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    Villaggio lungo la ferrovia

    Transiberiana, il viaggio abbia inizio

    © Foto : fornita da Vittorio Russo
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    Tatiana Santi
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    Tutti ne sono affascinati, è un viaggio mitico attraverso la Russia, da Mosca a Vladivostok, ma non solo. La Transiberiana, la più lunga ferrovia al mondo, è anche un percorso incredibile alla scoperta di sé stessi. Transiberiana, il viaggio abbia inizio.

    Oltre dodici mila chilometri di immagini, volti, storie, paesaggi e umori in una dimensione senza tempo. "Transiberiana", il libro di Vittorio Russo (Sandro Teti Editore) permette al lettore italiano di salire sul mitico treno grazie ad una scrittura che immortala momenti unici vissuti durante il viaggio attraverso una lente poetica.

    Scorrendo le pagine del libro può così iniziare un altro viaggio, a ciascun lettore il suo. Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista l'autore del libro, il viaggiatore e scrittore Vittorio Russo.

    — Vittorio Russo, perché ha deciso di intraprendere il viaggio lungo la Transiberiana?

    — Un viaggio come questo fluttua da sempre come sogno nell'immaginario di tutti. Vive in una sorta di letargo della fantasia dei sognatori e di quelli che non lo sono. Lo costruisce idealmente la lettura di libri di mondi che ti hanno affascinato da adolescente, di dimensioni lontane, di costumi intriganti, di arti e culture di popoli di cui già il nome ti emoziona. Da sogno può anche morire per sempre nella mente se non sai estrapolarlo dalle pagine dei libri che hai letto e nei quali è sepolto. Si fa vero di vita e di avventura quando hai vinto il braccio di ferro con un te stesso oscuro e pigro, quando più forte di te è il desiderio di smascherare i giganti tenebrosi che agitano braccia mostruose e tu vuoi vederli invece quali sono: mulini a vento della realtà.

    Bicchieri di tè nei portabicchieri metallici, oppure podstakannik, elemento tipico dei treni russi
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    Bicchieri di tè nei portabicchieri metallici, oppure "podstakannik", elemento tipico dei treni russi

    Sei pronto quando sai che vai verso un altrove senza orizzonti, quando viaggi non per fotografare te stesso con lo sfondo occasionale di un ambiente esotico ma quando fotografi l'ambiente perché ti intriga, perché hai bisogno di impossessartene per conoscerlo, perché puoi conoscere veramente solo quello che possiedi con gli occhi e con la mente, in questo caso.

    — Perché ha deciso di scrivere un libro in merito, se vogliamo, percorrere così un altro viaggio, questa volta letterario?

    — Scrivere diventa la naturale conseguenza di questo modo di intendere il viaggio perché equivale ad evitare che la bellezza che ha catturato la tua curiosità si smarrisca nelle nebbie della dimenticanza. Scrivere un libro sulla Transiberiana di cui forse nessuno sentiva la mancanza, è stato solo per il desiderio di continuare un viaggio affascinante. Scrivere, dunque, per tracciare il profilo delle emozioni, per vivificare con le parole adatte il ricordo, per sollecitare chi legge a vedere con i tuoi occhi e a sentire con la tua sensibilità. Quando ci riesci, se ci riesci, il viaggio diventa opera d'arte. Ma guai a pensare che scrivere sia agevole. Uno autore tedesco affermava, a ragione, che nulla è più difficile per uno scrittore che scrivere… Per scrivere un libro come questo devi essere un de-scrittore, uno che deve raccontare ciò che ha visto e in un viaggio come questo non bastano i cento occhi mitologici di Argo per vedere tutto. Sai che racconti frammenti soltanto, ma hai l'obbligo di raccontarli come Dio comanda.

    Copertina del libro Transiberiana
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    Copertina del libro "Transiberiana"

    — Per quale motivo, a suo avviso, la Transiberiana affascina molto gli italiani? Non tutti i russi hanno attraversato la Transiberiana…

    — La risposta è in parte contenuta in quello che ho detto prima. Il fascino della Transiberiana è misterioso e profondo. Tutti ne sono affascinati, non credo solo gli italiani, ma non ho trovato due sole persone che condividessero la stessa motivazione. La risposta ciascuna la trova nel proprio subconscio e negli orizzonti delle proprie curiosità culturali. Transiberiana è un suono che si fa pensiero quando ne intraprendi l'avventura e cominci a viverla esplorando te stesso prima del mondo che ti appresti a comprendere per rispondere al solo imperativo dello gnōthi sautón, conosci te stesso. Convengo che gli italiani subiscano il fascino delle cose ignorate perché hanno il dono straordinario dell'immaginazione. La Russia immaginata è quella dell'intraducibile prostory ossia la grandiosità degli spazi, la libertà in territori di cui è assente il limite ma pure il senso di vuoto, di indeterminatezza, di immensità che prevale senza opporre resistenza, di vastità senza centro e quindi agorafobia, angoscia, nostalgia e malinconia. L'immensa Russia, quella al di qua degli Urali e quella al di là, è tutto questo: uno scrigno di sogni dai quali tutti vorrebbero sottrarne almeno uno il più coinvolgente: un viaggio in Transiberiana.

    Il lago Najka
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    Il lago Najka

    — Quali sorprese le ha riservato il viaggio, che cosa l'ha colpita particolarmente? 

    — Incredibile riconoscere che fra le infinite sorprese una fra le più sorprendenti sia stata la valutazione del tempo. Col passaggio del 60mo meridiano, quello degli Urali, ho scritto che è avvenuta in me una sorta di metamorfosi del tempo, una specie di ridefinizione agostiniana di quello passato che non è più e di quello futuro che non è ancora. Insomma, oltre gli Urali il tempo ha rallentato il proprio ritmo e si quasi fermato. L'istante non è diventato eternità ma si è allungato fino ad appiattirsi.

    E poi l'altra sorpresa: la scoperta dei volti, l'esplorazione dei pensieri delle genti siberiane nei loro movimenti, nelle loro posizioni, nel loro articolare suoni di altre dimensioni, nel loro scuotere le mani, nei loro sguardi. Innanzitutto però, un continente di sorrisi infantili, ingenui, che si facevano modelli di una innocenza mai notata prima se non nei volti marmorei dei putti delle cantorie fiorentine. Non è vero che la bellezza è negli occhi di chi vede. Forse più appropriato sarebbe dire che è nella mente di chi la contempla, come aveva argomentato il filosofo David Hume. Quei volti inconsueti, semplici e definitivi, erano nei miei occhi solo come riflesso. I miei occhi sono stati lo specchio soltanto che li ha fissati incancellabilmente per le serene nostalgie che sanno costantemente ridestare.

    L'itinerario del viaggio di Vittorio Russo
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    L'itinerario del viaggio di Vittorio Russo

    — Quali sono gli stereotipi che più allontanano secondo lei l'Italia dalla Russia e che il suo viaggio ha sfatato? Siamo poi così lontani?

    — Soprattutto il credere che la diversità possa separare le genti. Non è così.
    Gli italiani sono ammalati di etnocentrismo. Tutti i popoli sostanzialmente le sono, soprattutto quelli dell'Occidente. Quando però si esce dal guscio della propria piccola dimensione e si abbracciano le pluralità culturali del mondo, allora si avverte pure il bisogno di nutrirsene senza stupirsi delle differenze, cercandole anzi, provando a conoscerle, a capirle e, infine, a descriverle, perché la diversità, in fondo, non fa che rimarcare l'unità attraverso le molteplicità. Questo in Russia è paradigmatico.

    — Nel libro lei parla della meravigliosa galleria Tretjakov di Mosca, dove vi sono quadri poco conosciuti dagli italiani. Per capire la Russia bisognerebbe vedere i suoi territori sconfinati e conoscere la sua arte, non crede?

    — Assolutamente sì. Perché l'arte russa sa di italiano, quella pittorica non meno di quella architettonica. L'arte italiana in Russia diventa russa, assolutamente, in maniera originale, a San Pietroburgo come a Mosca come a Vladivostok, tanto che ritengo legittimo addirittura che un architetto napoletano, Carlo Rossi, sia alla fine così russo da non saperne più individuare l'italianità nemmeno nel nome. Straordinario Karl Ivanovič Rossi, Карл Иванович Росси! Per capire la Russia bisognerebbe entrare nei suoi orizzonti non solo quelli geografici che sono proibitivi, ma in quelli culturali che sono accessibili e sempre entusiasmanti.

    Foto fatta prima della cauta
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    Foto fatta prima della cauta

    — Che cosa può insegnare di nuovo questo viaggio, la Transiberiana ma anche il suo libro, ad un lettore italiano? 

    — A uscire dal guscio etnocentrico di cui ho fatto cenno prima. A capire che tutte le culture, e quella russa più di tante altre, riflettono la nostra e ci permettono di capire meglio noi stessi. Io non credo sia possibile intendere la propria identità se non avendo riferimenti, cioè se non la si è prima confrontata con altre identità. Viaggiare diventa in questa prospettiva la dimensione vera dello storico. Storico, però, nel senso autentico del termine, cioè di histor, ossia colui che conosce, colui che ha visto. Fra le genti lungo la Transiberiana ho capito che le distanze fra gli umani sono talvolta maggiori fra i luoghi di origine che non nel comune sentire. Un sorriso è spesso uno straordinario anello di congiunzione, un ponte levatoio decisivo, un messaggio di concordia e non di conquista. Io credo convintamente che ai popoli bellicosi della terra occorrerebbe un tirocinio dell'amicizia sulla Transiberiana, da Mosca a Vladivostok.

    Una gher di nomadi
    © Foto : fornita da Vittorio Russo
    Una gher di nomadi

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

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    Tags:
    viaggio, libro, transiberiana, Russia
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