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    The Olympic rings are seen on the facade of the Russian Olympic Committee (ROC) building in Moscow

    Olimpiadi 2018, quando lo sport diventa un’arma contro la Russia

    © AFP 2017/ Kirill KUDRYAVTSEV
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    Tatiana Santi
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    Il comitato olimpico internazionale ha sospeso la Russia dai Giochi Olimpici invernali del febbraio 2018 a PyeonChang per lo scandalo doping. Gli atleti puliti potranno gareggiare come neutrali senza bandiera né inno. Le Olimpiadi, storicamente luogo di pace, diventano così uno strumento di guerra e un’arma contro la Russia.

    Da che mondo è mondo le grandi competizioni sportive hanno rappresentato una vetrina per ogni Stato, un'occasione quindi non solamente sportiva, ma anche politica per mostrarsi in bella luce sull'arena internazionale. Fra sport e geopolitica corre infatti un legame inscindibile: l'Olimpiade da una parte è una chance per manifestare il proprio potere, dall'altra è anche un'occasione di scambio e di dialogo fra i Paesi.

    Andrea Muratore, redattore de Gli occhi della guerra
    © Foto: fornita da Andrea Muratore
    Andrea Muratore, redattore de "Gli occhi della guerra"
    Non vi è alcun dubbio, ogni atleta dopato deve essere punito, sempre. Quello che notiamo nel caso della Russia però è la volontà di una "punizione collettiva", una colpa che si vuole addossare agli atleti per il fatto di essere russi, prima ancora di entrare nel merito di ogni singolo sportivo e di un suo possibile ricorso al doping. La vicenda della squadra di atletica leggera russa espulsa interamente dai Giochi di Rio 2016 ne è una dimostrazione. Il problema è che alcuni mesi dopo le Olimpiadi la WADA ha assolto 95 su 96 degli atleti russi espulsi per mancanza di prove.

    In attesa dei Mondiali di Calcio ospitati dalla Russia, già obiettivo della "caccia alle streghe" mediatica occidentale, si vuole sperare che il grande sport torni ad essere un luogo di pace, di dialogo, di forte e sana competizione. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Andrea Muratore, redattore de "Gli occhi della guerra".

    — Andrea, come ha reagito alla notizia dell'esclusione della Russia dalle Olimpiadi 2018, che cos'ha pensato?

    — L'ho trovata una mossa sicuramente deleteria, ma purtroppo non sorprendente alla luce di come si era evoluto il contesto mediatico-politico negli ultimi mesi. È la logica conseguenza di una situazione completamente illogica iniziata due anni fa con questa "caccia alle streghe" scaturita dal rapporto McLaren sul doping. La vicenda ha costruito l'idea di un sistema di doping di Stato che sarebbe stato portato avanti dalla Federazione russa con prove circostanziali.

    — L'esclusione della Russia dai Giochi 2018 non suona nuova. La squadra di atletica leggera russa fu squalificata dai Giochi di Rio, poi però diversi mesi dopo la WADA assolse questi stessi sportivi per mancanza di prove. La storia si ripete, si vuole trasformare lo sport in una sorta di arma contro la Russia?

    — In primo luogo vorrei sottolineare quest'inversione grottesca che si ha nell'istituto giuridico per la squalifica degli atleti russi. La Russia viene squalificata in partenza e agli atleti russi è dato il compito di provare la loro innocenza. Gli atleti quindi vengono definiti colpevoli perché russi e non perché effettivamente giudicati per doping. Questo se vogliamo definisce la russofobia moderna: le azioni della Russia molto spesso vengono giudicate in maniera acritica sempre in funzione di una narrazione contraria alla visione del mondo di Mosca.

    In partenza l'azione della Russia risulta negativa e da lì la Russia deve provare la sua innocenza in ogni campo. A questo sistema i media internazionali hanno contribuito in maniera notevole, basti pensare a tutti i casi che sono riportati da Guy Mettan nel suo libro "Russofobia", che consiglio come lettura per comprendere la russofobia acritica che pervade da secoli i Paesi occidentali. Adesso la russofobia ha contagiato lo stesso CIO.

    — Sia chiaro, ogni sportivo dopato, russo, italiano o americano, non ha il diritto di gareggiare. La vicenda della squadra di atletica leggera però ha mostrato che qualcosa non tornava, la stessa WADA ha scagionato tutti gli atleti, i quali però si sono persi un'Olimpiade. Ci vuole insomma più serietà e attenzione quando si decide il destino delle persone, no?

    — Assolutamente sì. Potrei citare in merito dei confronti con quella che è stata l'azione della WADA in questo caso e le azioni di numerose agenzie antidoping su altri casi internazionali. Il doping russo è stato colpevolizzato come un sistema intero sulla base di alcune colpevolezze individuali, vorrei confrontare questo caso con i grandi scandali di doping degli ultimi anni. Ad esempio il caso Armstrong, che portò alla creazione di un sistema mediatico a protezione del caso di doping più grottesco della storia recente. È un sistema che è stato portato avanti per quasi 15 anni. Pensiamo inoltre a come sono stati ignorati a più riprese gli avvertimenti di grandi pionieri della lotta al doping fra cui l'italiano Sandro Donati, che già negli anni ‘90 avvertiva il dilagare del doping. A quei tempi per il CIO si trattava di personalità inattendibili.

    — Lo sport è sempre stata una vetrina per ogni Paese. Che cosa ne pensa del legame fra sport e geopolitica?

    — Il legame fra sport e geopolitica non solo esiste, ma è anche molto forte, basti pensare alla frase che ha reso celebre l'ex presidente della FIFA Blatter: "le istituzioni come la FIFA e il CIO contano più dell'ONU". È una boutade fino ad un certo punto, perché le manifestazioni sportive e lo sport in generale sono una grande occasione di soft power e una grande opportunità economica per diversi Paesi. Questo vale soprattutto per Paesi che hanno poca dimestichezza nel mettersi in vetrina davanti al resto del mondo, come nel caso della Russia. Pensiamo ai programmi di investimento della Russia per numerose manifestazione sportive degli ultimi anni che sono sempre state accompagnate da un velo di diffidenza e di critica molto pregiudizievole.

    Il legame fra sport e geopolitica esiste ed è forte, lo sport, se prendiamo le grandi manifestazioni sportive, è una grande occasione di incontro fra leader, fra personalità. È una grande occasione di scambio. Da un lato lo sport è una vetrina, dall'altro è una fonte di contatti alternativi e grandi avvenimenti di politica internazionale. Pensiamo alla celebre diplomazia del ping pong degli Stati Uniti nei confronti della Cina negli anni '70, in cui effettivamente fu la visita di una squadra di tennisti da tavolo americani in Cina ad avviare il disgelo e la diplomazia che dai canali sportivi passò ai canali ufficiali con l'azione di Nixon.

    — Le Olimpiadi sono sempre state un'occasione di pace e di dialogo, storicamente anche le guerre dovevano essere interrotte durante i Giochi Olimpici. Ora vediamo come lo sport viene strumentalizzato nella nuova guerra fredda. Quali sono i rischi di questo modo di vivere lo sport?

    — Il problema di fondo del sentimento olimpico è che è stato effettivamente minimizzato dal concetto assunto dalle Olimpiadi e i Mondiali di calcio. Negli ultimi 25 anni a questa parte, in particolar modo con i giochi di Atlanta del '96, è nata la visione dell'Olimpiade come enorme appuntamento di business prima ancora che di sport. Le Olimpiadi sono state in partenza strumentalizzate e trasformate in una vetrina economico-mediatica piuttosto che in un reale sentimento competitivo decoubertiniano, se vogliamo.

    Il rischio che vediamo negli anni a venire è che lo sport possa diventare sempre di più un'arma nelle mani di chi punta a danneggiare i propri avversari politici sul piano del soft power. È un'arma a doppio taglio. Sulla buona riuscita di un'Olimpiade il governo scommette una grossa fetta della propria credibilità, quindi può essere nell'interesse di chi punta a danneggiarlo augurarsi un cattivo svolgimento della manifestazione. Molto spesso è il contrario, gli avvenimenti sportivi che dovevano celebrare l'ascesa di una nazione hanno poi finito per peggiorare i suoi problemi, basti pensare a quello che è successo in Brasile ai Mondiali 2014 e ai Giochi 2016.

    — Speriamo che le Olimpiadi ritornino un luogo di pace.

    — Certo, più volte alle Olimpiadi è stato possibile vedere gareggiare la squadra coreana unificata e credo questo sia il miglior manifesto per ciò che l'Olimpiade possa veramente significare.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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