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    Residenti di Aleppo, Siria.

    Inizia in Siria il secondo tempo?

    © Sputnik . Muhammad Maarouf
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    Germano Dottori
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    Si registra ultimamente un gran movimento dentro ed attorno alla Siria, circostanza che a sette anni dallo scoppio della guerra civile induce a sospettare che quel conflitto stia entrando in una fase nuova, un vero e proprio secondo tempo.

    La battaglia combattuta per il controllo di quel paese non si è infatti ancora conclusa, come testimoniano il protrarsi degli scontri e le mosse recentemente compiute da alcune fra le più importanti potenze esterne coinvolte.

    Due sembrano le ragioni fondamentali di quanto accade.

    La prima è di natura strutturale: la lotta in atto in Siria non è mai stata davvero riconducibile ad un confronto locale tra il regime di Damasco e le opposizioni interne, ma è stata piuttosto la manifestazione più vistosa di una doppia battaglia di arresto, condotta dagli uni per bloccare l'espansione della Turchia in Medio Oriente e dagli altri per arginare le ambizioni regionali iraniane. Con Erdogan, contro Assad, si schierarono il Qatar e soprattutto l'America di Obama, almeno fintantoché rimase viva l'illusione che la Fratellanza musulmana siriana potesse prevalere sui baathisti al potere e la vittoria di Rohani in Iran non dischiuse le porte ad una riconciliazione tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Contro Damasco scese in campo anche l'Arabia Saudita, che tuttavia era ostile non solo ad Assad e agli iraniani, ma anche ai sostenitori dell'Islam politico vicini ai Fratelli musulmani. Assieme al cosiddetto Esercito Libero Siriano apparvero così milizie di varie estrazioni, quasi sempre riconducibili alla galassia del jihadismo internazionale, eppure in concorrenza fra di loro, come conveniva alle singole potenze che se ne servivano. Gestire il conflitto divenne quindi un esercizio di grande complessità anche per Washington, che da un certo momento in avanti si preoccupò di sostenere l'insurrezione senza però fornirle i mezzi decisivi per vincere la guerra. La Casa Bianca resistette anche alla provocazione del bombardamento chimico di Ghouta, quasi certamente un attacco sotto falsa bandiera ordito dai sauditi o dai turchi per forzare un intervento americano contro Damasco.

    Quanto nel 2015 l'equilibrio si spezzò in favore dei ribelli e i sostenitori di Assad iniziarono ad ingrossare le fila dei profughi che scappavano, Obama accettò che a togliergli le castagne dal fuoco fossero i russi. Pochi giorni dopo l'arrivo dei primi jet di Mosca, infatti, il presidente americano dispose il ritiro dei missili Patriot che erano stati schierati a difesa della Turchia. Tale circostanza permise agli Stati Uniti anche di evitare il coinvolgimento nell'abbattimento del Su-24 da parte dell'aviazione di Ankara e di mantenere una sorta di neutralità nel corso della grave crisi russo-turca che ne scaturì. La narrativa occidentale rimase avversa tanto al regime siriano quanto ai russi che erano entrati in scena a suo sostegno, ma Putin poté piegare Erdogan, che smise di sostenere il Daesh, consentendo di sconfiggerlo. Tale dissociazione tra linguaggio della comunicazione e realtà dei fatti è sopravvissuta ai giorni nostri, in quanto funzionale allo sviluppo delle iniziative politiche e militari che determineranno il futuro della Siria.

    Qui entra in gioco il secondo elemento, invece contingente, perché legato alle scelte politico-strategiche fatte dalle potenze presenti sul suolo siriano. Tra gli sconfitti, c'è chi sta cercando di riaprire la partita, mentre altri attori dall'atteggiamento più ambiguo, come Stati Uniti ed Israele, stanno provando a tutelare come possono i propri residui interessi in questa drammatica vicenda.

    La guerra sta riprendendo perché Erdogan ha gettato la maschera, attaccando ad Afrin, preparandosi a giocare la carta dei rifugiati e, forse, anche suggerendo l'attacco terra-aria che è costato ai russi la perdita di un secondo aereo dalle parti di Idlib. Dal canto loro, gli americani stanno facendo capire ai turchi che il Rojava verrà difeso da Washington e ad Assad che non potrà recuperare il pieno controllo del suo paese. Israele, infine, a fine gennaio ha probabilmente negoziato con la Russia intese che dovrebbero permettere a Gerusalemme di cancellare gli avamposti che gli iraniani hanno costruito a ridosso delle frontiere dello Stato ebraico.

    Le istanze e le pressioni da compensare e bilanciare sono evidentemente molte. Ed è interessante notare come, sotto Trump, gli Stati Uniti sembrino voler affidare proprio a Mosca e Riad, che hanno importanti interessi convergenti in campo energetico, il compito gravoso di controllare le dinamiche regionali. Non è impossibile che in questa prospettiva la Russia modifichi la propria postura a vantaggio di israeliani e sauditi, rendendo più tiepidi i rapporti con Ankara e Teheran. Dopotutto, uno sviluppo simile rientrerebbe perfettamente negli interessi nazionali di una Russia che ormai tratta con re Salman aspetti essenziali della propria sicurezza economica.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    interessi, terrorismo, guerra civile, Crisi in Siria, Hassan Rouhani, presidente Hassan Rohani, Bashar al-Assad, Recep Erdogan, Turchia, USA, Siria
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