19:28 20 Giugno 2018
La bandiera catalona vista durante le manifestazioni a Barcellona.

Catalogna, repressione democratica col benestare dell’Europa

© AP Photo / Emilio Morenatti
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Marco Fontana
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Quello che sta avvenendo in Catalogna è il riflesso di un’Europa lontanissima dai valori che portarono alla sua formazione.

Gli arresti di funzionari dell'esecutivo, la Guardia Civil inviata sulle strade, la distruzione delle schede elettorali sono pesanti macigni sull'Unione, che sopporta male qualasiasi sollevazione interna delle genti che le diedero fiducia permettendole di assumere quel potere — anche culturale — che oggi esercita. Per la paura di una votazione sta infatto ponendo ostacoli senza trattare politicamente, ma passando subito alle vie di fatto: e allora evidentemente il confine tra Paese democratico e regime totalitario diventa molto sottile.

Non soddisfa il chiarimento fornito dall'UE dopo un momento di esitazione: Rispettiamo l'ordine costituzionale della Spagna come avviene con ogni Costituzione degli Stati membri.

È una frase ecumenica che avvalla comunque le azioni di un governo nazionale che non dialoga con una sua comunità interna. Se gli organismi internazionali, che dovrebbero essere imparziali ed equidistanti, non intervengono in questi momenti per evitare un conflitto civile, c'è da chiedersi per quale ragione siano stati creati! E viene spontaneo domandarsi cosa ne pensi l'ONU, che spesso sparisce quando l'argomento non tocca direttamente gli interessi d'Oltreoceano.

Ora Madrid sembra pronta a ridiscutere una maggiore autonomia fiscale per i "ribelli".

Il ministro dell'economia Luis de Guindos ha infatti affermato: Dialogheremo quando le autorità catalane abbandoneranno il programma indipendentista. La Catalogna gode già di un'autonomia molto ampia, ma potremmo parlare di una riforma del sistema di finanziamento della regione.

Ma non sarebbe stato più facile per il governo Rajoy dare subito ascolto al malessere che esprimeva una parte del popolo, invece di usare la forza e limitare le libertà dei catalani? Non si vede forse che dopo l'azione del ministero degli Interni che ha cercato di impedire lo svolgimento del referendum, nulla sarà più come prima? Le spinte secessioniste troveranno terreno ancor più fertile, magari cadendo nella tentazione degli attentati, come già accaduto nella storia spagnola. 

Il problema comunque non è solo iberico, ma riguarda un po' tutti i Paesi comunitari, anche quelli che si considerano intoccabili e pensano che lo status quo resterà immutato da qui all'eternità. Proprio qui dimenticano la lezione di secoli di guerre fratricide: la democrazia si costruisce giorno per giorno, uno Stato e una nazione si coltivano ascoltando e comprendendo gli umori del proprio popolo, non certo trattandolo come un gregge di retrogradi ignoranti. E su questo punto l'Italia è davvero un pessimo esempio.

Interrogato da un giornalista del Messaggero sulle eventuali analogie tra le vicende catalane e il referendum per una maggiore autonomia di Veneto e Lombardia, il ministro per la Coesione territoriale De Vincenti ha affermato in modo sprezzante: Non vedo alcun collegamento. I referendum in Lombardia e Veneto in realtà sfondano una porta aperta: per attivare, come chiedono i due quesiti referendari, la procedura dell'articolo 116 della Costituzione in materia di ulteriori forme di autonomia basta, come recita appunto la Costituzione, una richiesta della Regione al governo, sentiti gli enti locali. In sintesi, basta una lettera del presidente della Regione. E su questo il governo è del tutto aperto al confronto con le Regioni. Aggiungo che, comunque vadano i due referendum, da parte nostra c'è totale disponibilità al confronto.

E allora come mai, attraverso questa porta aperta, anzi spalancata, il Governo non aveva ancora proposto alle due Regioni interessate un protocollo con le medesime potestà delle Regioni a statuto speciale? Anche qui era necessario sventolare la minaccia del referendum per costringere i governanti ad aprire questa famosa porta? La verità è che siamo in un momento storico in cui chi ha il potere ignora il malcontento fino a quando si trova a dover gestire con la forza i germi dell'insurrezione.

La posizione del ministro De Vincenti colpisce ancora di più quando gli viene ricordato che alcuni sindaci del PD hanno aderito ai referendum autonomisti e gli si chiede dove hanno sbagliato: Rispetto le scelte che si fanno sul territorio, non c'è problema. Magari potevano più semplicemente ricordare ai presidenti di Regione che c'era la strada più rapida e meno costosa già indicata dalla Costituzione, quella della lettera. Se non sei in grado di recepire il malcontento dei cittadini neppure tramite i tuoi compagni di partito, allora o sei sordo oppure non vuoi proprio sentire. 

La comunità internazionale, anzi quella occidentale, farebbe bene a riflettere: sta giocando col fuoco e rischia seriamente di bruciarsi. Chi pensava di aver archiviato grazie alla vittoria di Macron l'ondata "populista" (leggasi: nazionalista e sovranista), apra gli occhi e veda come l'onda sta montando sempre più, e in modo ormai trasversale lungo tutta l'Unione Europea: potrebbe iniziare in Spagna lo tsunami indipendentista o autonomista che distruggerà gli equilibri sociali e geopolitici accanitamente difesi dai governi attuali.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
autonomia, Indipendenza, Referendum, Messaggero, Mariano Rajoy, Lombardia, Unione Europea, Veneto, Catalogna, Spagna, Unione Europea, UE, Europa, Italia
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