03:28 16 Novembre 2019
La bandiera dell'Iran

Che cosa sta accadendo realmente in Iran?

© Sputnik . Grygory Sisoev
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Scoppiate giovedì scorso nella città di Mashad, continuano le proteste in diverse città iraniane, cresce il numero delle vittime causate dagli scontri. Manifestazioni contro il carovita, contro la corruzione, contro il governo, ma non solo. Al di là dei tweet di Trump e della retorica, che cosa sta accadendo realmente in Iran?

Partite dalla città santa Mashad le proteste si sono diffuse in seguito in altre città del Paese. Le manifestazioni in Iran hanno letteralmente spiazzato tutti, ma non sono tardate le reazioni d'oltreoceano che declamano il fallimento del governo iraniano. Trump, a colpi di tweet, invoca "tempi di cambiamento" per l'Iran. Secondo diversi media occidentali l'Iran sarebbe addirittura sull'orlo di una rivoluzione.

Nel frattempo il presidente Rouhani in una recente dichiarazione ha aperto al dissenso e alle critiche nei confronti del governo, purché si eviti la violenza. Attorno agli eventi in Iran spesso si ragiona facendo non poca confusione nel sistema politico iraniano. Per fare chiarezza sulle proteste in corso Sputnik Italia ha raggiunto Antonello Sacchetti, giornalista, esperto di Iran, fondatore di Diruz, blog dedicato alle vicende del Paese.

Antonello Sacchetti
© Foto : fornita da Antonello Sacchetti
Antonello Sacchetti

— Antonello Sacchetti, che idea si è fatto delle proteste e dei disordini in Iran iniziati cinque giorni fa?

— Bisogna capire che cosa sta succedendo, perché le proteste hanno preso di sorpresa tutti quanti. Non credo che una settimana fa qualcuno avrebbe previsto in Iran proteste, manifestazioni e addirittura scontri con delle vittime. Questo è già un primo elemento che ci deve far riflettere. Le ultime grandi proteste avvenute in Iran risalgono al 2009 con la cosiddetta "onda verde", si svilupparono all'indomani di elezioni contestate, allora c'era una ragione che scatenò la protesta.

In genere tutte le grandi manifestazioni in Iran nascono a Teheran, per una questione molto logica: è una megalopoli di 14 milioni di abitanti ed è il centro internazionale del Paese con più contatti con l'esterno, dove si respirano grandi cambiamenti. Questa volta no, le proteste sono nate a Mashad, città tendenzialmente conservatrice, roccaforte di Raisi, cioè il principale avversario di Rouhani alle ultime elezioni presidenziali. Parliamo di una città santa sciita, qualcuno la definisce addirittura città araba per i numerosi pellegrini da tutto il mondo, spesso si sente parlare arabo. Le proteste sono iniziate qui come manifestazioni contro il governo di Rouhani, dopo si sono allargate in tutto l'Iran anche con piccoli assembramenti in cui gli obiettivi delle manifestazioni sono tanti.

— Non si tratta quindi di manifestazioni anti governative tout court, la situazione è evidentemente più complessa. Quali sono le particolarità delle proteste?

Vicepresidente USA Mike Pence
© REUTERS / David Swanson/The Philadelphia Inquirer

— Quando dall'esterno parliamo di Iran facciamo spesso una confusione abbastanza grave, cioè confondiamo governo e sistema, o chi lo chiama regime. Quindi quando qualcuno protesta contro il governo sta protestando contro la Repubblica Islamica. In realtà c'è chi manifesta conto il carovita, chi contro la corruzione, chi contro il governo, chi contro la Repubblica Islamica. C'è chi addirittura invoca lo Shah e quant'altro. Sono tante le sfumature delle proteste. In Iran queste manifestazioni non sono nuove: negli anni di Rafsanjani si manifestava contro il carovita, ai tempi di Khatami nel '99 ci fu uno dei più grandi movimenti studenteschi, che chiedevano più diritti e più libertà. All'epoca si faceva questa battuta: l'Iran è l'unico Paese dove gli studenti vengono presi a manganellate dalla polizia perché gridano "W il presidente della Repubblica!". Gli studenti cercavano un appoggio di Khatami che allora non ci fu.

Qui ci sono tantissime sfumature diverse, la mia preoccupazione è che spesso da fuori le leggiamo attraverso una lente distorta.

— Cioè?

— Questi giorni, stando molto su twitter, vedo che spesso molte notizie vengono amplificate da canali, i quali non sono il massimo dell'obiettività e della conoscenza diretta dei fatti. Sono i cosiddetti "mohajeddin del popolo", organizzazione terroristica per motivi politici sdoganata dagli Stati Uniti. A leggere le notizie sembrerebbe che l'Iran sia sulla soglia di una rivoluzione, ho letto cose incredibili: i manifestanti in alcune città avrebbero preso il controllo dei municipi.

Non sono notizie plausibili. Ovviamente gli scontri che hanno fatto vittime sono notizie vere, lo riportano le agenzie di stampa e anche le fonti governative, però bisogna fare attenzione a come si osserva questo fenomeno.

— Lei parlava di twitter, non posso non citare Trump. Il presidente americano non ha perso un minuto prima di giudicare, accusare il Paese di fallimento e incitare la gente a protestare. Che ne pensa di queste reazioni e pressioni dall'estero?

— È abbastanza curioso, lo scorso 18 maggio in Iran hanno votato 40 milioni di persone, c'è stata una grandissima affluenza oltre il 70%, sono percentuali che nemmeno qui da noi in Italia abbiamo per le nostre elezioni. Da quel voto è emersa la conferma del presidente, è stato inoltre un momento di confronto fra varie posizioni. Evidentemente per la Casa Bianca 40 milioni di persone che votano non contano nulla. Lo disse lo stesso Trump da Riyad dove si era recato per sottoscrivere accordi su forniture militari all'Arabia Saudita, storico rivale dell'Iran. Mentre, come vediamo, contano molto di più le manifestazioni di centinaia di persone, che sono legittime ovviamente.

— Qualcosa quindi non torna.

— Voglio solo dire che sulla bilancia di Trump, ma anche di molti media occidentali è curioso come quelle elezioni ebbero una visibilità molto ridotta, mentre in questi giorni ovviamente c'è una grandissima attenzione. Moltissime delle persone che stanno manifestando sicuramente sono andate a votare qualche mese fa. Prima di dire che c'è una totale disaffezione nei confronti del sistema della Repubblica Islamica io ci andrei cauto.

Oltre tutto è interessante notare un'analisi demografica dei protestanti: in genere sono molto giovani, sono la nuova generazione che si sta affacciando sulla scena politica. È interessante che fra i tanti slogan detti non ce ne sia uno che chieda la liberazione di Mousavi e Karroubi, i leader della cosiddetta "onda verde", agli arresti domiciliari da 7 anni. Questo è segno di una distanza da quel movimento di allora.

— Rouhani ha aperto al dissenso condannando però le violenze. Che ne pensa della posizione del presidente iraniano?

— Questo a mio avviso è uno degli elementi più interessanti dell'intera vicenda. Il fatto che il presidente della Repubblica dica una cosa forte riguardo al diritto di manifestare e anche a criticare il governo, evitando la violenza, pone una questione politica molto importante. Questa posizione può essere usata da Rouhani stesso come punto di appoggio per ottenere maggiore popolarità. Ha detto una cosa importante in un momento decisivo. Si sbaglia chi crede che l'Iran sia un Paese monolitico, in cui il presidente può fare, decidere e controllare tutto. La stessa Costituzione della Repubblica Islamica dice questo, c'è la figura della guida di Khamenei che è al di sopra di lui, Rouhani è il capo del governo, quindi in una posizione subalterna.

Le parole di Rouhani sono interessanti, così come molti altri interventi di tanti altri politici e ministri riguardo a degli spazi da creare nel Paese per la protesta. È un aspetto nuovo rispetto agli standard politici iraniani. I media occidentali piuttosto che concentrarsi sulla solita retorica secondo cui per trecento persone in piazza a manifestare la Repubblica Islamica starebbe per cadere, forse dovrebbero prestare più attenzione a queste parole.

— Anche se fare previsioni è molto difficile, lei che scenari possibili vede? Si rischia molto a suo avviso?

— Dalla rivoluzione in poi l'Iran ci ha insegnato che spesso molti calcoli vengono completamente sbagliati. Fra il '78 e il '79 si credeva che in fondo le manifestazioni contro lo Shah si sarebbero esaurite nell'arco di pochi mesi, da lì nacque un altro sistema con un cambiamento epocale, abbiamo visto la caduta della monarchia e la nascita della Repubblica Islamica.

Onestamente non credo in questo momento ci sia la possibilità che il sistema possa crollare. È sicuramente una fase interessante per il Paese, sperando che la situazione non degeneri e che le violenze siano tenute sotto controllo. Le restrizioni sui canali di comunicazione non sono un segnale positivo. Spero che il governo dia un segnale opposto.

Potrebbe cominciare una fase diversa di grande confronto all'interno del Paese, un Paese in cui, chiunque ci sia stato, non può non aver visto un grande cambiamento sociale. È un Paese giovane che ha bisogno di nuovo lavoro e nuove prospettive. Non sarà facile, perché non è un confronto semplicissimo. Paradossalmente se fosse vero che gli incidenti sono nati dai conservatori in chiave anti Rouhani, non è escluso che lo stesso Rouhani possa usare questa situazione per avere un margine diverso di movimento e di consenso. Se continueranno le proteste, l'auspicio è che non ci siano disordini e che il livello di violenza venga ridotto da tutte le parti.

L'opinione dell'autore puo' non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Intervista, Iran, USA
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