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    Tedeschellum: l’Italia delude a destra, a sinistra e al centro

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    Marco Fontana
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    L'implosione del patto di riforma elettorale stretto tra le maggiori forze presenti in Parlamento (Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Forza Italia, Lega Nord) ha fatto perdere ancora una volta la faccia alla politica italiota, nei confronti sia dei propri cittadini sia della comunità internazionale.

    Il teatrino scaturito nei giorni seguenti al naufragio del "Tedeschellum", fatto di un urlato e pietoso rimbalzo di responsabilità tra le parti, non deve certo stupire, perché non ci si poteva aspettare più da questa classe "dirigente". Viene spontaneo domandarsi dove si sia nascosta quell'Europa che ci assillava con la richiesta di riforme a tutti i costi; dove sia finito il maledetto spread, il differenziale che gli economisti ci dicevano essere sensibilissimo all'affidabilità espressa dalla classe politica di un Paese; dove sia imboscato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva assegnato a Paolo Gentiloni un incarico da Presidente del Consiglio di breve periodo e legato alla stesura, a stretto giro, delle nuove regole elettorali.

    Difficile trovare qualche partito da salvare dopo l'ennesimo aborto di una riforma che doveva dotare l'Italia di una legge elettorale minimamente decente, che potesse garantire la governabilità, la rappresentatività e il rispetto delle norme costituzionali. Sono tutti responsabili, chi più chi meno. Il Partito Democratico ha la colpa di aver giocato con questo tema per mesi, attendendo che si definisse il suo assetto interno e coinvolgendo in pratica nelle sue primarie l'intero Paese; dopo aver fatto i propri comodi e ad accordo raggiunto, al primo momento di difficoltà ha fatto saltare il tavolo. Una rottura consumata peraltro su una modifica di legge non solo condivisibile, ma anche del tutto residuale rispetto al resto e sulla quale pesano come macigni i parlamentari assenti dall'Aula al momento del voto. Il Movimento Cinque Stelle ha dal canto suo dimostrato di essere inaffidabile quando stringe degli accordi: era già successo sulla legge che intendeva legalizzare le unioni civili. Su Forza Italia, invece, grava l'emendamento presentato dalla deputata Micaela Biancofiore che di fatto ha dato il via all'ammutinamento dei pentastellati: per carità, la parte restante del gruppo ha votato compatta con il PD, ma il peccato originale non può essere cancellato. La Lega Nord infine paga lo scotto di aver utilizzato l'incidente per abbandonare repentinamente la zattera, scagliando strali e "ruspe" a destra e manca, dopo che aveva ripetuto per mesi, ammorbando i talk show e intasando le agenzie stampa, che l'unica cosa importante era ridare voce ai cittadini. Gli altri cespuglietti, gruppuscoli e partitini presenti in Parlamenti, cioè quelli del fronte del no al Tedeschellum, non sono certo da meno, perché il loro scopo non è ispirato a grandi principi di libertà, ma è quello di sopravvivere conservando qualche scranno e fregandosene di rendere il Paese governabile. 

    Di fronte a questo assurdo quadretto si può solo rimanere esterefatti quando ci si rende conto che tutto è già tornato molto in fretta alla tranquillità: molti deputati e senatori hanno messo al sicuro il vitalizio (chiuso in cassaforte anche in caso di voto anticipato), perciò perché insistere in utopistiche battaglie contro i mulini a vento della stabilità, della governabilità, della responsabilità… È desolante vedere fino a che punto è sceso il livello della nostra classe politica. Al mondo esistono decine di leggi elettorali che funzionano benissimo e che potrebbero essere ricopiate pari pari e applicate nella nostro pirotecnica Penisola del bengodi. Basterebbero pochi giorni per approvare la legge: lo dimostrano tutti quei provvedimenti spendi-e-spandi che vengono sistematicamente votati dal Parlamento in un batter di ciglio. Nulla da fare, invece, se bisogna modernizzare il Paese: su questo punto la classe politica nazionale proprio non ce la fa a mettersi d'accordo e collaborare. 

    Il problema di fondo resta comunque quel divario fastidiosamente stridente fra gli inciuci e gli spettacolini degli onorevoli e le tragedie che vivono i semplici cittadini. La notizia più recente, che forse nemmeno più è una notizia visto che si ripete ogni mese, è il nuovo record segnato dal debito pubblico: ad aprile è stato pari a 2.270,4 miliardi, in aumento di 10,1 miliardi rispetto a marzo. E questo debito non si deve alle vituperate Regioni o all'aumento del welfare, ma semplicemente alla crescita della spesa da parte delle Amministrazioni centrali, in parole semplici dei palazzi del governo. Ecco, di fronte a questi numeri si comprende che non è più ammissibile la mancanza del senso di responsabilità nel costruire una legge elettorale seria e condivisa, per portare l'Italia al voto. Quel voto tanto rimandato e tanto atteso, quel voto che dovrebbe essere il momento decisivo della chiarezza e della scelta della strada da prendere per condurre il nostro povero Stivale a un futuro migliore.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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