22:31 20 Luglio 2018
Il confine del Niger

Niger, i rischi della missione italiana

© AP Photo / Jerome Delay
Opinioni
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Tatiana Santi
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La missione italiana in Niger, smentita per lunghi mesi dal ministero della Difesa, si farà. Bloccare il traffico di esseri umani e addestrare le forze locali, sarebbero questi gli obiettivi dell’operazione europea nel Sahel, regione estremamente strategica per la Francia. Quali sono i rischi della missione italiana?

Il Niger, fra i Paesi più poveri al mondo, è un terreno d'azione di diversi gruppi terroristici affiliati ad al-Qaeda e ad altre sigle jihadiste. La missione italiana, nella quale prenderanno parte 500 militari, si inserisce quindi in un quadro assai complesso.

La missione "no combat" sarebbe volta a formare le forze del Niger, Paese di transito dei flussi migratori verso l'Italia, ma è proprio nella regione che gli interessi nazionali dell'Italia e dei suoi alleati francesi divergono. Si profila sempre più chiaramente quindi il rischio di subalternità dell'Italia nei confronti della Francia, impegnata da tempo nel Sahel. Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Giampiero Venturi, analista per "Gli Occhi della guerra".

Giampiero Venturi
© Foto : fornita da Giampiero Venturi
Giampiero Venturi

— Giampiero, quali sono gli obiettivi, ma soprattutto i rischi della missione italiana in Niger?

— Gli obiettivi non sono chiarissimi, c'è un dibattito che sta prendendo piede in queste ore. Si parla di un intervento europeo teso a stroncare il traffico di essere umani, ma sinceramente ci sono dei presupposti per pensare che sia un appoggio alla Francia, la quale ha interessi plurisecolari nel Sahel. Non si riesce a capire quale sia l'obiettivo concreto dell'Italia in tutto questo. I rischi della missione sono connessi al fatto di non avere obiettivi precisi. Parlare di interruzione del traffico di esseri umani senza accompagnare il tutto con un intervento forte sulle coste libiche rischia di essere una missione fine a sé stessa. C'è la probabilità di esporre il contingente italiano ad enormi rischi militari, perché l'operazione sembra molto delicata sul campo.

— Secondo te c'è la probabilità anche di subire una sorta di subalternità nei confronti della Francia impegnata da tempo nella regione?

— Direi che è una realtà più che un rischio. Non c'è una chiara struttura a livello europeo che identifichi ruoli, responsabilità, impegno e soprattutto diritti nella ripartizione finale dei vantaggi che quest'operazione comporterà. Dobbiamo, a mio avviso, uscire dalla logica del buonista secondo cui si interviene a livello internazionale tanto per fare qualcosa. Parlare di interruzione del traffico umano lascia un po' il tempo che trova. La Francia in Niger e in Mali ha interessi iniziati nell'800, non è possibile che sia disposta a condividere l'eredità di questi frutti così facilmente. Il rischio di subalternità è più che un semplice dubbio.

— La missione non è di combattimento, si tratta di addestramenti. Questo genere di missioni può portare a dei risultati concreti contro il traffico di essere umani?

— Noi italiani abbiamo sempre il problema dell'opinione pubblica e quindi appena annunciamo un intervento militare automaticamente parte il dibattito sul "no combat". Prima di affermare la missione abbiamo già dovuto chiarire quest'aspetto. Il Niger è un Paese dove il governo ha un controllo molto scarso del territorio, nel confine di sud Boko Haram è molto presente, verso il Mali e l'Algeria vi è una grossa attività jihadista con un intenso giro di armi. Pensare di aiutare il Niger addestrando solo le truppe nigerine sembra una scusa, per fare questo sono già sufficienti i francesi e altri contingenti, i tedeschi hanno già una base all'aeroporto di Niamey. Mi sembra che parlare di una missione "no combat" sia come minimo una cosa inutile. Una missione senza la possibilità di autodifesa e di intervento contro bande armate non ha senso di esistere in questo momento in Niger.

— Dal punto di vista politico quali rischi corre l'Italia?

— Non riuscire a mettere sotto controllo un'area che è il Sahel, dove l'insorgenza jihadista è fortissima porta a dei rischi anche politici. Non avendo una missione chiara la destabilizzazione del cuore del continente africano potrebbe avere ripercussioni ancora peggiori sul Mediterraneo. Il Niger confina con la Libia e la Libia è affare nostro, le due cose sono collegate. Non chiarire la situazione in Niger e nel Sahel avrà ripercussioni evidenti e si legherà con quanto di male abbiamo fatto negli ultimi dieci anni nel nord dell'Africa.

— Si parla della missione in Niger nel contesto del problema dei flussi migratori. Secondo te nel 2018 ci saranno delle svolte in questo senso?

— Il 2018 è un anno elettorale, fare previsioni è molto difficile. Si diranno tante cose, poi quelle che si farà in realtà lo vedremo nei prossimi mesi. Sicuramente il discorso dei flussi migratori e delle conseguenze sociali non si può affrontare con una sola mano. Bisogna risolvere la situazione sulle coste del Mediterraneo e dell'Africa, non solo da un punto di vista militare, vanno fatti interventi chiari, decisi e risolutivi. Altrimenti non risolveremo mai nulla.

— A livello europeo ci saranno sviluppi positivi per l'Italia o non c'è da aspettarsi cooperazione?

— L'Italia è un Paese di frontiera abbandonato, le belle parole di Bruxelles alla fine rimangono tali. L'immigrazione è un fenomeno secolare, le conseguenze vengono pagate non tanto dalla politica italiana quanto dalla nostra società. Stiamo continuando a nasconderci dietro un dito. Non prevedo cambiamenti rapidi, l'unica soluzione potrebbe giungere dalle pressioni delle varie tornate elettorali nei vari Paesi dell'Ue, l'insofferenza verso la gestione del problema aumenta e questo potrebbe spingere a dei cambiamenti. Pensiamo alle parole di Kurz in Austria per esempio, ci sono tante voci che alimentano il dibattito, per ora di cose concrete però se ne vedono poche.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Intervista, Niger, Italia
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