09:06 19 Giugno 2019
Le bandiere di Catalogna.

Cavallaro: “Governo spagnolo sottovaluta la questione catalana”

© AP Photo / Emilio Morenatti
Opinioni
URL abbreviato
Marina Tantushyan
640

La Catalogna tira dritto verso l'indipendenza dalla Spagna, nonostante le minacce di Madrid. Migliaia di persone sono scese in piazza a Barcellona e in altre città a sostegno del referendum sull'indipendenza della Catalogna, programmato per il primo ottobre.

La Corte Costituzionale spagnola ha sospeso la legge per il referendum e la polizia ha sequestrato il materiale necessario per il voto. Inoltre, il presidente catalano Carles Puigdemont non ha escluso di poter essere arrestato dalla polizia spagnola prima del voto. Questo però non ha fermato i separatisti che sono intenzionati a dichiarare l'indipendenza se dovesse vincere il sì al referendum.

Meno di una settimana dal voto, Sputnik Italia ha raggiunto Professoressa Maria Elena Cavallaro, docente di Storia contemporanea ed esperta di processi di integrazione regionale in Spagna per capire come si svilupperà la situazione nei prossimi giorni.

— Secondo Lei, le richieste dei manifestanti catalani sono giuste?

— Le richieste dei manifestanti stanno avvenendo fuori dal quadro costituzionale perché referendum non ha valore giuridico. È un referendum che è stato approvato da un parlamento regionale, ma venendo meno a quello che è il dettato costituzionale dell'intero paese.

— Il delegato della Generalitat di Catalogna in Italia Luca Bellizzi attacca il governo spagnolo che, a suo parere, ha risposto al percorso democratico avviato dalla Catalogna nel 2010 con "l'assenza di politica". Secondo Bellizzi, non c'è dialogo politico e quindi il referendum "è l'unica strada". Pensa che questa collisione si poteva evitare se negli anni precedenti la politica fosse stata più attiva?

— La Catalogna tramite il suo delegato italiano parla di assenza di dialogo e di assenza di politiche anche da parte del governo spagnolo nei confronti della questione catalana. Questo punto è vero, cioè il partito di governo, il Partito popolare, negli ultimi anni e anche in precedenza non ha avuto una capacità propositiva di affrontare l'antico tema di indipendentismo catalano e non è riuscito a trovare una via d'accesso e una via di dialogo. Questo sicuramente è un dato che i catalani sottolineano e hanno ragione. Il problema che il dialogo che viene meno richiesto dalla Generalitat catalana è soltanto riferito alle modalità di svolgimento referendario. Il governo legittimamente eletto non può dialogare su un referendum che non è costituzionale ma può comunque aprire una trattativa di dialogo per riformare i rapporti tra centro e periferia. Questo tentativo un paio di giorni fa è stato lanciato dal principale partito di opposizione, dal Partito socialista spagnolo, che ha proposto creazione al livello nazionale di una commissione parlamentare per discutere il tema catalano. Dopodiché questa commissione ha richiesto una revoca del referendum ma la risposta locale è stata invece la riproposizione di dinamica referendaria. Quindi il dialogo si è nuovamente bloccato.

Dall'altro lato l'errore che il governo sta facendo è di sottovalutare il tema catalano. Per esempio, nei suoi ultimi interventi il premier Rajoy ha parlato di una minoranza attiva che si sta manifestano. Questo non è vero. Era una minoranza prima ma adesso all'interno della società catalana i sondaggi parlano di più di 70 per cento di popolazione che si è espressa per lo svolgimento di questo referendum. Quindi l'errore principale del governo nazionale di non aver colto la portata e la diffusione che ha avuto tutta questa crisi nella società catalana. Prima della crisi in Catalogna essere a favore del referendum non significava automaticamente essere a favore dell'indipendentismo, a volte il referendum sostenevano delle persone che volevano soltanto garantire il diritto a decidere. Praticamente erano due istanze che si univano all'interno della società catalana, oggi invece sono tutte convogliate all'interno di uno scontro con il governo centrale.

— Pensa che alla fine il voto si terrà, nonostante che ci sono dei problemi tecnici molto seri, oppure il governo spagnolo riuscirà ad impedire lo svolgimento del referendum sull'indipendenza della Catalogna?

— La scelta che ha attuato in questo momento il governo centrale è la scelta di un'immagine molto dura ma non la chiamerei "repressiva" perché il diritto alla manifestazione è stato comunque garantito e l'autogoverno non è stato sospeso. I‘unico elemento nel quale il governo centrale è intervenuto ha riguardato la negazione allo svolgimento referendario ma tutti gli altri elementi di autonomia catalana sono assolutamente rimasti intatti. Vorrei aggiungere una cosa molto importante. L'articolo 155 della Costituzione spagnola prevede la revoca dell'autonomia delle regioni autonome nel momento in cui viene messa in dubbio o in pericolo la coesione dello stato centrale. Quindi il governo non ha ricorso ad uno strumento costituzionale a sua disposizione, cioè l'art.155 non è stato ancora applicato. Credo che il governo vuole evitare di giungere all'ulteriore scontro. Penso anche alla fine il referendum si terrà ma avrà nessun valore legale. Comunque dal 2 ottobre in poi che lo stato centrale dovrebbe cercare di abbassare i toni e dovrà in un modo o in un altro aprire un fronte del dialogo. Ma nello stesso tempo è necessaria un`apertura anche dal punto di vista catalano e una loro partecipazione ad un tavolo negoziale e costituzionale.

—  Comunque, se dovesse vincere il sì, a Suo avviso, i risultati di questo referendum potranno diventare un motivo serio per un conflitto civile che, come pare, si sta maturando in Spagna in questo periodo?

— Un giornale straniero ha già parlato qualche giorno fa della guerra civile. La Spagna è un paese che ha subito una guerra civile e un durissimo regime autoritario. Quindi, secondo me, questi sono i fantasmi del passato che vanno rievocati e non ci sono gli estremi per uno scontro di questo tipo. Anche perché il resto delle comunità autonome della Spagna in questo momento non stanno manifestando per la loro indipendenza. Però, a mio avviso, ci saranno invece delle conseguenze politiche e quelle civili. Per esempio, da un punto di vista di politica nazionale quello che potrebbe avvenire è un rafforzamento del nazionalismo spagnolo.

— Pensa che il "caso catalano" potrebbe avere un effetto domino in Europa provocando sentimenti separatisti in altri paesi?

— Io credo questo effetto domino di separatismo sia già nell'aria, soprattutto dopo il Brexit. Non sia da collegare a questo momento storico. Comunque l'immersione di differenza al livello locale all'interno dei vari stati nazionali è qualcosa che sta emergendo in corrispondenza del referendum catalano ma non a causa dello svolgimento di questo voto.

— Fra circa un mese, il 22 ottobre, in Veneto e in Lombardia si terrà il referendum consultivo per l'autonomia di queste due regioni. Cosa cambierà per l'Italia dopo questo voto? 

— In questo caso parliamo dei referendum consultivi che vengono svolti all'interno di un quadro costituzionale. Penso che il voto italiano si inquadri in una già matura pozione delle maggiori regioni-produttrici del nostro paese che vogliono avere una maggiore autonomia rispetto al governo centrale. Però nel nostro caso non sono delle comunità autonome e il rapporto fra di loro e il governo nazionale è comunque un rapporto di maggiore legame se lo paragoniamo con il rapporto tra la Spagna e la Catalogna. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Kosachev: i referendum in Kurdistan e in Catalogna non devono portare a violenza
Catalogna, Peskov: E' questione interna spagnola, la Russia non interferirà in alcun modo
I sostenitori dell'indipendenza della Catalogna invitano a protestare in massa
Procura generale Spagna denuncia Catalogna per convocazione referendum sull’indipendenza
Tags:
separatismo, Referendum per l'indipendenza, Referendum, Italia, Catalogna, Spagna
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik