11:21 13 Dicembre 2018
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Mario Sommossa
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Se vedessimo da lontano, diciamo da cento metri, quella magnifica donna che è Monica Bellucci non saremmo certo in grado di apprezzare i bei tratti del suo viso e potremmo confonderla con qualunque altra.

Se invece, per assurdo, gli fossimo talmente vicini e volessimo (qual bizzarria!) guardare la sua pelle attraverso una lente di ingrandimento, l'unica cosa che potremmo notare sarebbero i pori della sua pelle e, anche in questo caso, non riusciremmo a godere di tutta la sua bellezza. 

Non potrei giurare sull'efficacia di quest'esempio ma la distanza da cui si osservano le cose influisce sempre pesantemente sulla comprensione delle stesse. E questo vale anche per la politica internazionale. Se non si frequenta un Paese, l'idea che ne abbiamo corre il rischio di cadere nello stereotipo. Anche quando lo osserviamo troppo dall'interno, però, la nostra lettura risente del nostro esserne parte coinvolta e può succedere che la comprensione delle sue dinamiche sociali e politiche ci appaia diversa da come è in realtà.

Mi è sovvenuta questa riflessione osservando i rapporti con il Medio Oriente degli Stati Uniti e dei suoi intellettuali della politica negli ultimi anni e, in particolare, dopo i terribili fatti dell'11 settembre 2001.

Fino a quel momento, gli americani non si erano mai preoccupati di "capire" il mondo arabo e la pubblicistica dei cosiddetti "specialisti" era limitatissima e tenuta in nessuna considerazione dai politici che man mano si erano succeduti.  La politica si limitava ad assicurarsi che i Governi di quei Paesi restassero docili e rispondessero agli interessi di Washington. Con la caduta dell'URSS e la certezza di essere rimasti l'unica potenza mondiale (la sola preoccupazione in loco riguardava l'Iran, comunque "sorvegliato" dalle basi militari in loco e dalla sua contrapposizione di Iraq e Arabia Saudita) la sensazione di onnipotenza era perfino cresciuta e tale rimase fino all'attacco alle Torri gemelle.

Quegli aerei furono uno shock per tutti gli americani che, immediatamente, cominciarono ad interrogarsi, stupiti, sul perché ciò fosse successo e perché il mondo arabo li odiasse a tal punto.

Chi prima di allora aveva frequentato e scritto di arabi ricevendo qualche attenzione solo dagli accademici fu Bernard Lewis che, comunque, partiva da un radicato preconcetto filo Israele e anti arabo. A lui si riferirono allora i primi commentatori. La sua posizione era chiara: l'Islam è incompatibile con la democrazia e con la modernità. Gli arabi, e i musulmani in genere, cercano solo la distruzione dell'occidente e l'unico modo per fermarli è la guerra.

L'arrivo al potere, con Bush figlio, dei neo-con portò la politica americana a convincersi che quella era la strada giusta da praticarsi per fermare la nascente ondata terroristica. Nessuna riforma economica o sociale sarebbe stata possibile in quelle società, a meno di imporla con la forza. Se non erano in grado di farlo da soli, la democrazia gli sarebbe stata "importata". Ufficialmente, obiettivi divennero quelli che furono chiamati "islamisti radicali" e si dovevano distruggere i Governi che li appoggiavano e anche quelli che solamente li tolleravano. Nonostante fosse evidente che i terroristi fossero in gran maggioranza sauditi, non ci si interrogò sul come e perché proprio da quel Paese provenisse la maggior parte dei fanatici assassini e, per convenienza, si preferì dirottare le ostilità sull'Afghanistan e sull'Iraq.

Mentre verso il primo non c'erano dubbi, il secondo costituiva una alea molto maggiore. Nessuno negli USA, per paura di passare per anti patriottico, volle riconoscere la differenziazione etnica e religiosa del Paese e il fattore unificante che la ferrea dittatura di Saddam Hussein rappresentava. Nessuno si chiese nemmeno perché, nel 1991, Bush padre avesse deciso di non arrivare fino a Baghdad.  La parola d'ordine in quei momento era: distruggiamo definitivamente il terrorismo e "bonifichiamo" il Medio Oriente portando loro la "nostra democrazia".

Quella guerra fu il piu' grande errore del post 2011 e dimostrò che gli USA non avevano una sufficiente comprensione delle dinamiche politiche e sociali di quell'area.

Da allora sono passati circa sedici anni e, oggi, si può affermare con certezza che mai scelta strategico fu piu' stupida: tutti i Paesi musulmani di quella zona del mondo sono diventati piu' pericolosi e instabili e il terrorismo è addirittura peggiorato, passando da Al Qaida all'ISIS e allargando la sua base d'azione.

Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Libano, Libia, Tunisia sono molto piu' frammentati al proprio interno di quanto lo fossero mai stati e in alcuni di loro sono in corso vere e proprie guerre civili. Perfino in Africa sono nati gruppi islamisti radicali che seminano morti e devastazioni anche contro le popolazioni locali. Tra gli alleati tradizionali della zona, l'Arabia Saudita, l'Egitto e la Turchia la fiducia nelle intenzioni e nelle politiche americane sulla regione è fortemente diminuita e la stessa Turchia è in mano a un partito che mostra sempre di piu' una deriva islamista e si fa beffe ogni giorno della sua appartenenza alla Nato.

Per completare il quadro, basta ricordare che per "risolvere" il problema gli Stati Uniti hanno speso circa due trilioni di dollari, hanno avuto 6.550 morti e 50.500 feriti. La partita non è ancora finita e nemmeno lontanamente sono stati raggiunti gli obiettivi che si erano individuati. 

Essendo ora coinvolti così pesantemente in quell'area, e quindi guardando ad essa da molto vicino, ci si sarebbe aspettati che cominciassero a capire un po' di piu' di cosa si muove sotto la superficie di quelle società tanto diverse da quella americana. Sarebbe stato naturale attendersi un cambio di approccio, una migliore comprensione delle dinamiche che alimentano il terrorismo e il crescere dei sentimenti anti occidentali.

Niente!

Gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di aver imparato qualcosa, di essersi adattati a quella realtà, di ripensare la propria politica estera. Al contrario, il nuovo Presidente Trump sta cercando di disfare anche quel poco che aveva tentato il suo predecessore e cioè la rappacificazione con l'Iran. Sposando in pieno le tesi israeliane e saudite, vuole ri-aprire un nuovo fronte e denunciare l'accordo dei 5+1 sul nucleare.

Verrà mai il momento che Washington capirà con un po' di umiltà che il mondo è molto piu' vario e diverso dal panorama che si vede dalle finestre dello Studio Ovale?

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Monica Bellucci, Medio Oriente
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