23:01 15 Dicembre 2019
An Afghan police soldier walks past opium and narcotics set on fire during a drug burning ceremony on the outskirts of Kabul, Afghanistan, Wednesday, Oct. 29, 2014

In Afghanistan tira solo la droga

© AP Photo / Massoud Hossaini
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Nell’Afghanistan Opium Survey 2017, l’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il crimine (UNODC) ha certificato che la produzione di oppio nel Paese è cresciuta dell’87% dal 2016 al 2017.

Non è cresciuta solo la quantità, arrivata a ben 9.000 tonnellate (nel 2015 era di 4.800), ma anche le superfici coltivate, passate dai 201.000 ettari a 328.000, cioè il 63 percento in più. Le province ove non si attua nessuna coltivazione di sostanze illecite erano tredici fino all'anno scorso e ne sono rimaste soltanto dieci mentre, in conseguenza, quelle ove si coltivano, da ventuno che erano, sono diventate ventiquattro.

Se tra gli obiettivi della guerra in corso c'era anche l'eradicazione delle piantagioni siamo dunque davanti a un totale fallimento, come notava già dal 2014 il Washington Post.

L'articolo di questo giornale si riferiva all'investimento di 7,6 miliardi di dollari effettuato dal Governo americano per combattere proprio la produzione di papavero da oppio, teso a favorire la conversione delle colture verso i prodotti agricoli tradizionali che erano, fino alla metà degli anni 90, il grano, il frumento, l'orzo, il riso, il cotone, le noci e la frutta, con preferenza per l'uva. D'altra parte, ci si può rendere conto del perché di questo fallimento ricordando che il rendimento della coltivazione del frumento può essere di circa 266 dollari/ettaro (2016) e quello del papavero arriva a 4.622dollari/ettaro.

L'Afghanistan è oramai da anni il più grande produttore al mondo di oppiacei e copre più del 90 percento del mercato mondiale. In aggiunta, è anche diventato il più importante coltivatore di canapa indiana, da cui si ricava la cannabis (specialmente come hashish).

Nel 2004 una fatwa emessa dai locali imam dichiarava tali produzioni contrarie alla sharia ma ciò non è bastato a rallentarne la crescita costante che si è impennata dopo l'invasione della NATO nel 2001. A tutt'oggi si stimano in più di quasi tre milioni le persone impiegate a vario titolo in quest'attività e l'esportazione arriva a generare localmente più di 4 miliardi di dollari l'anno.

Va considerato che ciò che rimane nel Paese rappresenta meno di un quarto del valore finale della merce e va inoltre diviso tra i contadini (forse 350.000 famiglie), funzionari corrotti, talebani, signori della guerra e trafficanti locali di droga. Ciononostante, dedicarsi a questa coltura da' a chi la pratica una certezza d'introiti maggiore di qualunque alternativa e spesso la raccolta è affidata a bambini che contribuiscono così al reddito familiare.

L'agricoltura continua a essere il settore decisivo nel PIL nazionale e, da sola, ne copre il 70 percento. Purtroppo, le terre arabili sono soltanto il 12 percento del territorio e la scarsa distribuzione delle acque penalizza le colture che ne richiedono maggiormente, a differenza del papavero che ne abbisogna in minima parte.

Per dare un'idea della dimensione del fenomeno possiamo dire che tra il 20 e il 30 percento dell'economia afghana dipende in varia misura dalla droga, mentre in Colombia la coca genera soltanto tra il tre e il cinque percento del PIL nazionale.

Come si trattasse di una qualunque altra attività, gli affaristi locali hanno cercato di trattenere per se una maggiore quota del valore generato puntando ad appropriarsi del "valore aggiunto". Mentre fino a pochi anni fa la trasformazione del papavero in eroina era fatta soprattutto in Pakistan, sempre più frequentemente nascono ora laboratori locali che consentono ai "padroni della droga" di trattenere un maggiore profitto.

E' evidente che la maggiore offerta di droghe sui mercati internazionali costituisce un danno per tutte le società che ne sono toccate, ma l'incremento delle coltivazioni e la maggiore disponibilità di merce e di denaro che ne deriva hanno cominciato a fare grandissimi danni anche localmente.

Una delle peggiori calamità che, oltre alla guerra, il Paese si trova oggi davanti è l'aumento del consumo locale. Fino a quattro/cinque anni fa quasi tutta la produzione era esportata ma, adesso, anche il numero dei consumatori afghani ha subito un'impennata in progressione geometrica.

Chi ne è vittima sono soprattutto donne e bambini, come dimostra uno studio recente del fenomeno (giugno 2017) condotto sempre dal Washington Post. Nel 2010 esperti dell'ONU stimavano in un milione d'individui il numero di consumatori regolari e nel 2017 sono già diventati almeno tre milioni, cioè il 12 percento della popolazione. Le donne spesso vi sono state iniziate dai rispettivi mariti oppure hanno cominciato col fumare oppio per stordirsi e dimenticare le sofferenze causate dalla guerra e dalla miseria che ne è derivata.

Poi, sono passate all'eroina e moltissime hanno cominciato a somministrarla ai figli per tenerli buoni mentre "si facevano". In conseguenza sono aumentate anche le prostitute e le "sbandate" che hanno abbandonato le famiglie anche per la vergogna della loro condizione. Per il tentativo di rieducarli disintossicandoli, il Governo di Kabul, aiutato da fondi europei e americani, ha creato centri di raccolta per questi poveracci ma, a parte i ridotti numeri di persone che possono essere "trattate", la maggior parte di loro appena esce ricade nell'abitudine precedente perché, comunque, sono rifiutate dalla famiglia che avevano lasciato.

C'e' da domandarsi, a questo punto, cosa sia meglio, se continuare nella "missione" sperando di riuscire a migliorare la situazione o se non sia proprio la nostra presenza, e cio' che ne deriva, la profonda causa del degrado in cui versa questo Paese.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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