08:19 16 Luglio 2018
Una mappa del Medio Oriente

Ne vedremo di belle in Arabia Saudita

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Mario Sommossa
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Tra i motivi che spinsero Obama sulla strada dell’accordo con l’Iran (detto dei 5+1) tre furono importanti.

La necessità di impedire che l'Iran diventasse una potenza nucleare, le controindicazioni su una possibile guerra e perfino sui bombardamenti "chirurgici", la possibile instabilità dell'Arabia Saudita dovuta all'avanzata età dei governanti sauditi e alle incognite legate alla successione al trono.

Un Iran nucleare avrebbe costretto sulla stessa strada pure l'Arabia Saudita, la Turchia e, probabilmente, anche altri Paesi dell'area. Sarebbe così enormemente aumentato il numero dei possessori di armi atomiche con il rischio che, alla fine, qualcuno ne facesse uso innescando la più terribile delle guerre.  Una "guerra" preventiva all'Iran, anche sotto forma di bombardamenti mirati sulle strutture nucleari conosciute, era militarmente improponibile: l'Iran non è l'Iraq né per la conformazione orografica né per le proprie capacità militari e non c'era alcuna certezza di poter neutralizzare tutte le scontate ritorsioni aeree e missilistiche.  Inoltre, nonostante anche in Iran esistano minoranze etniche insoddisfatte del potere centrale, un attacco esterno avrebbe ricompattato tutti gli iraniani, rinforzando il potere degli Ayatollah.

Dal punto di vista strategico, comunque, era la situazione saudita quella che consigliava di raggiungere in fretta un accordo. Sia il re, sia il potenziale successore designato erano molto in là con gli anni e innumerevoli i possibili pretendenti al trono. Il rischio era che, a breve, ci si sarebbe potuto trovare di fronte a una guerra civile e alla conseguente instabilità per tutta l'area. Una possibile dissoluzione dell'Arabia Saudita avrebbe avuto pesantissime conseguenze sui rifornimenti mondiali di petrolio e avrebbe lasciato l'Iran come unico e ostile padrone dell'area.

Per mantenere il predominio mondiale acquisito dopo la caduta dell'Unione Sovietica, la politica estera americana ha sempre avuto l'obiettivo di non consentire a un singolo Paese di diventare egemone in una qualunque area del mondo. A ogni Stato con velleità egemoniche gli Stati Uniti hanno sempre cercato di contrapporne almeno un altro, in modo da mantenere un equilibrio locale rimanendo arbitro, amico o almeno punto di riferimento di tutti i potenziali "big" della zona. Assodato il rapporto storico con Israele (mantenuto, nonostante le diffidenze tra Obama e Netanyahu), tollerate le "bizze" turche (comunque pur sempre membro della NATO), il dare qualche spazio agli iraniani poteva rientrare nei disegni di Washington.

Anche per rassicurare gli americani, il vecchio Re Salman nominò allora quale possibile successore il nipote Mohamed Bin Nayef, di 57 anni, Ministro degli Interni in carica e capo delle forze anti terrorismo. Il pericolo dell'instabilità' sembrava così superato ma contrasti interni a quella nomina non tardarono a manifestarsi e, anche a Washington, qualcuno cominciò a dubitare della sua affidabilità, soprattutto dopo un attentato alla sua vita fallito per poco. 

Lo scorso 21 Giugno, quindi, il più che ottantenne Re Salman ha pensato di designare un nuovo "principe della corona", nella persona del suo stesso figlio Mohamed Bin Salman. Costui, appena trentunenne, si era già messo in luce come uomo forte del regime guidando la guerra nello Yemen in qualità di Ministro della Difesa e lanciando il piano economico Vision 2030. Tale progetto, molto rivoluzionario per il Regno, dovrebbe portare a una profonda diversificazione dell'economia saudita trasformandola da puro produttore di materie energetiche in un Paese industrializzato e addirittura esportatore di elettricità verso i Paesi vicini. Il cambio in corsa del successore al trono sembra essere arrivato senza traumi interni: il Consiglio delegato ad approvare il futuro regnante l'ha votato con 31 voti favorevoli contro 34 e il "destituito" Bin Nayef è stato mostrato in televisione mentre si congratulava con il suo sostituto.

Ciò nonostante, alcuni punti di domanda restano.

Innanzitutto occorrerà vedere come reagiranno nel tempo gli altri potenziali candidati e se veramente, al momento dovuto, accetteranno l'insediamento del giovane e ambizioso figlio del Re. I concorrenti al trono sono tutti Principi appartenenti alla terza generazione della famiglia Saud e vanno dal principe Mitab Bin Abdullah, attualmente ministro della guardia nazionale, al Principe Turki Bin Faisal, già capo dell'intelligence e ambasciatore negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, al Principe Khaled Bin Faisal, governatore della Mecca e già ministro dell'educazione.

L'handicap di tutti questi possibili pretendenti è l'età molto superiore a quella di Bin Salman, anche se occorre notare che la nomina di un successore così giovane sembra essere stata studiata appositamente per attirare il consenso di una popolazione che per tre quarti ha un'età inferiore ai trentacinque anni. Per ora, il neo-nominato gode di buona popolarità e di ampio potere ma, qualora il piano Vision 2030 dovesse tardare a dare i frutti ipotizzati, la responsabilità ricadrebbe tutta proprio sul suo ideatore e ciò potrebbe alienargli le simpatie di cui gode. Un'altra incognita che lo coinvolge è la guerra nello Yemen che corre il rischio di trasformarsi in un Vietnam saudita impelagando le truppe del Regno per anni e senza risultati definitivi.

Per rafforzare l'immagine del figlio e in concomitanza con la nomina, il Re ha deciso una sorprendente marcia indietro anche sulle riduzioni, approvate lo scorso settembre, dei salari e di vari benefici di cui godevano i dipendenti pubblici che in Arabia Saudita sono un'alta percentuale. Il motivo dei tagli era stato il calo del prezzo del petrolio e il conseguente declino delle riserve in valuta ma, nonostante il bilancio dello Stato continui a restare deficitario, il Re ne ha annunciata l'eliminazione e promesso che gli arretrati già trattenuti saranno pagati.

Occorre qui ricordare, en passant, che la caduta del prezzo dell'oro nero era stata innescata proprio dagli stessi sauditi per cercare di mettere fuori mercato i produttori americani di shale oil. Costoro, oltre a rendere gli USA autosufficienti e quindi meno dipendenti dal petrolio del Golfo, stavano stravolgendo la posizione dominante di Riad sul mercato mondiale. L'operazione riuscì solo parzialmente: mentre alcune società americane furono costrette a chiudere perché il prezzo di vendita sotto i 60 $ al barile non era più remunerativo per loro, altre seppero adattarsi e sopravvivere anche con quotazioni inferiori.

Il mantenersi di alti livelli di produzione e l'esaurirsi delle riserve di valuta obbligarono allora i sauditi a decidere, assieme ad altri produttori, un taglio dei propri output per fare risalire il prezzo. Tuttavia ciò non è ancora bastato e il mercato sembra stabilizzato addirittura sotto i 50 dollari il barile.

Tutto ciò, in aggiunta alla crisi aperta con il Qatar, alla costanza dell'ostilità con l'Iran, allo stanziarsi di truppe turche nel Golfo e alla contraddittorietà' della politica Trumpiana, non fa che rendere sempre più difficile intravedere cosa succederà realmente a Riad nei prossimi mesi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Mohammed bin Salman, Barack Obama, Medio Oriente, Arabia Saudita, Iran, Turchia, USA
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