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    Medioriente come un drago a sette teste, vinto l’ISIS si moltiplicano i problemi

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    Mario Sommossa
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    Più il tempo passa e la sconfitta definitiva dell’ISIS si avvicina e più la situazione in Medio Oriente si complica.

    La caduta di Raqqa, invece di appianare i conflitti tra le forze in campo contribuirà ad aumentarli. Non si tratta solo dei combattenti che si riverseranno in altri paesi con nuove identità e potrebbero diventare cellule terroristiche locali, ma anche di decidere quali saranno i nuovi equilibri tra protagonisti vicini e lontani delle ostilità in corso. Chi conosce quella parte del mondo sa bene che lì non esistono "nemici" e "amici" ma ciascuno è, contemporaneamente, l'uno e l'altro.

    I sauditi, storici amici degli americani, hanno preso atto che il vincente intervento russo in Siria li obbliga a venire a patti con Mosca, se non altro per non lasciare che i russi consolidino i rapporti solo con l'Iran.

    Di conseguenza, il Re si è, per la prima volta in assoluto, recato in Russia, dove è stato amichevolmente ricevuto da Putin e dal Primo Ministro Medvedev. Riyad aveva già cominciato ad aprirsi verso una collaborazione con Mosca un anno fa, spintavi dalla necessità di ottenere che l'offerta di petrolio russo sul mercato mondiale diminuisse per rialzare il prezzo del barile. Lo scopo fu raggiunto e il forte deficit di bilancio saudita, pari al 15 per cento del PIL nel 2015, salito al 17,3 nel 2016, è sceso alla metà nei primi mesi di quest'anno. Il risultato del recente incontro è stato però politicamente ancora più importante: intese nel campo dell'energia, delle infrastrutture, dei trasporti, delle alte tecnologie e, soprattutto negli armamenti.

    Infatti, è stato concordato un contratto di tre miliardi di dollari per l'acquisto di missili S-400, armi che Mosca non ha ancora nemmeno fornito al suo alleato Iran.

    L'accordo non dovrebbe aver fatto molto piacere a Washington che già ha grandi problemi con il più forte alleato nell'area: la Turchia. Ankara, pur essendo membro della NATO, aveva già acquistato armamenti sia dai cinesi sia dai russi e con questi ultimi (e con l'Iran) è artefice delle negoziazioni in corso ad Astana per decidere il futuro assetto siriano.

    Gli Usa restano, di fatto, esclusi dal possibile esito di quei colloqui. Come non bastasse, negli ultimi giorni si è creato un nuovo motivo di forte frizione tra Stati Uniti e Turchia a causa dell'arresto di un turco impiegato presso il Consolato di Istanbul, accusato dai servizi locali di spionaggio a favore di Fetullah Gulen.

    Gli USA continuano, comprensibilmente, a rifiutare l'estradizione di quest'ultimo, anche per l'evidente pretestuosi delle accuse. L'avvenuto arresto di un suo dipendente è stato giustamente inteso più come un avvertimento ostile che come un puro atto di controspionaggio e, come risposta, il Dipartimento di Stato ha deciso di rifiutare i visti per gli Stati Uniti a ogni cittadino turco, con l'esclusione dei soli visti per "ragioni umanitarie".

    Chi potrebbero essere i turchi che chiederebbero un visto per queste ragioni? Evidentemente soltanto i possibili oppositori "perseguitati" dal Governo in carica. Ankara ha deciso di fare lo stesso con i cittadini americani e ora anche le linee aree che congiungono i due Paesi dovranno essere sospese. L'altro importante motivo di "incomprensione" tra i due è l'atteggiamento americano nei confronti dei curdi di Siria che li considerano validi alleati sul terreno contro l'ISIS mentre i turchi, accusandoli di legami con il PKK, li definiscono terroristi. È evidente che i curdi sono la sola carta che resta nelle mani di Washington per cercare di mantenere un qualche ruolo in Siria e la possibilità che nasca uno staterello curdo indipendente (o almeno una Regione con forte autonomia) permetterebbe a Washington di immaginare proprie basi in loco.

    Queste sarebbero molto utili per condizionare ogni futuro del Paese e per rompere "l'arco sciita" che consente agli iraniani di arrivare da Tehran fino al Mediterraneo.

    Anche con i curdi di Iraq i rapporti sono molteplici e contradditori. Il governo in carica ad Erbil ha la necessità di buone relazioni con la Turchia, essendo il passaggio in quel territorio l'unico sbocco per ricevere merci e vendere il proprio petrolio e il gas. Anch'essi hanno, da anni, un ottimo rapporto con gli Stati Uniti ma sono acerrimi rivali dei confratelli siriani, egemonizzati dal PYD. Il recente referendum per l'indipendenza da Baghdad ha messo Erbil in urto con Ankara e con l'Iran ma anche Washington non vede di buon occhio il ridisegno dei confini, temendo dia la stura a cambiamenti molto più ampi. Salvo eventuali accordi negoziali che possano calmare le acque, Erbil si troverebbe isolata, con il solo sostegno palese di Israele.

    Anche i russi però, pur rimanendo alleati dell'Iran e della Turchia (in competizione tra loro per l'egemonia sul mondo arabo) non disdegnano l'amicizia dei curdi iracheni e, senza prendere alcuna posizione decisa verso o contro l'indipendenza, hanno recentemente investito nel settore petrolifero/gasifero della Regione tramite Rosneft e Gazprom. Da anni, inoltre, il Consolato russo di Erbil ospita il maggior numero di diplomatici di ogni altro proprio consolato nell'area, senza, comunque, negare l'apertura di un ufficio del PYD a Mosca.

    In questo quadro di amici-nemici, l'unica apparente certezza di inequivoca inimicizia sembra essere quella di Trump contro l'Iran. È di questi giorni la notizia, sbandierata con gran clamore, che la Presidenza americana invita il Congresso a de- certificare l'accordo sul nucleare raggiunto da Teheran con i 5+1 e ad aprire a nuove sanzioni. Gli alleati europei, basandosi sul via libera dell'AIEA (incaricata di verificare che gli impegni presi da Tehran siano da quest'ultima rispettati), hanno però affermato che, da parte loro, intendono tener fede a quanto concordato anche se uno dei sottoscrittori volesse ritirarsi. Chi non è per nulla contento dell'intesa che Trump definisce " uno dei peggiori accordi mai firmati dagli Stati Uniti" sono Israele e Arabia Saudita ed è certamente anche per compiacere i due che Trump ha deciso il pugno duro.

    Infischiandosene di questa dimostrazione di "solidarietà", il Re saudita è comunque andato a Mosca e lo stesso ha fatto Netanyahu, preoccupato del futuro ruolo di Hezbollah in Siria e Libano.

    Quanto sopra non è certo esaustivo delle contraddizioni che esistono nell'area perché c'è pure la strana questione del Qatar. Da quando il piccolo Paese ha cominciato ad arricchirsi, grazie alla vendita del suo gas nei mercati di tutto il mondo, ha cercato di sottrarsi all'invadenza politica saudita e ha sviluppato una propria politica estera alternativa, spesso in contrasto con quella di Riyad. Ha sostenuto, e sostiene, i Fratelli Musulmani detestati dai sauditi, ha ospitato a Doha la sede di Hamas seppur finanziata dall'Iran, ed ha aperto negoziati con Tehran per lo sfruttamento dell'enorme giacimento di gas che giace sul fondo marino a cavallo delle acque territoriali dei due Paesi del Golfo.

    Questa sua disinvoltura non è stata tollerata dai sauditi che il 5 giugno scorso hanno convinto gli Emirati, il Bahrein e l'Egitto (l'appello per l'adesione fu rivolto anche ad altri stati islamici sunniti quali la Malesia e l'Indonesia, ricevendone però un rifiuto) a chiudere con il Qatar ogni rapporto diplomatico e commerciale per soffocarne l'economia e ridurlo all'ordine. L'accusa formale è di trescare con il nemico sciita iraniano e di sostenere sette eretiche musulmane.

    L'ultimatum impone di cessare tutte le pratiche ostili (cioè di ri-allinearsi a Riyad) e di chiudere le emissioni della televisione Al Jazeera. Contro ogni attesa dei sauditi, anziché restare isolata, la diplomazia qatarina si è immediatamente mossa in tanti Paesi del mondo ricevendo vasta solidarietà.

    Il risultato è stato che i turchi hanno avuto l'opportunità di dislocare proprio in Qatar (e quindi vicinissima ai confini Arabo Sauditi) una propria base militare. Anche con Tehran il raggiungimento dell'accordo per il giacimento gasifero è diventato più facile e si è deciso di riaprire le rispettive Ambasciate (chiuse dal gennaio 2016).

    Approfittando dell'occasione, e ufficialmente per sostenere il tentativo di mediazione di Kuwait e Oman, il Ministro degli Esteri russo è arrivato a Doha per trarre profitto dai possibili nuovi equilibri nell'area. Perfino dal punto di vista economico, dopo un contraccolpo iniziale costato il 23 percento del PIL, tutto è ripartito: gli scambi che prima transitavano da Emirati e Arabia Saudita sono stati riconvertiti attraverso l'Oman, l'Iran e i Paesi asiatici, la francese Total investirà per il raddoppio della produzione di gas e l'italiana Fincantieri venderà delle nuove Corvette. Anche gli americani, che pur avevano dato inizialmente l'avallo al boicottaggio, ricordandosi di avere proprio in Qatar la loro maggiore base militare nella zona, hanno confermato la vendita di loro aerei da caccia F-15. Al contrario, la vendita di armamenti promessa da Trump durante il suo viaggio nel Golfo è ancora sospesa e non è nemmeno stata ancora sottoposta al Congresso per la ratifica.

    La confusione, come si vede, è dunque forte ma quanto qui descritto costituisce solo una sintesi affrettata di ciò che è la realtà attuale in Medio Oriente. Per non parlare delle complicazioni future.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    s-400, al Jazeera, AIEA, PKK, Il gruppo 5+1, NATO, Il re Salman bin Abdulaziz Al Saud, Russia, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Iran, Medio Oriente
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