11:43 20 Giugno 2019
Cartelli che invitano a votare al referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno ad Erbil.

Sognando Catalogna, perché il referendum in Kurdistan ha complicato solo le cose

© Sputnik . Dmitriy Vinogradov
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Mario Sommossa
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Per la ricerca o la conferma di nuove o vecchie identità, le ultime settimane hanno visto nel mondo ben tre referendum popolari riguardanti la domanda di maggiore autonomia o d’indipendenza.

Due, quello in Catalogna e quello nel Kurdistan iracheno sono stati giudicati illegali dai rispettivi Governi centrali e dalla gran parte della comunità internazionale.

Solo quelli lombardo e veneto hanno avuto l'approvazione del Governo anche perché, a differenza degli altri due, non erano mirati a una possibile secessione bensì a un aumento delle competenze decisionali. Anche tra la consultazione curda e quella catalana c'era una qualche differenza: la prima era ufficialmente dichiarata "consultiva", la seconda "decisionale". 

Come le cose stiano procedendo tra Madrid e Barcellona è argomento quotidiano in tutti i notiziari, mentre della situazione in Iraq si parla molto meno, forse perché geograficamente più lontana.

Eppure, anche se la contesa spagnola può diventare molto pericolosa per tutta l'Europa, ciò che sta succedendo tra Erbil e Baghdad non è meno rischioso per la stabilità mondiale.

Che i curdi siano da tutti conosciuti come uno dei pochi popoli senza un loro Stato è cosa risaputa, ed è noto il desiderio di molti di loro di poterlo finalmente costituire. Un problema è che coloro che vivono nella Regione Autonoma Curdo-Irachena sono solo meno di sei milioni di persone, mentre in Turchia ce ne sono quasi diciotto milioni e in Iran circa sette.

Altre minoranze curde sono presenti in Siria (si stima un milione e mezzo) e in Armenia (qualche centinaio di migliaia). La loro suddivisione fra vari Stati è una costante storica, così come, anche a seguito di ciò, lo sono le lotte intestine tra le varie tribù. Anche ai nostri giorni, nonostante nessuno di loro osi manifestare pubblicamente argomenti contro l'unita' di tutti i curdi, le contrapposizioni e le rivalità continuano: è noto che, di là dalle dichiarazioni ufficiali, il Governo di Erbil non ha buoni rapporti con i curdi di Turchia (sia con il PKK che con il partito di Demirtas) e vede i peshmerga siriani come dei rivali. Perfino all'interno dello stesso Kurdistan iracheno dopo una decina d'anni in cui ogni contrasto sembrava superato, i rapporti tra il partito di maggioranza PDK (guidato dai Barzani) e il PUK (fondato dal recentemente scomparso Jalal Talabani) sono tornati ai ferri corti.

E' anche per cercare di recuperare attorno a sé tutta la popolazione della Regione e sottrarre spazio politico al PUK che il Presidente Regionale, Massoud Barzani, ha deciso di dare il via al referendum per l'indipendenza da Baghdad. Intelligente e prudente, l'uomo ha sempre sostenuto che l'esito, atteso come un plebiscito a favore, sarebbe stato usato come strumento per meglio negoziare le rispettive competenze con il Governo centrale, ma il desiderio d'indipendenza è facile infiammarlo, più difficile controllarlo.

Soprattutto dopo che l'ostilità' alla consultazione, manifestata dai forti vicini Turchia e Iran e dagli "amici" statunitensi, avevano di fatto isolato il Governo Regionale. Proprio questo isolamento ha, invece, incoraggiato il Premier iracheno Al Abadi nel tenere un atteggiamento di non disponibilità al dialogo e decidere di agire con particolare durezza. Subito, assieme a turchi e iraniani, ha chiuso lo spazio aereo per tutti i voli in entrata e in uscita dalla Regione, poi, pur promettendo fino all'ultimo di non voler usare la forza, ha inviato le proprie truppe su Kirkuk, la città irachena petrolifera per eccellenza.

Questa località era stata storicamente abitata principalmente da curdi ma, considerata la sua valenza economica strategica per l'economia del Paese, fu volutamente "arabizzata", sostituendo molta della popolazione originaria con arabi trasferiti da altre zone. Durante la guerra contro lo Stato Islamico fu, in un primo tempo, occupata dai terroristi ma presto riconquistata dai peshmerga che cercarono di restaurare una maggioranza curda tra gli abitanti.

Il tutto avveniva nel 2014 e, da allora, si fece il possibile per renderla omogenea con il resto della Regione. Sul municipio fu tolta la bandiera irachena e sostituita con quella con il sole curdo e da Erbil si dichiarò che mai sarebbe ritornata sotto il controllo di Baghdad.

Il motivo di questo interesse per la città non è solo sentimentale: sulla produzione regionale di quasi 650.000 barili di petrolio il giorno, ben 250.000 derivano dai pozzi locali di Bai Hasan e Avana e altri dai pozzi circostanti.

Prima del conflitto un oleodotto li collegava direttamente al porto turco di Ceyhan senza passare dal territorio curdo e, quando i danni della guerra lo interruppero, il trasporto del prezioso liquido dovette passare attraverso il nuovo oleodotto, realizzato sul territorio controllato dai curdi.

La scorsa settimana, dietro ordine di Al Abadi, le milizie della Popular Mobilization Forces (a prevalenza composte di gruppi sciiti) e le truppe regolari irachene hanno riconquistato la città con i relativi pozzi petroliferi e ciò costituisce un grave danno per la già traballante economia di Erbil, con la conseguenza di vanificare l'autosufficienza economica indispensabile per una vera indipendenza.

Sembrerebbe che, dopo un primo breve scontro alla periferia della città con qualche morto tra entrambi i contendenti, i peshmerga abbiano abbandonato il luogo senza più combattere. Tale resa ha consentito (almeno fino a ora) di evitare la premessa di una sanguinosa guerra civile ma non ha mancato di suscitare nuove polemiche interne al fronte curdo. Il controllo della città, infatti, era affidato principalmente ai peshmerga vicini al Partito PUK, notoriamente più sensibili alle sollecitazioni iraniane, e da Erbil si è subito urlato al tradimento.

Ora, si tratterà di vedere se le truppe nazionali irachene si accontenteranno di quanto già conquistato o se avanzeranno di più verso nord, avvicinandosi pericolosamente alla capitale curda. Anche a est, nella zona di Sinjar, i peshmerga sono stati costretti a ritirarsi dalle zone precedentemente sottratte all'ISIS e il Governo di Baghdad ha dichiarato di aver pure ripreso possesso della diga di Mosul (ove per la rimessa in funzione hanno lavorato i tecnici della nostra Trevi protetti dai peshmerga di Erbil). L'obiettivo iracheno è quello di ricacciare i curdi all'interno dei confini della loro Regione così come stabilito dalla riforma costituzionale del 2005. 

Solo allora, possibilmente, Baghdad riaprirà il dialogo.

Di certo, visto con il senno di oggi, la decisione di Barzani di lanciare il referendum contro il parere di tutti (fece eccezione Israele), si sta rivelando un azzardo controproducente: ha ricompattato Iran e Turchia; ha messo in difficoltà gli americani, divisi tra la volontà di giocare i curdi contro il predominio iraniano in Iraq e la necessità che non si toccassero i confini prestabiliti; ha dato al Governo centrale l'alibi per riconquistare i territori acquisiti dai curdi durante la guerra contro l'ISIS e, soprattutto, ha diviso ancora più tra loro le forze politiche interne.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Indipendenza, curdi, Referendum per l'indipendenza, Referendum, Kurdistan, Siria, Iraq
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