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    Punto interrogativo

    Cosa succede se i soci della bocciofilia sono più uniti dei “connazionali”

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    Mario Sommossa
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    Supponiamo che siate un appassionato della Sesta sinfonia di Beethoven e che Vi piaccia ascoltarla con una certa frequenza.

    Supponiamo che siate un appassionato della Sesta sinfonia di Beethoven e che Vi piaccia ascoltarla con una certa frequenza. Supponiamo anche che un vostro amico, altrettanto appassionato di musica e pure abilissimo con i computer, voglia farvi uno scherzo e sostituisca il vostro compact disc con un altro in cui tutte le singole note della sinfonia siano aumentate di una ottava. Ascoltando il nuovo disco senza accorgervi della sostituzione coglierete qualcosa di strano ma, sicuramente, riconoscerete la Pastorale del famoso compositore tedesco.

    Questo è un esempio, citato negli studi di Psicologia Sociale, per dimostrare come un insieme di singolarità motivate verso un unico fine comune assuma una propria identità che prescinde dai suoi singoli componenti.

    L'esempio piu' evidente nella vita di tutti i giorni è il tifo per una squadra di calcio. Essa può cambiare tutti i giocatori, l'allenatore, la proprietà, il tipo di gioco e perfino i colori della maglia ma un tifoso rimarrà fedele alla "squadra" anche se tutto è cambiato.

    È la dimostrazione piu' chiara di come una qualunque società civile possa essere sempre qualcosa di piu' della semplice somma dei suoi componenti. In cosa consista esattamente quel qualcosa è però difficile a definirsi e, a volte, perfino impossibile. Ciò che è certo è che, affinché' un insieme di individui (in questo caso parliamo di cittadini) possano dar vita a una unità che li trascenda, è necessario che i suoi componenti si percepiscano come membri di quel gruppo e che anche dall'esterno li si possa intuire come tali. In altre parole, è necessario che si sentano partecipi di una "identità collettiva".

    Quanto sopra non è una pura riflessione accademica, ma qualcosa che occorre ricordare quando si vuol discutere sul diritto di cittadinanza e sulla crisi identitaria che attraversa le nostre società.

    Già nel secolo scorso, alcuni sociologi tedeschi (Max Weber innanzitutto), sottolinearono la differenza tra i concetti di gemeinschaft (comunità) e gesellschaft (società) intendendo la prima come un tutt'uno compatto e solidale e la seconda come una semplice somma di singole entità unite tra loro più o meno occasionalmente. Un gruppo casuale di persone che attendono un treno non costituisce una comunità mentre i soci di una bocciofila, ad esempio, sanno di appartenere a un gruppo che ha in comune almeno la stessa passione per quel gioco.

    Piu' precisamente, affinché' un certo numero di persone si percepisca come "unito", occorre che in quel gruppo esistano comuni obiettivi, stessi valori di riferimento e si pratichino simili comportamenti. Poiché' nell'universo niente è stabile e immutabile, anche i valori culturali condivisi possono mutare nel tempo, ma occorre che tali cambiamenti avvengano gradualmente e senza traumi per consentire ai componenti di quel gruppo di continuare a credere che l'identità collettiva, o da loro percepita come tale, continui a sussistere.

    Per ciascun membro il potersi riferire a quella identità collettiva è ciò che gli permette di immaginare che ogni suo atto, pensiero, scala di valori possa avere una continuità al di là dei limiti della sua individualità. E ciò diventa per lui rassicurante. Al contrario, ogni comportamento "deviante" viene percepito come rischio per la sua propria identità e per quella collettiva.

    In realtà', ogni "diverso", se numericamente importante, è potenzialmente percepito quale attentato contro la comunità e quindi contro il suo senso identitario. Perché' ciò non avvenga occorre che il "diverso" diventi "integrabile" dimostrando di accettare il "modus vivendi" della comunità che lo sta accogliendo.

    Qualunque nuovo gruppo di individui che rifiuti di "integrarsi" (o addirittura si ritiri in un suo "ghetto", fisico o virtuale che sia) può, forse, essere tollerato, ma sarà comunque visto come un pericolo.

    Cioccolato
    © Sputnik. Igor Zarembo
    Ed eccoci al dunque: piccoli gruppi di persone estranee ad una qualunque comunità, se veramente lo desiderano, possono facilmente essere integrate o perfino assimilate ma, quando il loro numero in un dato luogo aumenta in un breve lasso di tempo, le probabilità che si crei una contrapposizione tra gli autoctoni e i nuovi arrivati aumenta, mettendo a rischio le certezze identitarie preesistenti. Nasce allora la ricerca di qualche identità nuova, sempre piu' piccola, piu' identificabile, e quindi piu' rassicurante.

    Lo si vede sempre piu' frequentemente nei "localismi" o, addirittura, nella riscoperta di nuovi e spesso microscopici nazionalismi. Ma lo si vede anche nella affannosa ricerca di presunte "radici" dimenticate nel tempo o nella riscoperta di misticismi religiosi, sempre piu' intolleranti fino a diventare violenti contro "l'infedele" e il "diverso".

    La causa di ciò che accade è facilmente identificabile: la globalizzazione non ha riguardato solo le merci ma ha portato con sé enormi fenomeni migratori e contaminazioni culturali che spaventano i componenti delle collettività intrinsecamente piu' deboli o insicure.

    Forzare la mano a questi fenomeni con l'imporre accoglienze indiscriminate non può che suscitare reazioni di rigetto sempre piu' dirompenti. Al contrario, diluire nel tempo e nello spazio l'incontro con culture e persone differenti, dando loro il tempo e la possibilità di adattarsi reciprocamente, riduce i rischi di contrapposizioni violente e può perfino essere percepito come un reciproco arricchimento.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    società, Sociologia
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