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    Il primo ministro italiano Paolo Gentiloni

    La solidarietà in Europa ha un caro prezzo

    © AFP 2017/ YAMIL LAGE
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    Marco Fontana
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    Il presidente del Consiglio Gentiloni ha recapitato all'Unione Europea la richiesta di una maggiore flessibilità dei conti e pare che Bruxelles sia disposta a soddisfare questa domanda.

    Si tratta di un'ottima notizia che farà trarre un sospiro di sollievo al Governo, viste le numerose partite ancora aperte e da finanziare: ad esempio l'aumento ai dipendenti pubblici dovuto al rinnovo del contratto, la necessità di disinnescare il rincaro dell'Iva dovuto all'adozione delle clausole di salvaguardia introdotte da Letta e confermate (anzi appesantite) da Renzi, l'impellente necessità di alleggerimento del costo del lavoro dopo l'ennesima espansione della disoccupazione giovanile. E non bisogna sottovalutare il disagio sociale che sta toccando cifre record: secondo l'Istat, nel 2016 vi sarebbero 4 milioni e 742mila cittadini italiani sotto la soglia della povertà assoluta, un numero vertiginoso salito al 26,8% dal 18,3% del 2015, tra le famiglie con 3 o più figli minori, e che sta costringendo la politica a una risposta forte in vista delle prossime elezioni. 

    Eppure questo sconto, questa rinnovata "solidarietà fiscale" riscoperta dai vertici dell'Unione Europea, non può non alimentare il sospetto che vi sia nascosto un conto da saldare. D'altronde, di pura filantropia se ne vede ben poca di questi tempi. Un indizio che tali dubbi non siano campati in aria si trova nel guadagno che la Germania ha tratto dalla crisi greca. Il ministero dell'Economia tedesco, rispondendo a una interrogazione del gruppo dei Verdi su questo tema, ha affermato che tra crediti e acquisti di bond greci la Germania avrebbe introitato 1,34 miliardi di euro. Un bel prezzo per la solidarietà dimostrata a un popolo messo in ginocchio dalle regole imposte anche dai banchieri e dai politici teutonici. Percepiamo quindi puzza di bruciato proveniente dall'apertura di credito — ancora tutta da verificare — verso l'Italia, in particolare dove domanda una riduzione del debito come prova di buona volontà. Per ridurre immediatamente il debito, l'Italia dovrebbe intervenire sulle leve fiscali più facili da abbattere: una riforma peggiorativa dei trattamenti pensionistici, il costo del pubblico impiego, una maggiore tassazione (magari della casa — un consiglio ricorrente da parte dei vertici europei). 

    Di fronte ad un quadro del genere non riusciamo a gioire come ha fatto Gentiloni da Trieste: È una buona notizia, ci conforta. Ancora di più se si pensa che l'Europa vorrebbe rallentare le regole d'austerity sui conti, a fronte di una valutazione dell'impatto della congiuntura negativa (il cosiddetto "output gap"): difficile comprendere come questo criterio possa venire in soccorso dell'Italia, visto che cresce puntualmente meno di tutti gli altri partner europei. Si potrebbero recuperare punti rispetto agli altri qualora si addottassero misure choc sull'economia: ma se l'UE introducesse un criterio del genere, allora anche tutti gli altri Paesi chiederebbero di avere i medesimi sconti fiscali, disinnescando così i benefici di cui godrebbe la nostra Penisola. Sarà un caso che, appresa la notizia del rilascio dei cordoni della borsa da parte dell'UE, la Francia abbia giocato d'anticipo e si appresti a varare un calo della pressione fiscale da 11 miliardi? Le principali differenze rispetto ai cugini sono due: la prima è che il piano del premier francese prevede di abbattere la tassazione su case e patrimoni (proprio le materie sulle quali al contrario la Troika ci chiede da anni di intervenire per inasprire la tassazione e far quadrare i bilanci); la seconda è che questo minor gettito è tutto indirizzato a norme che avrebbero effetto immediato sulle tasche dei cittadini. Non si potrebbe dire altrettanto di quelle allo studio del governo Gentiloni: si pensi al disinnesco delle clausole di salvaguardia (una misura che sposta di un anno una maggiore tassazione sul valore aggiunto e non fa intascare un centesimo in più al cittadino, ma al massimo gli evita future gabelle) o alla riduzione del cuneo fiscale (è evidente come l'Italia sia tra i Paesi che tassino di più il costo del lavoro, ma il suo cuneo fiscale è comunque più basso di Francia e Germania, le quali però registrano performance migliori su occupazione e salari).

    E allora anche questo sconto rischia di non portare grandi benefici nelle case italiane, ma… è sempre meglio che un pugno nello stomaco. Almeno finché non verrà presentato all'Italia lo stesso conto della Grecia. D'altra parte questo parziale ammorbidimento dovrà pur avere una contropartita: è evidente dopo che molti Stati membri hanno detto che avrebbero chiuso i porti all'arrivo di nuovi profughi. La merce di scambio pare essere l'accoglienza dei flussi migratori, che pesa come un macigno sulla società italiana, rischiando alla fine di far perdere le elezioni al partito che più di tutti si sta giocando la faccia su questo tema, il Partito Democratico.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    Economia, UE, Paolo Gentiloni, Europa, Italia
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