04:32 26 Settembre 2018
Situazione all'aeroporto di Donetsk

Donbass, la guerra dimenticata continua

© Foto : fornita da Eliseo Bertolasi
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Tatiana Santi
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Il conflitto in Ucraina orientale, a quasi 4 anni dal suo inizio, non ha mai visto una vera tregua e provoca tuttora morti. Donbass, la guerra dimenticata continua.

Eliseo Bertolasi
© Foto : fornita da Eliseo Bertolasi
Eliseo Bertolasi
Una guerra nel cuore dell'Europa che non fa più notizia, ma che continua a mietere vittime civili. Molti giornalisti per documentare la guerra in Ucraina orientale hanno perso la vita, come il fotografo russo Andrey Stenin o il giornalista italiano Andrea Rocchelli, sulla cui uccisione si indaga tuttora in Italia, in attesa della verità.

Qual è l'importanza del mestiere del reporter di guerra soprattutto quando alcuni conflitti non trovano più spazio sulle pagine dei giornali? Sputnik Italia ha raggiunto il reporter Eliseo Bertolasi, da anni impegnato a documentare il conflitto nel Donbass.

— Una guerra dimenticata, come molte altre guerre. Il conflitto in Ucraina orientale, scoppiato quasi 4 anni fa continua a provocare morti, ma i media occidentali non ne parlano più. Eliseo, secondo te perché? 

— Il mainstream non ne parla, i siti alternativi però ne parlano. Sappiamo benissimo che il mainstream è il riflesso delle forze politiche che si trovano al potere. Nel cosiddetto "occidente" i media ufficiali non devono informare, suscitare atteggiamenti di ricerca e provocare il desiderio di far luce sulla realtà, in sostanza fornire i mezzi per leggere la realtà. Guai a loro! Semplicemente devono uniformare la massa alle disposizioni che ricevono dall'alto. Questo è il mainstream.

Quindi, in automatico, si crea il meccanismo dei doppi standard, in altre parole: dare visibilità solo a ciò che è utile e funzionale al potere dominante, non dare visibilità o distorcere la verità davanti a ciò che, invece, potrebbe suscitare atteggiamento critico verso le azioni e verso le scelte del potere dominante.

— Cioè?

— I media occidentali hanno dato grande visibilità al Maidan, me lo ricordo benissimo ero in Piazza. C'era in gioco la possibilità di determinare uno spostamento dell'Ucraina nell'orbita d'influenza occidentale, evento che poi è avvenuto. Quindi alzando il vessillo della "democrazia" dei valori dell'occidente, del diritto a protestare, addirittura del diritto del popolo a buttar giù con la forza un governo, anche se legittimo, è partito il grande appoggio mediatico occidentale alla rivolta di Maidan, i cui esiti li conosciamo benissimo, dai quali ormai a distanza di 4 anni potremmo addirittura trarne un bilancio.

Della guerra nel Donbass, una delle conseguenze più tangibili del Maidan, non se ne deve parlare, considerando che tale guerra si pone in netto contrasto alle politiche egemoniche di Stati Uniti, Unione Europea e della Nato nell'Europa orientale in chiave antirussa. Questi sono uno dei tanti esempi dei doppi standard.

Per la popolazione del Donbass non c'è e non ci sarà alcun riconoscimento alla loro lotta, nel Donbass non c'è nessun diritto umano da salvaguardare per salvare la vita della popolazione, delle donne e dei bambini.

— Eliseo sei stato diverse volte nel Donbass per testimoniare la realtà sul campo, trovandoti spesso in prima linea, all'aeroporto di Donetsk quando passava lì la linea del fronte ad esempio. Quali testimonianze ti hanno colpito di più?

— Si, ricordo benissimo l'aeroporto, ho avuto la possibilità di arrivarvi durante i combattimenti. Più volte nelle mie pubblicazioni sono tornato su questo tema: un inferno. Condizioni di combattimento terribili, distruzione dappertutto, un ammasso di macerie crivellate di colpi, tutto sventrato dalle esplosioni.

La testimonianza più toccante: la presenza, in quell'inferno, anche di ragazze tanto belle quanto intrepide e coraggiose. La loro scelta di difendere la propria terra la propria identità fino alla possibile ed estrema conseguenza della morte. Poi un'altra emozione, mia personale: il senso di angoscia, la pena, lo sgomento nel camminare in un edificio che ricordavo benissimo quando c'era ancora la pace. Un aeroporto quello di Donetsk nuovo, moderno e funzionale. Vi sono atterrato due volte ai tempi dell'Ucraina pre-Maidan con voli diretti dall'Italia. Veramente una sensazione stranissima difficile da raccontare.

— I famosi accordi di Minsk sembrano una favola dimenticata, non sono mai stati rispettati. Si continua a morire nel Donbass, nonostante i vertici politici internazionali in cui si ripetono le stesse identiche frasi. Possiamo dire che esistono due realtà parallele che non si incrociano per il momento: la grande politica dei summit e il campo di battaglia? 

— Si, si può dire. Gli accordi di Minsk prevedevano la tregua, questa tregua c'è stata solo "sulla carta", bisognerebbe chiedere agli abitanti dei villaggi in prossimità del fronte cosa ne pensano di questa "tregua". A me hanno sempre riferito che la tregua non c'è mai stata. Non parliamo di mesi, ma parliamo di anni. Una realtà dove la guerra è ormai, drammaticamente, penetrata nella vita delle persone, diventando una ordinaria condizione di vita: di notte i bombardamenti, bambini e civili che spesso si devono riparare nei "podvaly" (sotterranei), distruzione, penuria di rifornimenti, distruzione, impossibilità di ricominciare la ricostruzione, semplicemente impossibilità di vivere normalmente.

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— Non possiamo sapere lo sviluppo di questa situazione, né le sorti dell'Ucraina e del Donbass. Una cosa è certa: il dolore dei civili per questa guerra non può rimanere inascoltato. Molti giornalisti, fra cui l'italiano Andy Rocchelli hanno perso la vita documentando questo conflitto. Qual è il ruolo dei reporter di guerra a tuo avviso? 

— Tu hai ricordato Ronchelli io invece voglio ricordare i russi come Andrey Stenin, anch'esso morto sul fronte nel Donbass, come anche gli ucraini Oles Buzina, Sergej Sukhobok, assassinati, nel loro caso, a Kiev distanti dalle zone di guerra. Questo nel più totale "vergognoso" silenzio dei media occidentali, giornalisti schierati su posizioni antigovernative.

Il ruolo dei reporter, dei corrispondenti di guerra è fondamentale, sono preziosissime testimonianze che descrivono la realtà sul posto. Operatori che non temono né per la loro vita, né le ripercussioni che poi incontreranno.

Chi torna dal Donbass e inizia a raccontare di questa guerra dimenticata sa benissimo che il proprio nome finirà su una delle cosiddette blacklist ucraine di proscrizione. Questo dato contraddice nei fatti il vociare di Kiev sul suo adeguamento e accettazione degli standard europei di libertà di democrazia.

— Anche tu sei stato criticato per ciò che hai documentato, no?

— Sì, io sono stato spesso attaccato anche screditato per ciò che ho scritto e raccontato della guerra nel Donbass. Non ho mai voluto cogliere le provocazioni. Se davanti a immagini di morte e distruzione, se davanti a prove oggettive che "parlano da sole" abbiamo come reazione calunnie isteriche, si tratta solo di provocazioni. Una critica o una smentita passa solo attraverso una dialettica costruttiva supportata da altrettante prove oggettive. Cito il caso della recente inchiesta di Gian Micalessin sui cecchini che hanno sparato sui manifestanti del Maidan: un lavoro di grande giornalismo d'inchiesta. Giornalisti così oggi ce ne sono ben pochi.

L'opinione dell'autore puo' non coincidere con la posizione della redazione.

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Eliseo Bertolasi, Donbass, Ucraina
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