell'evidenza, la folla mise a soqquadro le case di ebrei e getto' dalla finestra, uccidendolo, uno degli abitanti. Il Responsabile del Comitato Provinciale ebraico chiese subito alle prime avvisaglie l'intervento della polizia che però rifiutò di "intromettersi" adducendo impegni in altre località. Anche il vescovo cattolico della citta', tale Czeslaw Kaczmarek, disse che non poteva farci nulla e lo stesso risposero le truppe russe di stanza in loco. Il pogrom proseguì fino all'intervento dell'esercito che arrivò molte ore più tardi. Nel frattempo, 42 ebrei erano stati uccisi dalla folla, 5 dalla polizia finalmente arrivata (sic!) e 70 gravemente feriti. Seguì un processo che decise la condanna a morte di otto responsabili dell'eccidio e di due poliziotti accusati soltanto di saccheggio e di un "unico" assassinio.

Sarebbe facile pensare che si sia trattato dell'azione di un gruppo isolato di esaltati, accecati da un odio irrazionale se non fosse che, saputa la notizia della condanna degli assalitori, gli operai di una fabbrica tessile della vicina citta' di Lodz indissero addirittura uno sciopero per protestare contro una sentenza che colpiva dei "cittadini polacchi". Anche i poliziotti che non intervennero pur essendo presenti furono assolti da ogni accusa e il loro comandante fu addirittura premiato e promosso per aver "salvato dal pogrom altri ebrei". Non c'e' da stupirsi se si ricorda anche che, sempre nel dopoguerra, il Governo comunista decise che le proprietà private confiscate dai nazisti a cittadini polacchi di religione (o etnia) ebrea, non dovessero essere restituite. Molti ebrei, finita la guerra, furono uccisi per non dover loro restituire qualcosa rubato durante gli anni piu' oscuri. A tutt'oggi, ci sono villaggi in Polonia dove i figli dei figli dei Giusti vengono ostracizzati con l'accusa che i loro nonni hanno aiutato il nemico: gli Ebrei.

Perfino dopo la caduta del comunismo, e cioè nella Polonia che abbiamo accettato come membro dell'Unione, nessuna legge in merito alla dovuta restituzione è mai stata approvata. Quando il problema è stato suscitato da qualcuno, i politici (compreso il Presidente della Repubblica Duda- quello che ha condiviso e contro-firmato la legge "revisionista" di cui si parlava in apertura) rifiutano il concetto di "restituzione" e parlano di eventuale "compensazione per gli ebrei", tra l'altro negandola.

Quanto sia stato, e sia, diffuso l'odio antisemita in molti polacchi è molto ben documentato nel libro scritto da Gabriele Eschenazy e Gabriele Nissim: Ebrei invisibili (2013, Mondadori). Nel volume si citano numerosi episodi d'intolleranza etnica e uno di questi ricorda come durante il cosiddetto '68 polacco (sotto il Governo Gomulka) tutti gli ebrei polacchi fossero accusati di essere quinte colonne del sionismo e molti di loro venissero espulsi dal Paese.

Crediamo fermamente che non tutti i polacchi nostri contemporanei abbiano responsabilità o colpa per i crimini di altri, passati e presenti, ma cancellare la storia con una legge compromette la verità e la comprensione degli eventi e implica anche serie conseguenze politiche.

Questo vale anche per Israele, un altro Stato relativamente recente: la Knesset ha elaborato una legge che intende escludere dai criteri di assegnazione dei finanziamenti statali qualunque organizzazione che rifiuti l'idea di Israele come "Stato ebraico" o che commemori la Naqba (ogni anno il popolo palestinese commemora al-Naqba, la "catastrofe" o "il disastro", cioe' il giorno in cui molti palestinesi sono fuggiti trasformandosi in rifugiati nei Paesi vicini).

In Polonia, il Partito della Legge e della Giustizia, quello oggi al potere, non vede perché dovrebbe accettare la verità della storia e così, il mese scorso, il ministro dell'Istruzione polacco Anna Zalewska, durante un'intervista alla televisione, ha dichiarato che il massacro di Jedbawne nel 1941 era "questione di opinioni". Un sondaggio pubblico a riguardo dei suoi commenti ha rivelato che il 33% dei polacchi era d'accordo con lei.

Che il governo nazionalista di destra sia particolarmente insofferente verso chi non condivide il suo estremismo è confermato da quanto sta succedendo nelle rappresentanze diplomatiche polacche all'estero: tutti i "non allineati" sono in via di sostituzione e al loro posto sono inviati dei "fedeli" alla nuova ideologia dominante.
Quando, anni fa, il Partito Democristiano austriaco fu obbligato dai numeri a far entrare nella maggioranza di Governo i nazionalisti (e antieuropei) locali guidati da Jorg Haider, da Bruxelles partì un linciaggio politico contro quel Paese e qualcuno minacciò perfino l'espulsione dall'Unione. Ciò avvenne nonostante si trattasse, in quella circostanza, di una coalizione in cui l'estrema destra era soltanto minoritaria. Nella Polonia di oggi il Partito antiliberale (e antieuropeo, salvo per ricevere il nostro denaro) di Kaczynski fa il bello e il cattivo tempo e se ne frega di consigli o "avvertimenti" europei, eppure le reazioni dei partner sono timide. Perché questa "prudenza"?

Una volta che un Paese comincia a legiferare per controllare il discorso pubblico, è difficile che si fermi. Inizia con una "diversa" narrazione storica e finisce con la morte della democrazia.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Etnie, politica, Storia, democrazia, Seconda Guerra Mondiale, olocausto, Lech Kaczynski, Polonia
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