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    Una migrante in Sicilia

    10 regole per vivere felici con le “risorse”

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    Mario Sommossa
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    Pochi giorni fa, il candidato Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha suscitato un mare di critiche per aver detto che contrastare l’immigrazione èindispensabile se vogliamo salvaguardare la nostra “razza”.

    Di là da polemiche strumentali, sempre presenti nelle campagne elettorali, era ovvio per tutti che la parola usata, "razza", era un modo improprio per parlare di "cultura" e che questo era il vero senso del discorso del Fontana.

    In realtà, ogni incontro di abitudini e di culture diverse puo' diventare, a secondo delle circostanze e degli spazi e dei numeri coinvolti, o un reciproco arricchimento o una fonte di conflittualità. I "buonisti" a priori continuano a sostenere che l'accoglienza è un dovere e che i nuovi arrivi, indipendentemente dal numero o dalle loro caratteristiche, siano soltanto positivi. Naturalmente, c'e' chi sostiene esattamente il contrario e invoca una maggiore rigidità nell'accettarli ed espulsioni in gran quantità.

    Ci riserviamo per il futuro un'approfondita analisi del fenomeno e delle sue conseguenze per l'Italia, sia sotto l'aspetto economico che sociale. Per ora, a dimostrazione che il tema è molto caldo e necessita di obiettività nell'affrontarlo, un gruppo di politici e intellettuali italiani e francesi ha redatto un "Decalogo di Roma" che cerca di fissare alcuni punti irrinunciabili per ogni società o Paese che si trovi davanti a migliaia d'immigrati in arrivo in poco tempo.

    Il Decalogo, avendo coscienza che i flussi migratori in corso sono una realtà ineluttabile, fissa dei paletti irrinunciabili da applicare per salvaguardare le radici della nostra civiltà e dei valori intrinsechi che, più o meno consciamente, ci portiamo dentro.

    Che non si tratti solo della solita raccolta di firme destinate a gratificare i firmatari e scomparire subito dopo, sembra confermato dal fatto che i lanciatori dell'idea, dopo la pubblicazione del documento, hanno voluto continuare ad approfondire il problema organizzando tavole rotonde, dibattiti e riflessioni sul tema. L'intento è di smetterla con le demagogie di ogni colore e studiare come conciliare la presenza di un certo numero di "estranei" con la possibilità di mantenere la nostra identità.

    Il documento fu stilato già nell'ottobre scorso e, a partire da quel momento, in Francia si è cominciato a discutere sui temi che sollevava. Nel dibattito, in verità non nuovo, il primo incontro si è tenuto presso la sede della Commissione Europea ed è stato organizzato dall'Institut Prospective et Securité en Europe. A novembre l'intellettuale Charles Delsot ne ha scritto su Le Figaro, la Fondazione Robert Schuman ha pubblicato il rapporto "Le modeles d'integration en Europe" e altri politici e intellettuali francesi hanno continuato a discutere i temi suggeriti dal Decalogo.

    Anche in Italia non si è voluto essere da meno e il quotidiano L'Opinione diretto da Arturo Diaconale ha organizzato a Roma un convegno presso una sala del Senato della Repubblica. Vi hanno partecipato Monsignor Silvano Tommasi, Segretario del Dicastero per lo Sviluppo Umano in Vaticano, il sociologo dell'Universita' Bicocca di Milano prof. Gian Carlo Blangiardo, l'intellettuale francese Laurent Dandrieu, caporedattore del settimanale "Valeurs Actuelles", i politici Maurizio Gasparri (Forza Italia) e Luciano Nobili (PD) e il Presidente dell'Associazione della stampa estera in Italia Philip Willan. Diaconale ha moderato l'incontro e letto il Decalogo.

    Nella varietà di opinioni, ognuno ha sottolineato l'aspetto che più gli stava a cuore e c'e' stato chi ha posto piuttosto l'accento sull'ineluttabilità' del fenomeno e chi, invece, ne ha evidenziati i rischi. Tutti però hanno concordato su quello che era lo spirito del Decalogo stesso e cioè che, siano i migranti benvenuti o meno, necessari o superflui, buoni o cattivi, il rischio che l'"incontro" possa diventare uno "scontro" esiste e che è indispensabile fissare dei paletti di comportamento da cui il migrante non puo' prescindere.

    Innanzitutto, i nuovi arrivati devono apprendere storia, cultura e geografia del Paese che li ospita e devono necessariamente impararne la lingua. In mancanza di queste conoscenze, nessun permesso a permanere deve essere concesso. Nel caso di bambini accolti nelle scuole locali, si deve porre attenzione che essi siano sempre in assoluta minoranza numerica rispetto ai locali.

    Si chiede poi che la costruzione di luoghi di culto diversi da quelli deputati alla religione cristiana sia permessa solo se i finanziatori degli stessi provengano da Paesi che rispettano il principio della reciprocità. Per evitare che gli autoctoni finiscano con l'essere penalizzati dai nuovi arrivati, s'impone che nelle graduatorie per lavoro e alloggi popolari siano comunque sempre privilegiati i residenti di lunga data.

    Migranti a Parigi
    © REUTERS / Gonzalo Fuentes
    Infine, il tema della cittadinanza. Nel decalogo è detto a chiare lettere che diventare "cittadini" non sono un diritto automatico, bensì è il frutto di un "contratto". Di conseguenza, deve essere un atto di volontà reciproca e deve maturare nel tempo.

    In altre parole, l'essenza di questo Decalogo sta nell'impegno di sì accogliere chi arriva in Europa spinto dal bisogno o dal rischio della propria vita ma soltanto a patto che si prendano tutte le misure necessarie per fare in modo che si ottenga davvero un reciproco arricchimento e non si creino le condizioni per uno "scontro di civiltà".

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    razzismo, risorse, governo, immigrazione, Italia
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