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    Referendum veneto-lombardo, una manovra tutta politica

    © Foto: fornita da Eliseo Bertolasi
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    Tatiana Santi
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    Si avvicina il referendum sull’autonomia in Veneto e Lombardia. Nessuna indipendenza ovviamente, ma una richiesta di maggiori competenze per avviare le trattative con lo Stato, previste dall’articolo 116 della Costituzione. Referendum veneto-lombardo, una manovra tutta politica.

    Il voto previsto il 22 ottobre è un referendum consultivo senza alcuna efficacia giuridica e racchiude in sé in realtà un valore puramente politico per legittimare le richieste di una maggiore autonomia in vari settori. Il Veneto e la Lombardia inoltre vorrebbero tenersi più soldi nelle proprie casse.

    Che le regioni italiane abbiano problemi e bilanci diversi è indubbio, la soluzione sarebbe un regionalismo differenziato previsto dall'articolo 116 della Costituzione Italiana, che prevede una trattativa fra lo Stato e le Regioni. Il referendum del 22 ottobre ha subito delle critiche perché ritenuto inutile e dispendioso visto che non è necessario per aprire un negoziato con lo Stato. L'Emilia Romagna ha attivato infatti il procedimento previsto dall'articolo 116 senza indire un referendum.

    Michele Ainis al XXIX Salone Internazionale del Libro 2016.
    Michele Ainis al XXIX Salone Internazionale del Libro 2016.
    Il referendum del Veneto e della Lombardia vuole essere insomma una manovra politica, ma è anche un voto da non sottovalutare perché riporta a galla la questione del regionalismo differenziato. "Sarebbe giusto che tutte le regioni diventassero regioni a statuto speciale", è l'opinione espressa in un'intervista a Sputnik Italia dal noto costituzionalista Michele Ainis.

    — Il referendum del 22 ottobre non è vincolante. Michele Ainis dal suo punto di vista è un voto significativo? In altre parole a che cosa può servire?

    — Si tratta di applicare una norma che contiene la Costituzione Italiana, l'articolo 116 permette un regionalismo differenziato, cioè ciascuna regione può avere delle competenze diverse dalle altre. Parliamo di un esito di un negoziato fra lo lo Stato Italiano e le singole regioni. Sono partite l'Emilia, il Veneto e la Lombardia, queste ultime due regioni hanno deciso di consultare i propri cittadini, questo non sarebbe stato necessario dal punto di vista procedimentale. È un referendum non vincolante, solo consultivo. Molti lo definiscono un referendum superfluo, perché è ovvio che se si chiedono maggiori competenze la maggior parte dei cittadini diranno di sì. Il valore di questo referendum è più politico che giuridico.

    — Quanto è importante in questo contesto l'affluenza al referendum?

    — Anche qui l'affluenza ha un valore politico, i governatori del Veneto e della Lombardia, due regioni guidate dalla Lega Nord, partito fortemente autonomista in Italia, potranno dire al governo che avranno dalla loro parte la gran parte dei veneti e dei lombardi.

    — Nella pratica può cambiare qualcosa dopo il referendum?

    — Il referendum darà più forza politica alla richiesta del Veneto e della Lombardia di avere maggiori competenze di tipo tributario, cioè la possibilità di trattenere all'interno delle regioni una parte maggiore del reddito prodotto dalle regioni medesime.

    — Le due regioni alla fine potrebbero ottenere dei risultati reali?

    — Innanzitutto il referendum cade in un momento in cui sta finendo la legislatura, se ne aprirà un'altra, non sappiamo quale governo e quale maggioranza parlamentare ci sarà. Se nella prossima maggioranza ci fosse per esempio un governo di centrodestra con la Lega queste concessioni le regioni le otterrebbero comunque, referendum o non referendum. Si tratterebbe di un governo sensibile alle istanze autonomiste o federaliste. È più una manovra di tipo politico ed elettorale che giuridico. Tanto è vero che l'Emilia Romagna si sta muovendo e magari raggiungerà risultati più rapidi senza consultare i propri cittadini. Anche questa regione chiedi maggiori competenze ed ha aperto una trattativa con lo Stato Italiano per ottenerle.

    — La disparità fra le regioni è un problema che esiste effettivamente. A suo avvio come andrebbe risolto?

    — Io credo che all'interno di una cornice unitaria, cioè l'esercito, la polizia e una serie di servizi non possono che essere uguali per tutto il territorio, poi ciascuna regione è diversa dall'altra. La Calabria ha dei problemi diversi rispetto alla Lombardia per esempio, quindi è giusto che ci sia un regionalismo differenziato, cioè che le competenze regionali siano un po' "a fisarmonica", dov'è possibile più ampie o altrimenti più ristrette. Sarebbe anche giusto secondo me premiare, assegnando maggiori competenze, le regioni più virtuose sul piano economico e dei bilanci. In fondo noi in Italia abbiamo cinque regioni a statuto speciale per ragioni storiche che risalgono al dopo guerra. Sarebbe giusto che tutte le regioni diventassero regioni a statuto speciale.

    — Quale sarebbe l'iter?

    — Con l'articolo 116 della Costituzione, che stanno cercando di utilizzare la Lombardia, il Veneto e l'Emilia. Potrebbero farlo anche tutte le altre regioni.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Referendum, Michele Ainis, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Italia
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