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    L'acciaio laminato a freddo prodotto in Russia

    Come interpretare i nuovi dazi americani su acciaio ed alluminio

    © Sputnik . Pavel Lisitsyn
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    Germano Dottori
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    Ha destato grande sensazione nel mondo la decisione del Presidente Trump di imporre dazi sulle importazioni di acciaio ed alluminio negli Stati Uniti, malgrado una svolta in senso protezionistico della politica commerciale americana fosse già stata annunciata dal tycoon durante la campagna elettorale del 2016.

    L'importanza economica delle nuove misure non dovrebbe essere esagerata. I prodotti siderurgici interessati dal provvedimento, dopotutto, coprono appena l'1% delle importazioni complessive degli Stati Uniti. Il timore che si va diffondendo, tuttavia, è che quella di Trump sia solo una prima mossa nella direzione della frammentazione dei mercati globali.

    In realtà, l'introduzione di questi dazi si presta ad almeno due letture diverse e complementari.

    La prima: Trump ha conquistato la Casa Bianca sottraendo al partito democratico il controllo di alcuni Stati che hanno sperimentato negli ultimi venti anni un sensibile declino industriale. Tanto la scelta di uscire dall'accordo globale per la difesa del clima, il cosiddetto Cop 21, quanto la protezione tariffaria dell'industria pesante statunitense paiono funzionali all'esigenza di restituire agli operai americani i posti di lavoro migrati all'estero nell'ultimo quarto di secolo. Non a caso, Trump ha ricordato in un discorso tenuto in questi giorni a Pittsburg come ci sarà presto nuovo lavoro per le cokerie. 

    La generalizzazione di questo approccio ridurrà sicuramente l'efficienza sistemica dell'economia globale — come sottolineano gli economisti di tutte le tendenze — probabilmente provocando anche un rialzo del prezzo delle merci di cui sarà limitata la circolazione. Ma occorre ricordare che le politiche commerciali protezionistiche mirano soprattutto a modificare la divisione internazionale del lavoro, generando capacità produttive a più alto reddito dove non ve ne sono o siano state per qualche ragione compromesse. Nel caso dell'alluminio, sembra che l'intervento sia stato deciso anche per evitare agli Usa la perdita della produzione di un materiale considerato strategico per l'industria aerospaziale militare, già a forte rischio di dipendenza dalle forniture estere. La scelta di Trump s'inserisce quindi perfettamente nel contesto di una generale rivalutazione degli interessi nazionali americani rispetto a quelli globali. 

    Il tycoon aveva promesso di porre un argine al declino del potere d'acquisto dei ceti medio-bassi americani e ora si muove di conseguenza, senza preoccuparsi delle ricadute che le sue iniziative determineranno sui partners e gli alleati degli Stati Uniti. Può farlo, e questo è il secondo aspetto del suo programma, perché non crede che il suo paese debba più mantenere un impero. I deficit commerciali equivalgono in effetti ad altrettanti sussidi e gli Usa li hanno a lungo accettati perché l'apertura del proprio mercato interno era uno strumento che garantiva coesione al loro blocco di alleanze.

    Dato l'impatto relativamente contenuto di questi primi ostacoli al commercio internazionale e considerando anche le esenzioni già accordate all'Australia, al Canada e al Messico, non è da escludere che il Presidente Trump stia anche lanciando dei messaggi di tipo politico. Destinatari sarebbero l'Unione Europea — in particolare, la Germania ed alcuni sui satelliti come Olanda e Lussemburgo — la Cina e la stessa Russia, che in effetti esporta negli Usa significative quantità di acciaio.

    Gli europei stanno cercando di negoziare un'esclusione dal campo di applicazione dei nuovi dazi, anche minacciando ritorsioni che tuttavia potrebbero indurre l'amministrazione Trump a rincarare la dose, se non addirittura a ritirare l'America dall'Organizzazione Mondiale del Commercio. Potrebbero derivarne anche tensioni interne all'Europa comunitaria, specialmente se le contro-ritorsioni americane penalizzassero alcuni partner della Germania che già risentono molto della sua supremazia continentale. Probabilmente, quindi, l'Ue dovrà fare buon viso a cattivo gioco.

    Nei confronti della Cina, è invece evidente il tentativo di convincerne la leadership ad adottare un atteggiamento più cooperativo prima che vengano varate misure più drastiche suscettibili di comprometterne lo sviluppo e quindi la stabilità sociale.

    Le conseguenze dei nuovi dazi sulla Russia, invece, non sono state finora oggetto di alcun commento significativo. Invece, dovrebbero esserlo, dal momento che è in gioco parte della credibilità di un'apertura che Trump ha finora pagato con una campagna mediatica, politica e giudiziaria senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. Sarà quindi interessante osservare se eccezioni totali o parziali all'applicazione delle nuove misure verranno o meno concesse a Mosca.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Sanzioni contro la Russia, dazi, Relazioni Russia-USA, Sanzioni, Economia, Donald Trump, USA, Russia
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