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    Il futuro dell'Iraq

    © AFP 2017/ SAFIN HAMED
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    Mario Sommossa
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    La conquista di Mosul è stata annunciata settimane orsono e, con la prossima caduta di Raqqa in Siria, la sconfitta definitiva dell’Isis sembrerebbe a portata di mano.

    Tuttavia, anche se le due città sono le roccaforti del sedicente "stato islamico", occorrerà altro tempo prima che tutto il territorio iracheno sia liberato dalle ultime sacche di resistenza che sopravvivono in quell'area che, a sud di Mosul, unisce Iraq e Siria. Senza contare che nessuno potrà garantire che la sconfitta militare ponga altresì termine agli attentati terroristici che potrebbero perfino aumentare.

    La più grave incertezza riguarda però la sorte dei confini di Iraq e Siria una volta che l'ISIS sarà scomparso. Per la Siria nessuno ha ancora un piano realistico e concordato sulla sorte di Assad e della classe egemone che rappresenta, su quale sarà il ruolo dei curdi siriani (regione autonoma? indipendenza? repressione?) e dei gruppi sostenuti dall'Arabia Saudita, dalla Turchia e dall'Iran tutti in contrasto tra loro. In Iraq, dove la situazione dovrebbe teoricamente essere più semplice, i problemi sono perfino maggiori.

    Come ebbi già l'occasione di scrivere nel passato, in quel Paese il sentimento di appartenenza ad una stessa comunità nazionale è stato percepito dai suoi abitanti soltanto per poche decine di anni e tra arabi e curdi la situazione è andata peggiorando. L'identificazione sociale di ciascuno è piuttosto rivolta alla tribù di provenienza e, in particolar a partire e dalla guerra contro l'Iran, la differenziazione religiosa è tornata ad essere una discriminante importante. Durante il periodo del dominio ottomano e fino ai primi anni del regime di Saddam, l'ostilità tra sciiti e sunniti fu totalmente assente nella vita quotidiana, ma da un certo momento in poi divenne, assieme a quella con i curdi, la principale frattura della società irachena. La caduta del Rais e la gestione dell'americano Bremer hanno portato le tribù sciite a occupare tutti i posti di potere in modo così pervasivo che nelle prime tre elezioni democratiche, tenutesi dopo il 2004, la maggioranza delle tribù sunnite non partecipò nemmeno al voto. Il governo di Al Maliki accentuò ulteriormente le divisioni confessionali e, dopo una breve parentesi dovuta a un ripensamento americano che aveva cercato di favorire il reinserimento di personalità di estrazione sunnita ai vertici dello Stato, la frattura tornò a manifestarsi. Con la scusa della guerra contro l'ISIS, furono perfino create nel febbraio 2016 formazioni militari composte quasi solamente da volontari sciiti che furono integrate nell'esercito statale come entità stabili ma con una propria linea di comando indipendente. Questi reparti, utilizzati specialmente per la riconquista di Mosul, si sono distinti per pratiche discriminatorie contro le popolazioni liberate di fede sunnita, nonostante dichiarassero di battersi per l'Iraq nella sua totalità. Si tratta di una organizzazione militare di almeno 140.000 combattenti che, ufficialmente, si dovrebbe sciogliere alla fine della guerra. Nessuno però ci crede considerando che, almeno una parte di loro, fa capo all'ex Primo Ministro Al Maliki e alle brigate Al Quds, truppe speciali delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

    La maggioranza degli iracheni è tendenzialmente laica o comunque poco praticante ma, così come succede in altre parti del mondo, l'assenza di altri forti fattori identificatori fa dell'appartenenza religiosa lo strumento più facile per sentirsi "comunità". Le tribù sciite sono la maggioranza nel Paese e sono diffuse nell'est e nel sud. I sunniti occupano principalmente i territori ad Ovest, quelli più deserti, e rappresentano soltanto il 30% della popolazione. L'Iran ha subito approfittato della comune fede religiosa sciita per farsi, di fatto, tutore del Paese ma ciò ha spinto i Paesi del Golfo e in primis l'Arabia Saudita a "proteggere" le tribù sunnite. In altre parole anche in Iraq, come già succede in Yemen, Siria, Libano e altrove, la rivalità tra iraniani e sauditi si manifesta attraverso popolazioni terze, usate come pedoni di una partita a scacchi.

    Alla lotta tra sunniti e sciiti non partecipano, se non per approfittarne, i curdi. Sono anch'essi sunniti ma la loro identità è etnica prima che religiosa. Nella Regione Autonoma Curda convivono pacificamente da sempre musulmani e cristiani, yazidi ed armeni (o siriaci), ma tutti sono uniti nel considerare gli arabi come la loro vera controparte. Proprio a causa di questa ostilità etnica è dal Kurdistan iracheno che potrebbe venire il maggior pericolo contro la stabilità dell'intera area e il 25 settembre si terrà un referendum locale sull'indipendenza. Si tratterebbe, come pubblicamente dichiarato, di una votazione puramente consuntiva e non decisionale ma il suo risultato, ampiamente previsto come favorevole alla separazione da Baghdad, sarà pesantemente giocato sul piano politico, con poche chances di poter raggiungere un compromesso tra le parti. Per questo motivo tutti i Paesi confinanti, anch'essi con forti comunità curde interne, hanno dichiarato la loro estrema contrarietà alla consultazione e stanno da tempo agendo di conseguenza.

    Gli stessi curdi iracheni, reduci da una sanguinosa guerra intestina tra il '94 ed il '98, avevano raggiunto tra loro un accordo di collaborazione dietro le pressioni americane ed erano arrivati alla spartizione del potere tra i due maggiori partiti. Il capo dell'Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), Jalal Talabani, sarebbe diventato presidente dell'Iraq mentre il leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK), Massoud Barzani, avrebbe assunto l'incarico di Presidente della Regione. Il Primo Ministro sarebbe stato, a turno, un esponente dell'uno o dell'altro partito. Ad oggi, il mandato di Talabani è terminato e, lui malato, l'UPK è oggetto di lotte intestine. Barzani, eletto nel 2005 con un ampio suffragio popolare e riconfermato nel 2009, avrebbe conclusa la sua Presidenza nel 2013 ma, a causa della guerra contro i terroristi, era stato deciso di prolungarla di due anni. Scaduto anche quel termine, Barzani continua a restare al suo posto adducendo la ragione che non si riesce a trovare un accordo su quale metodo elettorale utilizzare per una nuova elezione. Anche il Primo Ministro, con una breve parentesi dell'esponente dell'UPK Barham Salih, è rimasto sempre il carismatico Nechirvan Barzani, pure del PDK e nipote del Presidente.

    Dopo qualche anno di intesa e poco prima dello scoppio delle ostilità con l'ISIS, i due partiti sono tornati a essere rivali, se non nemici, e la reciproca integrazione ipotizzata all'inizio non si è mai veramente realizzata. Lo dimostra, tra l'altro, il fatto che ogni partito continua ad avere le proprie milizie armate ed una propria linea di comando nonostante esista un solo Ministro dei Peshmerga cui, teoricamente, tutti dovrebbero rispondere. Come ci si poteva aspettare, sia l'Iran che la Turchia, spalleggiano, nemmeno tanto discretamente, gli uni o gli altri con l'evidente obiettivo di seminare zizzania ed evitare la possibilità di un governo unitario e forte.

    Cosa succederà nel Kurdistan iracheno dopo il referendum e dopo la fine della guerra è una delle domande a cui è difficile rispondere. Certamente, le spinte per una vera indipendenza aumenteranno ma altrettanto cresceranno i contrasti interni. Baghdad, già alle prese con i profondi dissidi tra le tribù arabe dovrà fare i conti anche con la precarietà della situazione curda e non è detto che l'attuale conformazione del Paese riesca a sopravvivere.

    Una possibile frammentazione dell'Iraq favorirebbe una simile soluzione in Siria ed accentuerebbe le tensioni già esistenti in Libano, in Turchia e in Iran. Senza contare le conseguenze su Paesi geograficamente più lontani dove già sauditi, turchi e iraniani si stanno facendo una guerra per procura pur senza apparire direttamente.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Lotta al terrorismo, Daesh, Mosul, Kurdistan, Siria, Iraq
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