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    Donald Trump

    Gerusalemme capitale, gli USA si scoprono soli

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    Mario Sommossa
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    Qualcuno scrisse che le religioni sono vere per i poveri di spirito, false per gli intellettuali e utili per i politici.

    Lascio a ciascun lettore esprimersi sulle prime due ma, per quanto riguarda la terza asserzione, quanto succede in merito allo status di Gerusalemme lo conferma. Nella storia che conosciamo, nessuna religione è mai stata interessata a far coincidere una delle proprie città sante con la capitale politica e tantomeno lo han fatto i musulmani: Najaf, Qom, Medina e La Mecca sono sante e oggetto di pellegrinaggio, ma le capitali degli Stati sia con maggioranze sciite sia sunnite sono altrove. Di là dagli alibi utilizzati e dalle strumentalizzazioni che ne sono fatte, ciò che succede da anni a Gerusalemme è una questione politica e non religiosa, e come tale va affrontata.

    Dal punto di vista strettamente formale occorre ricordare che l'Onu si è pronunciata più volte sul fatto che lo stato giuridico di Gerusalemme possa essere deciso solo in conformità a un consenso negoziale. Quando Israele nacque, il Consiglio di Sicurezza ne respinse l'ammissione alle Nazioni Unite il 17 dicembre 1948 e la convalidò solo il 24 febbraio 1949 con la clausola che proprio il futuro destino della città dovesse essere negoziato tra le parti. Tale soluzione fu quella che consentì la firma dell'armistizio tra Israele e Giordania, avvenuto nel marzo 1949. L'impegno assunto fu però smentito da Israele con una "basic law"nel 1980. In essa si affermava che Gerusalemme fosse la "capitale di Israele, unica e indivisibile". La comunità internazionale non accettò mai tale atteggiamento e nello stesso anno, con la Risoluzione 476, stabilì che: " le misure che hanno modificato il carattere e lo status geografico, demografico e storico della Città Santa di Gerusalemme sono nulle e prive di validità". Il primo dicembre di quest'anno (quindi poco prima della decisione di Trump) l'Assemblea Generale l'ha ribadito con il voto di 151 Stati: " Ogni azione presa da Israele, la Potenza occupante, per imporre le proprie leggi, la propria giurisdizione e la propria amministrazione sulla Città Santa è illegale e quindi nulla, senza conseguenze e non riveste alcuna validità". E' sulla base di questi voti precedenti che, sui 193 Paesi aderenti all'Onu, ben 128 hanno votato un nuovo documento che contesta la recente decisione americana di riconoscere Gerusalemme come Capitale dello Stato ebraico.

    A rigor di cronaca è interessante notare che, probabilmente a seguito della minaccia lanciata dall'Ambasciatrice USA presso il Palazzo di Vetro ("Il Presidente osserverà attentamente questo voto e mi ha chiesto di riferirgli quali Paesi voteranno contro di noi"), otto hanno votato come richiesto da Washington (Guatemala, Honduras, le Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Togo, Palau e, naturalmente, Israele). Venti rappresentanti non si sono presentati al voto (tra loro l'Ucraina e la Georgia) e trentacinque si sono astenuti. Tra questi ultimi, per motivi di opportunità "geografica" lo hanno fatto il Messico e il Canada e, rompendo l'unita' europea, anche la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria han preferito astenersi.

    E' indubbio che questo voto, seppur non vincolante (nel Consiglio di Sicurezza — questo sì vincolante se unanime tra i Grandi — gli USA avevano posto il veto su questa Risoluzione), rappresenti un importante isolamento internazionale degli Stati Uniti e, come visto dalle reazioni compatte del mondo arabo, ponga un impedimento forse insuperabile a ogni futuro ruolo di mediazione americana nel conflitto Medio — Orientale.

    Eppure, nonostante il metodo arrogante cui Trump ci ha abituati, le manifestazioni violente in tutto il mondo arabo e i forti disordini in Israele e Palestina, non è detto che quanto accaduto abbia soltanto conseguenze nefaste. E' possibile che il volervi cercare qualche aspetto positivo sia soltanto una pura illusione, magari dovuta al desiderio di trovare una qualche soluzione alla crisi, ma non dobbiamo nasconderci alcuni fatti sottovalutati dai numerosi commenti a caldo.

    Primo: la decisione di riconoscere quella città come capitale di Israele non nasce con Trump, ma è una costante di tutti i Presidenti americani a partire da una legge in tal senso approvata dal Congresso nel 1995. Ognuno di loro prorogava poi l'effettiva esecuzione di sei mesi in sei mesi e così ha fatto lo stesso Trump per ben due volte. La novità è l'annuncio di voler cominciare a rendere esecutiva la decisione. Il farlo, tuttavia, richiederà un tempo tecnico di qualche anno e, nel frattempo, tante cose potrebbero accadere.

    Secondo: sono venti anni che è stato creato un ipotetico processo di pace (MEPP) che immagina la nascita di "due popoli/due Stati" e da allora nessun progresso ha avuto luogo. Al contrario, più il tempo passa in sterili e finte negoziazioni, più aumentano gli insediamenti di coloni israeliani (spesso i più fanatici) nei Territori Occupati con l'evidente obiettivo di creare situazioni irreversibili come "stato di fatto". Da parte israeliana, e almeno con i Governi sostenuti dalla destra religiosa, non esiste nessuna reale volontà di accettare la nascita di un vero Stato Palestinese: al massimo potrebbero concordare su una specie di "Bantustan". Da parte palestinese non si vuole rinunciare al fattore propagandistico del "diritto al ritorno" di coloro che se ne andarono dall'attuale Israele a causa delle guerre, pur sapendo che tale soluzione è totalmente inaccettabile per la controparte.

    In altre parole, a voler essere ottimisti, il MEPP è stato finora come il mettere la polvere sotto il tappeto e non sta portando da nessuna parte. In questo caso, una dichiarazione scioccante come quella trumpiana potrebbe smuovere le acque come un sasso nello stagno. Non a caso Macron, incontrando Abu Mazen a proposito di quanto successo, ha annunciato che la Francia sarà pronta a breve a riconoscere la Palestina come Stato (per ora solo otto membri dell'UE l'hanno fatto).

    Terzo: lo stesso Presidente nella dichiarazione pronunciata dopo aver informato Abu Mazen, l'erede al trono saudita Bin Salman e Putin, ha sostenuto che il futuro trasferimento dell'Ambasciata non implica per nulla il riconoscimento dei confini dei due Stati, la qual cosa dovrà, comunque, essere ancora oggetto di accordo tra le parti.

    Se non si tratta di parole al vento, significa che Trump non riconosce "l'unicità e l'indivisibilità" di Gerusalemme, lasciando aperta la porta ad altre soluzioni come, ad esempio, quella avanzata da Mosca che riconosce Gerusalemme Ovest quale capitale di Israele e permette l'ipotesi che Gerusalemme Est lo diventi per il futuro e possibile Stato Palestinese.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    MEPP, ONU, Donald Trump, Medio Oriente, Gerusalemme, Israele, Palestina
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