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    President Vladimir Putin and President of China Xi Jinping, right, during the Russia-China talks at the One Belt, One Road international forum

    L’aggressività dell'Occidente ha spinto Mosca verso Oriente

    © Sputnik. Aleksey Nikolskyi
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    Mario Sommossa
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    Riavvicinare la Russia alla Cina sembrava impossibile ma l’aggressività dell'Occidente ha spinto Mosca verso Oriente.

    Davanti a questo potenziale concorrente non si può affermare che gli americani se ne siano stati inerti. Infatti Obama aveva pensato a come contrastare l'avanzata cinese: tra l'altro, una risposta non cruenta attraverso il famigerato TPP. Questo accordo trans-Pacifico, di là dalle pure motivazioni commerciali, sarebbe servito a isolare anche politicamente la Cina almeno nell'area del Pacifico. Se realizzato, in pochi anni avrebbe ulteriormente avvicinato tra loro gli Stati aderenti, favorendo i commerci e penalizzando chi ne era escluso, cioè Pechino. Trump, ritirandosi da quel trattato sembra non averne capito la valenza politica e pensava di colpire la Cina attraverso limiti alle importazioni o nuovi dazi. Purtroppo per lui dovette scoprire che l'economia americana è ormai legata a doppio filo con quella cinese e le sue minacce hanno cozzato contro la reazione delle aziende a stelle e strisce. Molte di loro dipendono dal mercato dei consumi cinese, ma altre, ancora più numerose, producono in America grazie ai semilavorati in arrivo da oltre oceano. Ha quindi dovuto fare marcia indietro e ora, dopo mille avanti-indietro deve limitarsi a battagline di retroguardia per proteggere almeno la produzione interna di acciaio. Quanto all'espansione della marina cinese, sta cercando di mostrare i muscoli nelle acque del Mar Cinese del Sud, ma senza alcun risultato concreto.

    C'è di più: se gli USA considerano veramente la Cina quale il piu' temibile tra i possibili antagonisti al potere americano nel mondo, non ha spiegazioni razionali l'ostilità dell'establishment contro la Russia. Quest'ultima è, infatti, la piu' grande riserva al mondo di materie prime (non solo gas e petrolio) ed è quello di cui la Cina proprio abbisogna per nutrire il proprio sviluppo industriale.

    Dopo un primo tentativo in direzione opposta, Obama seguì la stessa strada di Bush figlio: decise d'isolare e "contenere" la Russia cercando di acquisire alla Nato tutti i Paesi che la circondano. Cercò perfino di duplicare con l'Europa, senza riuscirci, l'accordo commerciale del Pacifico che, mentre là avrebbe dovuto isolare la Cina e, in questo caso, lo avrebbe fatto con la Russia. Davanti a quei tentativi di isolarla, fu naturale per quest'ultima sentirsi colpita nei propri interessi vitali e reagire come e dove poteva, dando però così il destro ai falchi americani per invocare (e ottenere) sanzioni di vario genere. L'obiettivo è quello di metterla in ginocchio economicamente, magari sperando in un cambio di regime. Gli italiani che hanno studiato la storia ricordano come le sanzioni decise dalla Società delle Nazioni (sobillata da britannici e francesi) contro le ambizioni coloniali fasciste in Etiopia spinsero il riluttante Mussolini nelle braccia di Hitler (Churchill lo ammise nelle sue memorie). E purtroppo sappiamo come finì.

    Gli americani stanno commettendo lo stesso errore. Riavvicinare la Russia alla Cina sembrava impossibile per motivi storici e culturali ma l'aggressività americana (ed europea) ha spinto Mosca verso Oriente. Qualche Solone di Washington continua a sostenere che il rapporto tra quei due Paesi non può essere duraturo a causa dei loro interessi geo politicamente contrastanti. Tuttavia, che esso duri poco o tanto a Pechino basterà perché ciò che interessa oltre alla sponda politica sono le materie prime cui hanno già cominciato ad avere accesso. Non è un caso che la Russia abbia sbloccata la costruzione, rimandata piu' volte negli anni, di oleodotti e gasdotti che andranno verso est e non piu' soltanto verso l'Europa.

    Nei confronti della Russia ci sembra notare un'altra contraddizione. Se l'obiettivo era quello di "contenerla", perché le si è lasciato mano libera in Siria consentendole di stabilizzare la sua presenza nel Mediterraneo e garantirsi, in coabitazione con l'Iran, un controllo sul Medio Oriente per "meriti di guerra" nella stessa Siria? E, sulla stessa scia, perché fare i "puri democratici" con l'Egitto di Al Sisi aprendo alla rinascita di un legame virtuoso tra Mosca e Il Cairo? In seguito ci si è pentiti dell'abbandono praticato e si cerca di recuperare il rapporto perduto ma, intanto, Mosca è tornata in Egitto e sarà difficile recuperare l'esclusività precedente. 

    Non basta: come la mettiamo con la Turchia? Nessuno può negare che il Sultano, pur ondivago e inconcludente nella sua politica estera, stia giocando contemporaneamente su piu' tavoli. Dopo una rottura con Putin, si è ricreduto e ha allacciato con Mosca rapporti così buoni che non se ne ricordavano nel corso dei secoli. Le pressioni americane hanno fatto fallire il progetto di gasdotto Southstream che sarebbe stato estremamente utile all'Italia, ma sembra che non riescano ad impedire alla Turchia di procedere con il TurkStream che lo ha sostituito. Alla fine, il risultato per i rifornimenti europei sarà quasi lo stesso ma Ankara diventerà un hub ancora piu' potente di quanto già lo fosse prima, rubando il ruolo quasi simile che sarebbe toccato all'Italia. È stata una scelta lungimirante? Forse per gli americani non ci sarebbe niente di male (ma per l'Italia lo è) se la Turchia fosse rimasto un affidabile membro NATO, ma è forse un partner valido quello che nega il transito delle truppe in guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein? È un leale membro della NATO quello che compra armamenti dalla Cina e missili S400 dalla Russia? È un partner della lotta al terrorismo quello che ha lungamente finanziato i terroristi dell'ISIS e se ne è ravveduto solo tardi? Dove sta la logica della politica degli americani verso l'indisciplinato "socio"?

    Infine, c'è un'altra situazione ove ci si aspetterebbe maggiore avvedutezza dal nostro amico americano: è la questione del Golfo.

    Notoriamente, in Medio Oriente si confrontano tre galli nello stesso pollaio: Arabia Saudita, Iran e Turchia. Ognuno di loro punta a un ruolo egemonico sull'intera area cercando di usare ogni mezzo e proponendosi come riferimento del mondo islamico. Turchi e sauditi si sfidano proteggendo gli uni i Fratelli Musulmani, gli altri i salafiti. L'Iran, pur senza disdegnare i sunniti di Hamas, cerca di mobilitare a suo favore le sparpagliate (fuori dell'Iran) comunità sciite. La politica americana in ogni parte del mondo era sempre stata quella di avere in ogni area strategica almeno due "amici" in contrasto tra loro e Obama aveva addirittura cercato di farli diventare tre, chiudendo con Teheran il lungo e travagliato periodo di contrapposizione. Un'Iran rientrata nel mondo "normale" sarebbe diventata un ottimo contraltare ai partner turco e saudita, sempre meno sicuri. In Iran la normalizzazione avrebbe anche favorito con la Presidenza Rohani l'ascesa di gruppi riformatori e piu' disponibili verso l'occidente. Chiunque si fosse recentemente recato in Iran avrebbe notato che la maggioranza della popolazione, e non solo quella cittadina, ha oramai le scatole piene di Ayatollah corrotti e di Pasdaran che monopolizzano l'economia. La possibile apertura al mondo aveva galvanizzato giovani e meno giovani facendoli sperare in un futuro, magari sempre islamico, ma non piu' assolutista e invadente. 

    Tornare a criminalizzare l'Iran trova forse la sua ragione nel sostegno che quel Paese darebbe ai terroristi? Sbagliamo ricordando che i criminali delle torri gemelle erano cittadini del "fedele alleato" saudita? Quali sono gli attentati avvenuti in Europa, o in USA, i cui artefici siano stati identificati come sciiti iraniani? È molto piu' facile trovare attentatori tra i salafiti o, comunque, tra estremisti di qualche frangia sunnita. Chi finanzia le madrasse estremiste disseminate in Europa? Di quale confessione sono i criminali che urlano "Allah Akbar" mentre massacrano poveri innocenti? Eppure, forse per vendere un po' di armi o/e per accontentare Israele, Trump ha deciso di fare una scelta drastica contro Teheran: ha riaffermato il totale sostegno a Riad e minacciato di denunciare l'accordo il (cosiddetto 5+1) raggiunto dal suo predecessore. Ha perfino avallato (forse senza capirne tutte le conseguenze) l'isolamento del Qatar dimenticando che proprio lì sta la piu' grande base militare americano nel Golfo. Il risultato di tutto ciò? In Iran stanno riprendendo fiato i Pasdaran e Rohani è costretto ad inseguirli sulla loro strada per non farsi mettere fuori gioco. uttavia, anche con l'Iran non sembrano mancare le contraddizioni: se l'Iran è giudicato a Washington il nemico piu' pericoloso nell'area, perché avergli regalato l'Iraq e rinunciare, nei fatti, a estrometterlo dalla Siria? L'invasione dell'Iraq, è ormai assodato, fu un errore strategico ed è piu' che comprensibile cercare di non rimanere "stivali sul terreno" su troppi fronti. E allora, perché aprirne di nuovi? Perché si urla "al lupo!" e poi lo si lascia "pascolare"?

    Ecco alcune domande che vengono alla mente quando si guarda alla politica estera americana. Da semplici osservatori e nulla piu' ammettiamo che è ben possibile che ci sfuggano molte delle variabili conosciute solo da chi sta nella sala di comando e quindi non ci sentiamo di formulare qualcosa di piu' che avanzare dubbi. Comprendiamo anche che, spesso, alcune scelte di politica estera sono determinate da problemi e pressioni insopprimibili che nascono dalla politica interna e questo è particolarmente evidente nella gestione Trump. Tuttavia, se i nostri dubbi non sono del tutto peregrini, la conclusione che dobbiamo trarne è che o gli Stati Uniti ripenseranno drasticamente tanti dei loro comportamenti oppure hanno ragione quelli che sostengono avere la parabola americana cominciato la fase discendente.

    Leggi la prima parte qui.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    relazioni internazionali, Turkish Stream, Medio Oriente, Arabia Saudita, Iran, Turchia, USA, Cina, Russia
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