18:04 16 Agosto 2018
Soldati sovietici

Gli italiani dimenticati a Stalingrado

© Sputnik . George Zelma
Opinioni
URL abbreviato
Tatiana Santi
24235

Il 2 febbraio di 75 anni fa si concluse la battaglia più sanguinosa della II Guerra Mondiale, la liberazione da parte dell’Armata Rossa di Stalingrado segnò le sorti dell’interno conflitto. La campagna di Russia rappresenta una pagina tragica per l’Armir e per la storia italiana. Gli italiani dimenticati a Stalingrado.

Caduti nei combattimenti, congelati durante l'estenuante ritirata, oltre cento mila soldati italiani morirono in Russia per le mire di grandezza di Benito Mussolini, un capitolo della storia italiana che molti hanno preferito dimenticare.

Per i russi il 2 febbraio è una data di fondamentale importanza che rievoca l'eroismo e la gloria dei soldati e del popolo russo che hanno sconfitto con enormi perdite i nazisti. Nella sacca di Stalingrado rimasero accerchiati anche 77 italiani, di cui la storiografia non parla. Il giornalista e saggista Alfio Caruso nel suo libro "Noi moriamo a Stalingrado" (Longanesi Editore) ha raccontato le loro storie attraverso le lettere spedite dal fronte e i racconti dei famigliari. Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista l'autore Alfio Caruso.

— Ricorre il 75-o anniversario della vittoria di Stalingrado, una battaglia che ha cambiato le sorti della II Guerra Mondiale. Alfio Caruso, è anche una data tragica per i soldati italiani rimasti accerchiati di cui lei parla nel suo libro. Ce ne può parlare?

— Finché non è uscito il mio libro nel 2006 si ignorava che vi fossero dei soldati italiani a Stalingrado. Anche per me fu una scoperta seguita alle ricerche che avevo effettuato per un mio libro precedente, "Tutti i vivi all'assalto", sui 6 mesi degli Alpini in Unione Sovietica fra il giugno del '42 e il gennaio del '43, quando la controffensiva sovietica sul medio Don ruppe la linea italo-tedesca. Da questo momento ebbe inizio la ritirata che divenne tragica, perché fino a quel momento c'erano stati 5 mila caduti, poi nei campi di prigionia sovietici sparirono circa 100 mila italiani.

Ebbene, facendo le ricerche per scrivere il mio libro ho trovato una lettera del generale Gariboldi che comandava l'Armata Italiana in Unione Sovietica, risalente a fine dicembre del 1942 nella quale il generale scriveva: "non sappiamo nulla di quei ragazzi che abbiamo mandato a Stalingrado". Nella storiografia ufficiale italiana, ma anche tedesca e sovietica, non si era mai parlato della presenza di italiani a Stalingrado.

— Che cosa sappiamo di loro?

— Sono partito da questa lettera e dopo quasi due anni di ricerche, quando ero sul punto di abbandonarle, ebbi il numero di un anziano signore di Bologna che si chiama Gianni Puschiavo, il quale è nato nel 1940 e ha dedicato la sua intera esistenza per avere notizie del padre che era disperso in Unione Sovietica alla fine del 1942. Il signor Puschiavo aveva già un primo elenco di italiani che erano dispersi nella sacca di Stalingrado. Si trattava di due autoreparti che erano andati a Stalingrado a inizio del novembre 1942 per portare dei reparti tedeschi, avevano il compito di tornare indietro dopo aver caricato della legna che sarebbe servita per affrontare l'inverno ormai alle porte.

A metà novembre scatta l'offensiva sovietica e Stalingrado viene isolata. Questi 77 italiani divisi in due reparti vi rimangono all'interno, i due reparti non entreranno mai in contatto fra di essi. Ho rintracciato diverse famiglie e ho consultato diverse lettere inviate da questi soldati dalla sacca di Stalingrado. Di questi 77 soldati ne torneranno solamente due.

— Che cosa ha scoperto attraverso le loro lettere, chi erano questi ragazzi?

— Le lettere, consultabili ovviamente nel libro, ci raccontano che il più giovane aveva 20 anni, il più anziano andava per i 35. Erano contadini, artigiani, muratori, pasticcieri, commercianti, c'era un professore di lettere, c'era un medico, un pompiere, un fotografo di roba d'arte, c'era anche un figlio di papà con il gusto dell'avventura appartenente ad un'importante famiglia senese. Questo ragazzo parlava tedesco e faceva da interprete per i tedeschi, nelle lettere era molto orgoglioso della sua divisa estremamente elegante, le faceva cucire su misura.

La principale preoccupazione di questi soldati era di tranquillizzare le famiglie, dicendo loro che se la passavano bene, che non correvano rischi e che si difendevano bene dal gelo. Un particolare commovente è che uno di loro morirà prima della fine dell'assedio e i suoi compagni di sventura, per salvarsi, decideranno di mangiarne alcune parti. Ci furono molti episodi di cannibalismo fra i tedeschi e gli italiani negli ultimissimi giorni di Stalingrado, perché non c'erano più rifornimenti. Non rivelerò mai la sua identità per rispetto dei suoi parenti.

— I famigliari dei 77 soldati con cui lei ha parlato sono mai andati in Russia?

— C'è stata una sorta di staffetta del dolore, spesso c'era la mamma che passava al figlio il compito di conservare la memoria del fratello mai tornato o la speranza di vederlo ritornare. La figlia di un disperso mi raccontò che chiedeva con insistenza al marito di andare in quella zona di Stalingrado per guardare il cielo che aveva guardato suo papà prima di morire. Era l'ultimo sogno della sua vita. Molte delle persone con cui ho parlato durante le mie ricerche spesso non avevano nemmeno un ricordo del papà, perché erano persone nate nel '40, '41.

75 anni dalla battaglia di Stalingrado
© Sputnik . George Zelma
Il signor Puschiavo mi ha raccontato che con sua mamma nel '53-'54, quando dall'Unione Sovietica furono rilasciati gli ultimi 28 prigionieri italiani, correvano alla stazione nella speranza di veder scendere dai vagoni il marito e il papà, che non è mai tornato. A quel punto per cercare di consolare la mamma, che non ha mai superato l'assenza del marito, si è dedicato alle ricerche. La sua fidanzata aveva addirittura seguito i corsi di lingua russa, perché volevano andare a Stalingrado. Nel '71 ci andarono la prima volta con un viaggio organizzato dall'allora Partito Comunista.

— Come andò il loro viaggio alle ricerche del padre?

— Il signor Puschiavo mi ha raccontato che andò a Volgograd con una grossa borsa di plastica con la scritta "Italia" da tutti e due i lati, perché si era persuaso di trovare degli italiani che l'avrebbero ricondotto dal padre. La prima volta che lui uscì dall'albergo immediatamente venne circondato da dei ragazzi di Volgograd convinti che lui avesse dei pantaloni jeans e foulard di seta da vendere. A quel punto arrivò una macchina della polizia che lo arrestò come borseggiatore. Lo portarono al commissariato, dovette intervenire anche un console italiano per chiarire l'equivoco.

Questo signore è tornato altre tre-quattro volte a Volgograd finché non ha capito che suo padre non c'era più.

— La battaglia di Stalingrado, conclusasi il 2 febbraio, è un momento di eroismo e di gloria per il popolo russo. I soldati italiani hanno pagato un prezzo altissimo per i combattimenti, il gelo e l'agonia della ritirata. Quale eredità storica l'Armir lascia all'Italia?

— Il ricordo più importante per noi italiani è che in Unione Sovietica ci siamo comportati bene, che non sempre è avvenuto nei fronti dove c'erano i soldati italiani nella II Guerra Mondiale. I soldati italiani ne sono stati ripagati, perché se molti di loro sono tornati a casa lo devono al soccorso, all'aiuto, all'assistenza che ricevettero dai civili sovietici.

Il primo contingente italiano, 50 mila unità, viene mandato nella tarda estate del 1941 al seguito delle armate tedesche che invadono l'Unione Sovietica. L'anno dopo il numero sale a 220 mila mandando l'8° armata che si chiama Armir (Armata Italiana in Russia). Quando gli italiani arrivarono nel '42 si trovarono in mezzo ad una guerra di odio selvaggio che le armate tedesche avevano scatenato in Unione Sovietica. Nei villaggi venivano bruciate le case con dentro le donne e i bambini. I tedeschi furono autori di esecuzioni selvagge. In questa guerra dell'odio, gli italiani non persero mai il senso dell'umanità, non dimenticarono che il nemico era un essere umano, non si macchiarono degli stessi misfatti dei tedeschi. Ne furono abbondantemente ripagati, perché senza l'assistenza delle "babushke", le nonne, che curavano le piaghe dal gelo e le cancrene, che accoglievano i soldati in casa, moltissimi dei 100 mila soldati tornati non sarebbero mai potuti tornati.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

Tags:
libro, Seconda Guerra Mondiale, Grande Guerra patriottica, Stalingrado, URSS, Italia
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik