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    Palazzo Madama, la sede del Senato italiano

    Jus, gli italiani d’Italia sempre più soli

    © Foto: Wikipedia/Paul Hermans
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    Mario Sommossa
    201901285

    La verità dell’antico detto latino “Dio acceca chi vuole perdere” non è mai stata così evidente come nei confronti di coloro, PD e Governo in primis, che stanno per far approvare la sciagurata legge sullo jus soli.

    Teoricamente, lo scopo è nobile: non siamo razzisti, non crediamo più alla purezza della stirpe, ci hanno riempito la testa col concetto che la diminuzione delle nascite (e quindi della densità della popolazione) è una disgrazia e bisogna, quindi, integrare immediatamente tutti gli stranieri che non smettono mai di arrivare. Basta allora con lo jus sanguinis e diamo subito la cittadinanza italiana a chiunque nasca sul territorio del nostro Paese!

    Fino ad ora, avevano il diritto di definirsi italiani (cioè avere la cittadinanza) solo i discendenti di almeno un genitore italiano e quegli stranieri, sempre che ne facessero domanda, che avevano vissuto qui per almeno dieci anni. Se la legge in discussione in questi giorni al Senato passasse, potranno diventarlo tutti i neonati che vedranno la luce dentro i nostri confini, purché uno dei genitori risieda da noi da almeno cinque anni. Inoltre ne avranno diritto anche coloro che avranno completato almeno un ciclo di studi nelle nostre scuole, siano essi i cinque anni delle elementari o i tre delle scuole medie. Resta un dubbio sugli alunni delle scuole italiane all'estero.

    Che, con la legge attuale, il nostro passaporto spettasse anche ai bis-bis-bis-bisnipoti di un lontanissimo individuo di origine italiana è certamente un'assurdità. Molti di coloro che l'hanno richiesto nemmeno parlano l'italiano e non sono mai venuti neppure per vacanza nel Bel Paese. E, probabilmente, non intendono venirci. Costoro vedono nel documento italiano solo un metodo per aggirare la necessità di visti d'ingresso richiesti loro da alcuni Paesi o puntano a cercare un lavoro in Europa approfittando della libertà di circolazione e residenza dentro l'Unione Europea. Che tale legge andasse cambiata limitando alla seconda generazione tale diritto e si richiedesse almeno la conoscenza della nostra lingua era scontato, ma trasformarla in un "Benvenuti a tutti" significa svalutare totalmente il poco senso di appartenenza che ancora ci restava.

    L'attuale proposta di legge, che ci permettiamo di sperare non riesca a uscire dal Senato (ma sembra che qualche intelligentone del Governo voglia addirittura proporre il voto di fiducia), è sbagliata nei tempi, nel merito e negli obiettivi che si pone.

    Nei tempi: già ora, ben sapendo che i minori e le donne incinte in accordo alle nostre leggi non possono essere espulse, i barconi di clandestini che arrivano sono pieni di donne in gravidanza e tutte loro partoriranno da noi, tra l'altro a carico del nostro sistema ospedaliero e delle nostre forme di assistenza all'infanzia. Qualunque sia il motivo che l'ha spinta da noi, è sicuro che nessuna di loro sarà rimandata nel Paese da cui arriva. Appena il nuovo dispositivo dovesse essere approvato, il loro numero aumenterà in modo esponenziale e vedremo poi quanti giudici avranno il coraggio di discriminare tra i figli di uno straniero ufficialmente presente da cinque anni e di qualcuno che è entrato in Italia da clandestino e intende restarci. Gia' il numero degli arrivi senza fine è giudicato insopportabile dalla maggioranza degli italiani, figuriamoci quali saranno i nostri sentimenti nei confronti degli stranieri quando tale cifra aumenterà ulteriormente, con i costi relativi, e non potranno nemmeno più essere espulsi. Ai "buoni di cuore" che continuano a predicare l'accoglienza basta chiedere: Quanti ne volete? A che numero, giudicherete voi, dovremmo chiudere le porte? Un milione, due, dieci milioni? Purtroppo sembra che nessuno voglia rispondere e giudicano la domanda impertinente.

    Nel merito: il più grande problema delle società moderne è la difficoltà a ritrovare un'identità collettiva. Uno Stato che non offra un senso di appartenenza ai propri cittadini è destinato a dissolversi attraverso conflitti sociali interni sempre più cruenti e a perdere ogni considerazione altrui sul piano internazionale. Quale è, in un qualunque agglomerato sociale, lo strumento per sentirsi "comunità"? Se si rispondesse la lingua, si dimenticherebbe che in molte delle nostre regioni sono ammesse più lingue ufficiali e crescono le domande di scuole e uffici pubblici cui debba essere possibile rivolgersi in un linguaggio diverso dall'italiano. Andate a dire a un alto-atesino che l'identita' italiana viene dalla lingua…

    Se, come qualcuno pretenderebbe, ci si affidasse a una religione comune, occorrerebbe cambiare la nostra Costituzione perché essa prevede che ogni cittadino italiano possa praticare la religione che preferisce. La smetta chi distingue tra "cristiani" e "musulmani" (o buddisti, ebrei, testimoni di Geova, induisti di vario genere, animisti, zoroastriani, atei e chi più ne ha più ne metta) perché, da qualche tempo, i cattolici sono solo una parte della popolazione e noi non abbiamo una "religione di Stato". 

    Nel colore della pelle? Qualcuno ha l'impudenza, o il coraggio, di affermarlo?

    Forse, ci resta l'azzurro della nazionale di calcio. Se non fosse che tutti sostengono sia un po' troppo poco sentirci accomunati solo attorno, e ogni tanto, a un pallone.

    Dove trovare quindi una qualunque identità che ci rassicuri a sentirci parte di uno stesso popolo?  Per quanto debole, l'unica cosa che ancora ci unisce è la comune cittadinanza. Quella che ci fa votare per uno stesso Parlamento (anche se con sempre meno voglia), che ci da lo stesso passaporto, che ci fa riconoscere quando siamo all'estero, che ci da il "piacere" di pagare le tasse per ottenere i giusti servizi, pur essi "diversamente efficienti" nelle varie regioni. Purtroppo, il nostro essere "civili" ci ha spinti a elargire lo stesso trattamento assistenziale e sanitario a chiunque si trovi nel nostro Paese, indipendentemente dal passaporto in suo possesso. Ne fanno testimonianza le case popolari attribuite indipendentemente da ogni nazionalità, i pronto soccorso ingolfati da extracomunitari, le generose ospitalità gratuite offerte da molti comuni (soprattutto di "sinistra") solo agli stranieri. Gia' così la cittadinanza fa poca differenza, vogliamo diluirla ancora di più?

    Negli obiettivi. Qui casca l'asino! I promotori sostengono che l'attribuzione facile della cittadinanza e quel che ne consegue favorirebbero l'integrazione. Quanto ciò funzioni lo si vede nell'esperienza di altri Paesi generosi nel concederla. Basta andare in Francia o in Gran Bretagna per costatare la pace sociale che ne è nata. In molti quartieri si sono spontaneamente creati veri e propri ghetti "nazionali", ove nemmeno si parla la lingua ufficiale del Paese ospitante. Costoro non sono stati spinti a riunirsi in base alla loro etnia di provenienza: l'hanno scelto proprio per non "mischiarsi" e per continuare più agevolmente con le loro abitudini e le loro tradizioni. Spesso sono addirittura soggetti residenti da due o tre generazioni e vi vivono in modo del tutto autosufficiente, con i loro negozi, i loro luoghi di ritrovo, i loro culti e, naturalmente, la loro lingua. A molti di loro non passa nemmeno per la testa l'idea di "integrarsi", salvo pretendere gli stessi diritti degli autoctoni. Se non li ottengono, o pensano di essere "discriminati", nascono i tafferugli e i disordini di cui abbiamo avuto notizia in più occasioni. Senza parlare dei terroristi, oggi di moda. Quelli partiti per le varie "guerre islamiche" e magari rientrati con la volontà di compiere atti di terrorismo non erano gia' molti di loro "cittadini" di quel Paese che aveva dato loro la cittadinanza? Tuttavia, essendo oramai diventati francesi, britannici o, nel futuro, italiani, non possono nemmeno essere espulsi.

    Il fatto è che chi vuole veramente "integrarsi" se ne frega se otterrà la cittadinanza in cinque o dieci anni. Se è nato qui o altrove. Se davvero vuole integrarsi, farà di tutto per diventare a tutti gli effetti un membro della popolazione presso cui ha deciso di vivere la sua nuova vita, si sforzerà di imparare la lingua locale, di conoscerne la storia, di mandare i propri bimbi nelle scuole del posto affinché crescano come chi li circonda. E quando il momento arriverà, l'ottenimento della cittadinanza sarà vissuto come un traguardo raggiunto, un premio meritato.

    Caro Gentiloni, caro Renzi, continuando sulla strada su cui vi siete messi dimostrerete a qualche vostro fanatico di essere anche voi "di sinistra" e ve ne vanterete, ma, statene sicuri, se farete approvare questa legge, gli elettori italiani (quelli che restano) vi seppelliranno.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    cittadinanza, legge sulla cittadinanza, Senato, UE, Italia
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