00:42 11 Dicembre 2019
Elezioni Regionali in Italia

Che senso ha il referendum veneto-lombardo?

© REUTERS / Ciro De Luca
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Mentre i riflettori internazionali sono puntati sulla Catalogna e i disordini legati al recente referendum per l’indipendenza, si avvicina il 22 ottobre, quando i cittadini veneti e lombardi saranno chiamati alle urne per il voto su una maggiore autonomia delle proprie regioni. Privo di valore giuridico, che senso ha il referendum veneto-lombardo?

Fra meno di un mese i seggi di Lombardia e Veneto apriranno le porte ai propri cittadini per votare due referendum consultivi per una maggiore autonomia delle regioni interessate. Si tratta di un referendum imparagonabile a quello catalano, finito sulle prime di tutti i giornali nelle ultime ore.

Il referendum veneto-lombardo non possiede valenza giuridica e quindi non può portare a degli effetti pratici, riveste bensì un ruolo politico con lo scopo di innescare le trattative fra lo Stato e le regioni per richiedere ulteriori competenze. I quesiti che verranno presentati agli elettori ovviamente non hanno nel rispetto della Costituzione alcun legame con il tema dell'indipendenza.

Che se ne pensi, il prossimo referendum al nord Italia solleva l'eterno e complesso dibattito sul federalismo. Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale all'Università di Bologna.

— Professore Morrone, facciamo chiarezza, per cosa si vota ai due referendum che si terranno in Veneto e Lombardia il 22 ottobre?

— I progetti dei due quesiti referendari è simile, perché prima il Veneto con una legge, poi la Lombardia con una delibera della Giunta regionale chiedono al corpo elettorale veneto e lombardo se sono d'accordo che la regione Veneto e Lombardia possano attivare dei poteri e delle competenze ulteriori secondo quello che prevede la Costituzione nella sua norma, cioè l'articolo 116 terzo comma.

Si tratta semplicemente di aumentare i poteri, le competenze, le spese che la Regione può disporre direttamente.

— Questi due referendum trovano quindi legittimazione?

— Detta così sembra una cosa molto semplice. In realtà bisogna risalire indietro nel tempo. L'iniziativa originaria della Lombardia, anche quella del Veneto per la verità, è l'ultimo atto di una lunghissima vicenda che va avanti da più di un decennio. Come i lettori sanno, la Lega Nord prima e poi anche altre forze politiche si sono fatte portatrici dell'idea che si potesse ricostruire la Repubblica Italiana secondo tre macro Stati, uno di questi la Padania. Non potendo realizzare questo progetto politicamente si è pensato di farlo attraverso degli strappi. I referendum regionali sono degli strappi. Tempo fa si chiese attraverso delle leggi di poter modificare la Costituzione sentendo il popolo veneto e lombardo. La Corte Costituzionale ritenne che questo referendum non si potesse fare perché la Costituzione non consente ad una regione di potersi separare dal resto dello Stato.

In questo caso la regione Veneto aveva approvato una legge con più quesiti che degradavano per intensità. Si passava da un quesito per proclamare l'indipendenza del Veneto ad un altro quesito che affermava la sovranità del Veneto fino all'ultimo quesito sull'aumento di competenze. La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legge e l'ha in parte dichiarata illegittima, annullando quei quesiti che spingevano un po'come in Catalunya verso l'indipendenza e la sovranità della regione, quindi verso la secessione. La Corte ha considerato legittimo soltanto l'ultimo quesito sul quale si voterà, perché il quesito chiede di poter attivare una procedura che è costituzionalmente prevista e che consente alle regioni di acquisire maggiori competenze.

Dobbiamo partire dal fatto che la Corte Costituzionale ha ritenuto illegittime le richieste più spinte del Veneto verso l'indipendenza con lo scopo della secessione dallo Stato Italiano. Il referendum consentito invece è molto più blando.

— I quesiti del referendum che sono stati approvati parlano di maggiore autonomia e non dell'indipendenza.

— È molto importante distinguere i due concetti. L'indipendenza presuppone la secessione, il che dal punto di vista di una Costituzione sia essa regionalista o federale, è illegittima. Questo lo dimostra la questione catalana. Si possono modificare i rapporti fra Stato e regioni facendo acquisire alle regioni stesse maggiori autonomie. Questo non significa che non ci siano dei problemi. Il referendum pone problemi concreti di attuazione.

— Quali sono infatti gli effetti pratici in caso di successo del referendum? In altre parole il referendum ha un senso pratico o è inutile?

Il ponte dei sospiri, Venezia
© flickr.com / ragingwire

— Questo referendum ha soprattutto una carica politica, perché giuridicamente non ha nessun valore. La Costituzione prevede un procedimento particolare affinché la regione possa acquisire maggiori competenze, tale procedimento non prevede affatto le consultazioni delle regioni. Il procedimento prevede che ci sia un accordo fra il governo della Regione e il governo nazionale, che inoltre su questo accordo vengano sentiti gli enti locali della Regione.. Quando l'accordo sarà completato dovrà poi essere portato al Parlamento nazionale, perché il Parlamento approvi la legge. Con questa legge si potrà capire esattamente quale sarà il nuovo volto della regione.

In realtà il Veneto e la Lombardia chiedendo questo referendum stanno semplicemente cercando una maggiore legittimazione politica all'avvio dell'iniziativa per poter acquisire maggiori competenze. Parliamo di un atto che precede un iter dal valore politico ancora tutto da cominciare.

— Teoricamente di questo passo si potrebbe arrivare ad un'Italia federale?

— È una discussione che va avanti da 25 anni in questo Paese. C'è stata una riforma costituzionale nel 2001 che ha cercato di dare una risposta alla protesta leghista, che chiedeva la secessione della Padania dallo Stato. Tutti ricorderanno che Umberto Bossi parlava di secessione, poi si è trasformata questa parola illegittima in "devolution".

La riforma costituzionale del 2001 porta a dare maggiori autonomie alle regioni. È una riforma che si è dimostrata molto problematica, perché il passaggio da uno Stato unitario decentrato com'è il nostro ad uno Stato anche federale non è così semplice, soprattutto in un Paese che presenta forti divisioni fra Nord e Sud, Est e Ovest. Si è fatto un tentativo di aggredire questo tema con la legge sul federalismo fiscale, cioè a partire da una redistribuzione delle risorse. Anche questa questione è rimasta sulla carta: redistribuire le risorse nel territorio nazionale italiano non è una cosa semplice e infatti siamo ancora fermi.

In tema del federalismo nel nostro Paese quando si passa dalla discussione politica all'applicazione concreta ci si rende conto che non è per niente semplice.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.     

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Referendum, Lombardia, Veneto, Italia
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