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    Lo yuan cinese e il dollaro americano

    Yuan, “vorrei ma non posso” sostituire il dollaro

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    Mario Sommossa
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    E’ dalla fine degli anni ’50 che la bilancia commerciale degli Stati Uniti ha cominciato a essere deficitaria e cioè la somma dei prodotti importati supera notevolmente quella delle esportazioni.

    Teoricamente, il saldo della bilancia commerciale di ogni Paese è uno dei fattori che determina il tasso di cambio della sua moneta rispetto alle altre ma non sembra essere questo il caso americano. Anche la spesa pubblica interna è superiore al Prodotto Interno Lordo e durante la recente crisi, esplosa nel mondo proprio partendo dalle "bolle" dell'economia americana, la Fed ha moltiplicato enormemente l'immissione di dollari sul mercato senza che ciò avesse un effetto significativo sull'inflazione interna. Secondo le basilari regole dell'economia l'aumento della quantità di denaro (fisico o virtuale) in circolazione, se non supportato da una crescita dell'economia interna, dovrebbe provocare e una svalutazione della valuta e un aumento dei prezzi causato dall'incremento della domanda. Normalmente, ogni volta che in uno Stato la spesa pubblica supera il PIL (se prolungata nel tempo e se non indirizzata a investimenti) e la bilancia commerciale si trova in perdita, l'immediata conseguenza diventerebbe la svalutazione della sua moneta.

    In altre parole, se per lungo tempo il pubblico e i privati spendono più di quanto producono, significa che in quel Paese si sta vivendo grazie a un debito concesso da creditori che, prima o poi, chiederanno la restituzione di quanto concesso. Con più il debito aumenta, maggiore dovrebbe essere la difficoltà a finanziarlo e minore la fiducia che la moneta di quel Paese riscuoterà sul mercato internazionale.

    La Grecia, ad esempio, avendo vissuto "a sbafo" per lunghi anni e non riuscendo a ripagare quanto ottenuto, è sostanzialmente in fallimento e se ciò non si è ancora formalizzato è solo perché la sua valuta attuale, l'Euro, è condivisa con altri Stati europei. Lasciare fallire Atene avrebbe ripercussioni negative anche su tutti gli altri. Per questo motivo, e contro ogni attendibilità di un futuro risanamento, i creditori continuano a rinnovare prestiti che serviranno unicamente a ripagare se stessi senza avere alcun costatabile effetto sul recupero dell'economia reale. Naturalmente, si tratta di prestiti in arrivo solo da Enti pubblici (EU e FMI) poiché nessun privato che non abbia intenti puramente speculativi accetterebbe di continuare a elargire nuovo denaro che, verosimilmente, non sarà mai restituito.

    Un altro è il caso dell'Islanda, che nel 2008 si trovava nella stessa situazione di Atene, ma era fuori dall'Euro. L'isola-Stato è uscita dalla triste situazione semplicemente dichiarando che non avrebbe tenuto fede ai debiti in corso. In altre parole, ha ricordato ai suoi creditori (soprattutto banche britanniche e olandesi) il celebre detto napoletano: "Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato" e così è stato. Oggi Reykjavik ha un'economia sana e in netto recupero, con tassi di crescita che hanno toccato anche il sette percento annuo. L'Argentina fece qualcosa di simile, accettando di ripagare solo una parte dei propri debiti ma continua a soffrire.

    Gli Stati Uniti, nonostante i valori della sua economia reale siano più vicini a quelli di uno Stato in fallimento che a uno Stato in buona salute, non si sono comportati né come la Grecia né come l'Islanda né come l'Argentina. Anche durante il periodo di forte "quantitative easing" la valuta americana non si era indebolita e perfino la domanda interna sembra aver continuare a tenere (qualcuno afferma che cresce, anche se non c'e' certezza sulla sua durata) pur rimanendo bassa l'inflazione.

    Com'è possibile, se i basilari dell'economia porterebbero pensare il contrario? La ragione dell'apparente contraddizione sta nel fatto che il dollaro non è una banconota qualunque: è la moneta mondiale per eccellenza. E' usata come mezzo di pagamento nella maggior parte degli scambi internazionali e come principale valuta di riserva straniera nella più parte degli Stati. Per dare un esempio, l'ottantotto per cento degli scambi valutari mondiali è in dollari americani e il 40 percento dei pagamenti è effettuato in questa valuta. Inoltre, ogni Stato che voglia rinforzare la propria stabilità finanziaria e garantire la propria moneta accumula riserve, oltre che in oro, anche in valuta straniera e sceglie di farlo principalmente in dollari. Viene da sé che la stampa di nuovi dollari non si riversa soltanto sul mercato interno americano ma si allarga in tutto il mondo. Perfino la Cina ha i forzieri pieni di dollari e di titoli del Tesoro americano.

    Questi ultimi, i famosi Bond, sono la forma principale attraverso la quale il denaro straniero, pubblico e privato, finanzia l'economia americana e consente alla FED la stampa di enormi quantità di denaro senza che né l'inflazione interna né il valore del dollaro ne risentano. In pratica è come se l'America fosse la banca centrale del mondo, solo che invece di stampare solo moneta emette anche titoli di stato. Su tale moneta, proprio come una banca centrale, gli Usa non pagano interessi o pagano un tasso inferiore a quello di mercato. Possono quindi continuare a indebitarsi a buon mercato e ricavare interessi più alti dai loro investimenti all'estero.

    Se gli Stati Uniti fossero un Paese qualunque, a queste condizioni nessuno accetterebbe più di usare o comprare dollari per la paura di trovarsi in mano soltanto carta straccia. Ma Washington non è la capitale di uno Stato qualunque. La supremazia mondiale conquistata grazie alla dimensione globale della sua economia e alla forza politica e militare, crisi o non crisi, la presenza delle loro basi quasi ovunque e il potere di condizionamento che esercitano su Enti come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale gli consentono di dettare le regole cui, chi più chi meno, tutti devono adeguarsi.

    La conseguenza è che, nonostante il deficit commerciale e l'esondare della spesa pubblica, il potere di spesa del consumatore americano rimane forte grazie ai soldi stranieri che, nonostante tutto, continuano ad arrivare in massa.

    Il dollaro divenne la valuta di riferimento per le altre grandi monete del mondo grazie al trattato di Bretton Woods (verso la fine della seconda guerra mondiale) e si basava inizialmente sul fatto che gli Stati Uniti, su semplice richiesta, avrebbero garantito l'immediata convertibilità dei dollari in oro. Quando Nixon, soffocato dai costi della guerra del Vietnam, decise unilateralmente che tale convertibilità non sarebbe più stata rispettata, ci fu un temporaneo indebolimento della moneta senza però che alcuno insidiasse il ruolo internazionale nel frattempo assunto. Quella diminuzione del suo valore di scambio fu funzionale anche a rendere meno onerosi i debiti verso l'estero.

    Trump è conscio del rischio implicito nell'attuale situazione e, fin dalla campagna elettorale, pensò che si dovesse fare qualcosa per ribilanciare entrate e uscite. Da imprenditore, pensava che fosse possibile rinegoziare con tutti i singoli creditori (cioè i possessori di Bond) il debito in essere e lo disse apertamente. Salvo scoprire che è la stessa Costituzione americana a impedirlo. L'emendamento 14 recita, infatti, che "… la validità del debito pubblico americano non può essere messa in discussione…". A meno, dunque, che non si cambi la Costituzione, gli Stati Uniti devono restare solventi verso il proprio debito.

    Tuttavia, quel che la Costituzione americana non precisa è che l'intrinseco valore di quel debito può cambiare nel tempo. Cioè, se il dollaro si svaluta, il credito resta nominalmente lo stesso ma il suo valore reale diminuisce. E' esattamente quello su cui punta oggi Trump: una diminuzione del valore del dollaro per ripagare più facilmente l'enorme indebitamento con l'estero accumulato negli ultimi anni.

    Il limite resta nel fatto che se la moneta dovesse svalutarsi troppo o troppo bruscamente si creerebbe una diffusa diffidenza e nessuno comprerebbe dei nuovi Bond. In questo caso sarebbe come se una catena di S. Antonio (o schema Ponzi) si spezzasse: non arrivando nuovo denaro, tutto il sistema crollerebbe. Questa soluzione non conviene nemmeno agli attuali possessori dei bond in circolazione: meglio perdere qualcosa a causa del cambio che perdere tutto. Di conseguenza, ogni possibile deprezzamento deve essere contenuto e graduale. D'altra parte, se la sfiducia verso Washington dovesse diffondersi e qualcuno fosse tentato disfarsi di quelli già in suo possesso, l'immissione sul mercato di grandi quantità di Buoni del Tesoro americano in breve tempo ne farebbe ulteriormente calare il prezzo, penalizzando così ancora di più i suoi possessori.

    Per cercare di uscire da questo circolo vizioso e sottrarsi, anche politicamente, al dominio valutario americano, alcuni Stati tra cui la Cina, la Russia e l'Iran, decisero non molto tempo fa che gli interscambi interni avrebbero dovuto svolgersi soltanto nelle rispettive valute. Più difficile, però, è stato per loro intervenire sulle proprie riserve. Anche qualora per ragioni politiche o economiche volessero rinunciare al dollaro, dovrebbero decidere quale potrebbe essere la valuta sostitutiva.

    Alla nascita dell'Euro, supportato da un'economia all'epoca molto forte, molti furono coloro che la videro come un'alternativa e la moneta europea entrò a far parte delle riserve in valuta di moltissimi Stati. La cosa impensierì perfino alcuni politici ed economisti americani che vi videro la possibilità della fine della loro supremazia e quindi del loro "bengodi". Tuttavia, la mancanza di un'unità politica alle spalle, la non solidarietà fiscale europea (contro la quale, non a caso, anche gli americani fecero, discretamente, un lavoro di lobby) e i compiti molto ridotti affidati alla BCE dimostrarono ben presto che l'Euro non era nelle condizioni di sostituire il dollaro bensì, al massimo, di affiancarglisi in posizione subordinata.

    Fu allora che qualche Paese cominciò a parlare della possibilità di costruire un "basket" di valute che potesse diventare il nuovo riferimento per gli scambi internazionali. L'ipotesi si rivelò un'illusione perché le monete eventualmente coinvolte, l'Euro, lo Yen, il Rublo, lo Yuan, la Sterlina e il Franco Svizzero appartenevano a Stati troppo lontani e diversi tra loro per motivi sia politici sia economici.

    In realtà, già esiste una specie di moneta "basket" che è usata per le compensazioni tra Stati: lo Special Drawing Right gestito dal Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di una valuta totalmente virtuale, utilizzabile per le compensazioni tra Stati ma non dai privati, e si basa su una combinazione tra Dollaro, Yuan, Euro, Yen e Sterlina. Anch'essa, tuttavia, non potrà mai diventare una vera alternativa al dominio del dollaro fino a che lo stesso FMI resterà, come ora, egemonizzato dagli Stati Uniti e lo stesso dollaro ne sarà un elemento fondamentale.

    L'unica moneta che in prospettiva (non vicina) potrebbe insediare la posizione americana è lo Yuan cinese. In questo caso si tratta di un'economia forte e in espansione (anche se alcune crepe si fanno sempre più evidenti), con una valuta già in uso tra una grande fetta della popolazione mondiale. Il Governo di Pechino ha dimostrato di non escludere per nulla quell'obiettivo e ha, infatti, cominciato con alcune mosse indispensabili per mettersi su quella strada: ha ottenuto che la propria moneta fosse accettata nello SDR, ha creato una Banca d'investimenti internazionale che ha cominciato a far concorrenza alla Banca Mondiale, preme per essere ammessa nella lista degli Stati a economia di mercato ed ha recentemente aperto la possibilità che Fondi stranieri possano fare investimenti in Cina.

    Contro la possibilità, però, che lo Yuan diventi, a breve, una valuta internazionale giocano però molti altri fattori: solo 1,7 percento dei pagamenti internazionali sono attualmente svolti in questa valuta, il sistema continua a essere dominato dalla finanza statale e non c'e' alcuna garanzia che il Governo non prenda decisioni imprevedibili verso gli investitori esteri. Anche se gli stranieri possono investire in Cina (e quindi sullo Yuan) la cosa non è reciproca perché i risparmiatori privati cinesi non possono ancora investire liberamente in realtà estere. Lo stesso valore di scambio dello Yuan, seppur oggi più libero di alcuni anni orsono, continua a essere influenzato, diremmo controllato, dal Governo. Chi accetterebbe di fidarsi di una tal situazione?

    I cittadini americani, quindi, a differenza dei greci e dei cittadini di altri Paesi debitori netti, potranno continuare a spendere tranquillamente i soldi altrui e a vivere sopra i propri mezzi senza che qualcuno abbia il coraggio o la possibilità di chiedere loro di pagare il conto. E così sarà, almeno fino a quando il potere degli USA sul resto del mondo resterà quello attuale. 

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    Economia, yuan, dollaro, Islanda, Grecia, USA, Cina
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