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    Iran, Israele e il grande disordine di Washington

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    Giulietto Chiesa
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    Nel grande disordine della politica estera americana del tempo presente, effetto dell’altrettanto grande disordine interno, l’Iran rappresenta il buco più grande.

    Donald Trump, non si sa se per l'intento di cancellare tutto quanto fatto dal suo predecessore, o perché interamente soggiogato dalla lobby filo-israeliana (che domina tanto il partito repubblicano che quello democratico), fatto sta che non c'è mossa del nuovo presidente USA che non indichi la sua intenzione di far saltare a qualunque costo l'accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) firmato dall'Iran e dalle controparti occidentali, capitanate appunto da Barack Obama.

    Per capire cosa sta succedendo sarà utile ricordare che l'"accordo iraniano" — siglato il 14 luglio 2015 — prevedeva un quasi annullamento (98%) dello stock di uranio moderatamente arricchito in possesso di Teheran e la riduzione di due terzi del numero delle centrifughe a gas (per l'arricchimento, appunto, dell'uranio) nel corso dei tredici anni successivi. Oltre alla rinuncia iraniana di costruire un nuovo impianto per la produzione di acqua pesante. All'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) veniva affidato il compito di monitorare (con quasi illimitate possibilità di accesso) l'esecuzione dell'intesa. Bastano questi pochi dati per capire che l'Iran di Rohani aveva accettato praticamente una resa incondizionata, cancellando per un quindicennio ogni perfino remota possibilità di costruire una bomba atomica.

    Per far passare l'intesa con Teheran, Barack Obama aveva concordato con il sospettosissimo Congresso americano (il Senato aveva osannato all'unanimità il furibondo Netanyhau giunto a Washington per far conoscere il totale dissenso israeliano all'accordo) una verifica trimestrale che imponeva al Presidente americano in carica di riferire in merito alla esecuzione degli accordi da parte dell'Iran. Adesso queste verifiche toccano a Donald Trump.

    US President Donald Trump says something to reporters as he departs for travel to Poland and the upcoming G-20 summit in Germany, from the South Lawn of the White House in Washington, US, July 5, 2017.
    © REUTERS/ Jonathan Ernst
    Le prime due sono passate senza contestazioni. Ma a fatica. Secondo il resoconto fornito dal New York Times per quanto riguarda la seconda, avvenuta pochi giorni orsono, la squadra presidenziale (che aveva ricevuto i dati dell'AIEA in base ai quali Teheran sta rispettando l'accordo) ha faticato non poco a convincere Trump a non creare ulteriori problemi. Ma tra tre mesi ci sarà la terza verifica e tutto lascia pensare che Donald Trump si attaccherà perfino alle virgole per scatenare accuse contro Teheran e per far saltare l'accordo. Del resto, senza aspettare le verifiche sul rispetto dell'intesa JCPOA, gli Stati Uniti, per decisione presidenziale, hanno già inasprito le sanzioni contro l'Iran (per la guerra in Siria). E Trump ha utilizzato la riunione del G-20 per apertamente scoraggiare gli altri paesi presenti dal ritornare al business as usual con l'Iran.

    L'incontro tra Donald Trump e Papa Francesco
    © REUTERS/ Osservatore Romano
    Rohani, reduce dalla vittoria elettorale che, nonostante le proteste dell'opposizione, gli ha rinnovato il mandato — in tal modo dimostrando che egli ha agito in sintonia con la volotà popolare — si trova ora di fronte al serio problema di "mantenere la calma". Di fatto, dopo aver concesso tutto, si trova con un nulla di fatto in mano. Il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha esplicitamente detto che "la pazienza dell'Iran ha un limite". Se questo limite venisse superato I primi a festeggiare sarebbero a Tel Aviv, seguiti a ruota dalla maggioranza bipartisan del Senato. E gli sviluppi sarebbero imprevedibili. Anche perché i "cinque più uno" che firmarono quell'intesa sono i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania, e l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo creerebbe ovviamente enormi ripercussioni sull'intera alleanza atlantica. Senza contare che la Turchia, membro della Nato, si sposta sempre di più verso la nuova "via della seta" di Xi Jinping.

    Resta aperta, per la comunità occidentale (essendo evidente che Russia e Cina simpatizzano per Teheran e, anzi, sono stati entrambi tra i mallevadori dell'intesa), la possibilità che l'Europa decida di considerare valido l'accordo JCPOA anche nel caso di una uscita unilaterale americana. Il che comporterà ulteriori tensioni sia con Washington (che perderà anche molte potenziali commesse economiche), sia con Israele, che continua a mantere l'obiettivo primario di liquidare Hezbollah e Bashar el Assad, cioè di colpire l'Iran, qualche che sia lo stato dell'attuazione dell'accordo sul nucleare.

    Da qui a tre mesi, a ottobre, Donald Trump dovrà inventarsi qualche cosa per rifiutare la terza certificazione della lealtà iraniana (supposto che la pazienza di Teheran, nel frattempo, rimanga intatta). Per esempio scatenando un'ondata di accuse contro l'Iran. Ma, per mettere in piedi questo nuovo show, Trump ha bisogno dei media. Che non gli sono amici. E i media dovranno decidere se è più importante Israele, che li domina, ma che è alleato, su questo punto, con Donald Trump. Oppure se sarà più importante attaccare Trump.

    L'opinione dell'autore puo' non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    Agenzia internazionale dell'Energia atomica, AIEA, Barack Obama, Mohammad Zarif, presidente Hassan Rohani, Donald Trump, USA, Israele, Iran
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