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    Per essere identitaria la cittadinanza deve contenere in sè qualcosa di privilegiato

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    Mario Sommossa
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    La necessita' che i membri di un qualunque Paese possano trovare una loro identità collettiva è una pulsione umana e, quando tale bisogno non è soddisfatto, gli individui si percepiscono come atomi slegati l'uno dall'altro.

    Qualcuno ricorderà che i vari Giuliano Ferrara o Marcello Pera a un certo punto furono definiti, con loro compiacimento, "atei devoti". Culturalmente parlando, erano figli gli uni del marxismo, gli altri del popperismo, ma tutti finirono col ritrovarsi seguaci di Leo Strauss. Costui fu un filosofo ebreo tedesco che dovette fuggire dalla Germania nazista, trovò rifugio negli Usa e lì arricchì le sue pubblicazioni con interessanti saggi di filosofia politica. A lui si deve aver ridato una certa dignità allo screditato giusnaturalismo e, soprattutto, il suggerimento ai politici, accolto da piu' di quanti lo ammettano, di utilizzare (tra l'altro) la religione come strumento utile a "compattare" le società che si dovevano governare. Ciò che era chiaro per Strauss e per i suoi seguaci era che ogni membro della società, oltre alla propria identità individuale, ha bisogno di sentirsi partecipe a una identità collettiva e la religione, qualunque essa sia, avrebbe potuto offrire un insieme di valori che "unificano". Se questi valori fossero ampiamente condivisi in un gruppo di persone, non ha importanza se essi siano "veri" o "falsi", diventerebbero comunque la base per un senso di "appartenenza". Così almeno pensava Strauss.

    È puntando alla riscoperta di quella possibile identità che perfino gli "atei" o gli "agnostici" si rivolgono alla fede diventando "devoti". In altre parole, pur continuando a pensare che le religioni sono fallaci, ne sposano i valori (o almeno fingono di farlo) per un fine "sociale". Quel che conta è la proposta sia credibile, per motivi storici o culturali, e che la si possa utilizzare come fattore unificante della società che si vuole "uniformare".

    La necessita' che i membri di un qualunque Paese possano trovare una loro identità collettiva è una pulsione umana e, quando tale bisogno non è soddisfatto, gli individui si percepiscono come atomi slegati l'uno dall'altro. Nasce allora lo "spaesamento", aumentano le conflittualità, lo Stato stesso viene percepito come estraneo e ognuno pensa solo per sé senza curarsi del "bene comune". È per questo bisogno di identità che è così difficile accettare i "diversi". Questi ultimi negano, anche senza volerlo, la nostra idea di essere, in qualche modo, una comunità. Spesso, uno dei fattori unificanti è la lingua parlata ed è per questo motivo che tutti i nazionalismi vogliono evitare che si parlino lingue diverse nello stesso territorio. In molti Paesi in anni recenti si è arrivati ad accettare il multilinguismo ma, sotto sotto, esiste sente sempre una reciproca diffidenza tra gruppi che si esprimono in idiomi diversi. La riscoperta dei dialetti, ove perseguita, ha proprio lo scopo di riscoprire un fattore identitario comune, in modo da esaltare la differenza con gli "altri".

    La globalizzazione, con l'aver facilitato, (e addirittura favorito) il frequente contatto con culture diverse in spazi e tempi limitati ha contribuito a dissolvere i sentimenti di appartenenza.

    Purtroppo per le proposte di Strauss e dei suoi seguaci, l'idea della religione come fattore identitario viene smentito nei fatti e nell'attuale diritto. L'evoluzione intellettuale degli ultimi secoli ci ha portato a superare la regola del "cuius regio, eius religio" adottata nella Pace di Vestfalia del 1648. Infatti, ogni Stato moderno è laico ed ammette come inalienabile diritto di ogni cittadino la libertà di scegliersi la fede che piu' aggrada. Anche la nostra Costituzione lo afferma decisamente e perfino Monaco, l'ultimo Stato d'Europa a rinunciare ad una Religione di Stato, si è laicizzato.

    Dove trovare allora il fattore unificante per una società? Quale l'identità condivisa cui possiamo riferirci? La risposta che potremmo darci è, invero, semplicissima, laica e a portata di mano: il principio di cittadinanza. Cioè: accettare che la nostra identità collettiva si trovi nell'essere cittadini dello stesso Stato. Questo e non altri, su questo territorio, con queste leggi, con queste caratteristiche culturali, con queste procedure di partecipazione alla vita comune, politica e sociale.

    È però evidente che, per poter trasformare la cittadinanza in qualcosa di "identitario", essa deve contenere in sé qualcosa di privilegiato. Deve, in altre parole, essere una prerogativa che si conquista attraverso precise procedure e che contiene in sé qualcosa di prezioso. Non può appartenere a chiunque, deve poter costituire una differenza tra chi è "cittadino" e chi non lo è. Se così non fosse, non avrebbe alcun valore e non creerebbe un segno distintivo di appartenenza.

    Nei Paesi a scarsa densità di popolazione e di recente costituzione è stato naturale che, per facilitare l'assimilazione, si attribuisse alla nascita in loco la ragione sufficiente per acquisirla (vedi ad es. USA e Sud America). Era, per loro, necessario favorire nuova immigrazione ed era altrettanto indispensabile che si costituisse una comunità alternativa alla preesistente. Ciò è avvenuto soprattutto ove si "doveva" scalzare una popolazione stanziatasi in quei luoghi precedentemente. Era utile, allora, assimilare velocemente i nuovi arrivati che, d'altronde, condividevano anch'essi il desiderio di sostituirsi agli autoctoni. Ovviamente questi ultimi, resisi conto (dopo un po') delle vere intenzioni degli "stranieri", cercarono di reagire e di opporsi all'invasione ma conosciamo ciò che successe: uno sterminio, con conseguente asservimento dei sopravvissuti. Diversamente, nei luoghi ove la storia e la cultura avevano già ben radicato e, per di piu', la densità di popolazione è sempre stata alta in confronto ai Paesi vicini, si è preferito puntare sul diritto di sangue: il famoso "jus sanguinis". In entrambe le situazioni, comunque, si è cercato proprio attraverso l'acquisizione della cittadinanza di creare un comune senso di appartenenza.

    La scelta di una soluzione o un'altra è sempre stata, dunque, utilitaristica e non motivata da ragioni etiche.

    Nella società europee attuali il valore attribuito alla cittadinanza si è andato, purtroppo, annacquando con l'estendere i diritti che solitamente appartenevano ai "cittadini" a chiunque si trovasse sul territorio. Lo si vede ogni giorno nelle assegnazioni di unità abitative "popolari", nell'assistenza sanitaria, negli interventi pubblici verso i bisognosi. Viene allora spontaneo domandarsi che differenza fa essere "cittadini" oppure no. A volte, addirittura, lo "straniero" gode di privilegi perfino superiori a chi è "cittadino", con conseguente senso di frustrazione per gli autoctoni. Se il mio Stato non mi privilegia, se addirittura rinuncia a imporre agli stranieri le stesse leggi che invece impone a me, se non è nemmeno in grado di controllare le frontiere, o se decide che diventerà "italiano" (ma vale anche per altri Stati europei) chiunque si trovi sul "mio" territorio (magari essendo figlio di chi era entrato abusivamente), come e perché' dovrò io continuare a sentirmi parte di questa "comunità'"? Le Costituzioni europee consentono di praticare la religione che piu' ci aggrada e la lingua non è piu' obbligatoriamente una sola. Se perdiamo anche il privilegio una volta connesso alla cittadinanza cosa resta per farci sentire "un popolo"? Se l'identità collettiva diventa un'araba fenice, dove troviamo i motivi per rinunciare agli egoismi personali a favore del "bene comune"?

    In questo vuoto, e nel bisogno che comunque permane, si spiega il successo di slogan come "America first" o di "Prima gli italiani". E si spiega la rinascita dei "sovranismi".

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    privilegi, cittadinanza, religione, idea nazionale, Elezioni politiche 2018 in Italia, America Latina, Germania, Europa, Italia, USA
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