09:29 23 Luglio 2018
Basra, Iraq del Sud, 2003

Iraq, a 15 anni dall’ “esportazione della democrazia”

© AP Photo / Tony Nicoletti/Pool
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Tatiana Santi
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Centinaia di migliaia di morti, destabilizzazione e caos totale. Dal 2003 l’Iraq, schiacciato dalla guerra e in balìa dei settarismi interni, è un Paese devastato che oggi si ritrova a far fronte alla minaccia di Daesh, tuttora presente sul territorio. Ebbene, a 15 anni dall’ “esportazione della democrazia”, l’Iraq è libero?

Il 20 marzo del 2003 all'alba iniziava l'invasione dell'Iraq da parte della coalizione internazionale a guida degli Stati Uniti, nel mirino della missione c'era il cattivo dittatore di turno, Saddam Hussein. Le presunte armi di distruzione di massa in mano al governo, ovvero sia il pretesto per dare inizio alla seconda guerra del Golfo, non sono mai state trovate. Tutt'oggi però in Iraq la guerra continua.

Enrico Piovesana
© Foto : Naoki Tomasini
Enrico Piovesana
Ebbene, dopo 15 lunghi anni di guerra il mondo ha felicemente smesso di fare la conta dei morti, ritenendo forse che questo sia il prezzo da pagare per vivere finalmente in una "democrazia". Qual è stato il ruolo dell'Italia nella missione in Iraq e quali sono i costi di questa guerra per le casse del Belpaese? Quanti sono i soldati italiani tuttora presenti in Iraq? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Enrico Piovesana, giornalista e analista dell'Osservatorio sulle spese militari italiane (MIL€X).

— 15 anni fa iniziava l'invasione statunitense dell'Iraq. Fino ad oggi il Paese è in guerra. Enrico Piovesana, che cosa insegnano questi 15 anni?

— È un insegnamento molto triste soprattutto perché è la stessa lezione che viene fuori dopo ogni conflitto prolungato. L'Iraq è un caso di scuola, un conflitto gestito nel peggior modo possibile che, a 15 anni di distanza, ancora presenta problemi invece di soluzioni. Siamo andati in un Paese, dove c'erano sicuramente problemi di carattere politico, ma mai nulla di paragonabile a quello che abbiamo lasciato in eredità ad una generazione di iracheni, abituata a convivere con la guerra, non si sa ancora per quanto tempo.

Abbiamo speso triliardi di dollari per distruggere un Paese, provocando un numero di vittime che nessuno ha più calcolato, ampiamente superiore al milione di morti. Il risultato è un Paese distrutto, devastato, diviso da settarismi, dove c'è una guerra strisciante fra etnie, soprattutto fra sunniti e sciiti. Vi è una situazione politica che nulla ha a che vedere con i famosi propositi di esportazione della democrazia. È una situazione veramente triste, a 15 anni di distanza, triliardi di dollari dopo, centinaia di migliaia di morti dopo, il bilancio è sconfortante e pericoloso, se vediamo gli epigoni di Daesh. Parlo del caos che abbiamo creato e dei mostri che abbiamo svegliato.

— Qual è stato il ruolo dell'Italia nella missione internazionale in Iraq?

— Il ruolo dell'Italia è stato di gregario, come per tutti gli altri alleati trascinati gioco forza in questo conflitto, che non aveva nessuna logica per un Paese come l'Italia con importanti interessi economici ed industriali in Iraq. 15 anni fa, prima della guerra, ho visitato diverse centrali elettriche e varie industrie, i macchinari provenienti dall'Italia erano tantissimi. I tecnici italiani che insegnavano ad usare i macchinari erano molto numerosi. Questo stretto rapporto dopo la guerra è stato spezzato.

Merita ricordare che il nostro Paese non aveva intenzione a fine inverno di 15 anni fa di entrare nel conflitto. Il 15 febbraio del 2003 ci fu la più grande manifestazione pacifista che ci sia mai stata in Italia, milioni di bandiere esposte sui balconi, perfino il governo dell'epoca, con Ciampi presidente della Repubblica e Berlusconi presidente del Consiglio, alla vigilia dell'attacco angloamericano del 20 marzo aveva chiaramente detto che l'Italia non aveva intenzione di entrare nel conflitto. In seguito, su pressioni di Bush e Blair, il governo con l'avvallo dell'Ulivo, cambiò idea, il 15 aprile approvò in Parlamento un massiccio intervento militare che era stato mascherato da missione umanitaria.

— Di che cosa si è trattato in realtà?

— A luglio vi fu l'invio dei primi soldati e poi con l'attacco a novembre del 2003 alla base di Nassiriya ci fu la controffensiva militare italiana: la famosa battaglia dei ponti con centinaia di morti svelò subito qual era la vera faccia di questa guerra. La missione "Antica babilonia" dal 2003 al 2006 è stata una guerra a tutti gli effetti per le forze armate italiane con costi molto elevati, si era arrivati a superare i 3 mila soldati sul terreno e mezzo miliardo di euro all'anno di spese militari.

— Quanto sono costate all'Italia in totale le missioni militari in Iraq?

— Dal 2003 ad oggi il costo complessivo delle missioni è stato di circa 3 miliardi di euro a fronte di una spesa per la cooperazione civile di 400 milioni, abbiamo un rapporto di 1 a 7, che è molto emblematico, della scelta politica fatta dai diversi governi italiani che si sono succeduti dal 2003 al 2018.

Volendo fare una media: parliamo di circa 200 milioni di euro all'anno, circa mezzo milione di euro al giorno. Il costo è stato veramente altissimo per l'Italia, senza tener conto di tutti i costi aggiuntivi che le missioni richiedono: spese legate all'acquisto di mezzi, di armi e spese per l'addestramento. Per non parlare dei costi sanitari, si tratta di costi che rimangono fuori dal calcolo. Nel 2018, nonostante la diminuzione di truppe, avremo un costo ancora abbastanza elevato.

— In misura minore oggi comunque in Iraq sono presenti i soldati italiani e si continua a spendere?

— Sì, per quest'anno sono previsti 277 milioni di euro di spese a fronte dei 334 del 2017. Sempre senza contare tutti i costi aggiuntivi di cui parlavo prima. Il numero di militari arrivati nel 2017 è di 1500, la cifra dovrebbe scendere sotto i 1000, non si capisce ancora quale sarà il numero esatto. Le spese comunque rimarranno elevate, perché ci saranno ancora molti velivoli, elicotteri e droni usati per contrastare le sacche di resistenza dell'Isis, ancora presidenti soprattutto nel Nord dell'Iraq. Le attività di Daesh non vengono più reclamizzate perché si è deciso che l'Isis è stato sconfitto, ma in realtà ci sarà ancora molto da fare per riparare i danni che noi stessi abbiamo creato.

— Lo stesso scenario dell'Iraq l'abbiamo rivisto in Libia. Con la scusa dell'esportazione della democrazia si ripetono disastrosi risultati. Secondo lei perché non si fa altro che ripetere gli stessi errori?

— È una domanda giusta che i politici dovrebbero porsi molto più spesso. O si vuole pensare che chi gestisce queste questioni sia un completo stupido e continui a perseverare in questi errori, oppure evidentemente c'è dell'intenzionalità. Ormai mi sono persuaso del fatto che la teoria del caos controllato risponda a questa domanda. Si vuole destabilizzare in maniera esplicita certi Paesi, che sia l'Iraq di Saddam Hussein o che sia la Libia di Gheddafi. Magari erano degli alleati fantastici prima, si veda la notizia di oggi su Sarkozy che, finanziato dalla Libia, è stato il primo a voler far fuori Gheddafi. Ad un certo punto questi Paesi non sono più stati utili a prescindere dai loro standard di democraticità.

A quel punto questi Stati vengono destabilizzati, perché in quell'area non ci sia più un governo che possa rappresentare un problema per l'Occidente. Avere una situazione di caos permette di gestire un governo locale fantoccio, il Paese sopravvive solo grazie all'occupazione militare straniera o comunque viene tenuto in piedi da chi è intervenuto per distruggerlo. Penso che purtroppo non siano degli errori, ma una strategia molto precisa, quella di creare dei buchi neri da riempire di volta in volta grazie a delle marionette facilmente manovrabili.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Guerra, Conflitto, Democrazia, democrazia, Muhammar Gheddafi, Silvio Berlusconi, Saddam Hussein, Libia, USA, Italia, Iraq
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