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    Marcia pro-migranti a Milano, ma a quale pro?

    © AFP 2017/ JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET
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    Tatiana Santi
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    “Insieme senza muri”, “nessuno è illegale” sono gli slogan della manifestazione pro-migranti del 20 maggio a Milano. L’integrazione è un fenomeno complesso, che va ben al di là dei cori etnici e delle frasi fatte. Una marcia pro-migranti, ma a quale pro?

    La manifestazione "contro i muri" si è trasformata in un terreno di scontro politico, un'iniziativa che divide l'opinione pubblica. I flussi migratori e la loro inefficace gestione rappresenta uno dei problemi principali dell'Italia. C'è da capire se lanciare il messaggio che nessun immigrato è illegale sia il modo più adatto per affrontare il complicato tema dell'immigrazione e dell'integrazione.

    Inoltre con l'aumento dei flussi migratori sarà ancora più difficile garantire una vita dignitosa e un lavoro a chi già è arrivato in Italia e si ritrova abbandonato a sé stesso. Qual è lo scopo preciso della festa "20 maggio senza muri"? Finita la marcia e terminati i canti multilinguistici si passerà ai fatti per rendere più efficaci il controllo dell'immigrazione e il processo di integrazione? Sputnik Italia ne ha parlato con Livio Caputo, opinionista de Il Giornale, ex sottosegretario agli Esteri e Sherif El Sebaie, esperto di diplomazia culturale.

    — Livio Caputo, che idea si è fatto personalmente di questa manifestazione?

    — La trovo assolutamente assurda, perché il problema in questo momento in Italia è un altro, ovvero sia l'arrivo incontrollato, in numeri troppo grandi perché il Paese li possa sopportare, di migranti dall'Africa portati dalle Ong e in parte anche dalla nostra Guardia Costiera. Se oggi dovessi fare una marcia la farei per fermare quest'invasione e non per darle il benvenuto.

    — Nella marcia sfilerà anche il sindaco di Milano. Il messaggio di un Paese "senza muri" viene portato avanti da diversi politici anche al di là della marcia odierna. Che cosa ne pensa di questo messaggio?

    — Secondo me è una marcia sbagliata, che il governatore della regione Maroni ha anche invitato a sospendere dopo l'attentato alla stazione di Milano dell'altra sera. La manifestazione si svolgerà, speriamo senza incidenti. A mio avviso si tratta di una specie di svendita, ritengo che noi favoriamo soltanto un fenomeno che invece dovremmo cercare di governare. L'Italia è oggi il Paese europeo che riceve più migranti dall'Africa e nella maggior parte dei casi persone che non hanno diritto all'asilo politico in base alla convenzione di Ginevra, ma semplicemente migranti economici, che illusi dalle televisioni o dai racconti dei connazionali, pensano di trovare qui una vita migliore.

    Il problema è che non siamo l'America dell‘800 o l'Argentina della prima parte del ‘900, dove c'erano degli spazi da riempire. Abbiamo una popolazione di quasi 65 milioni di abitanti, con una densità notevole, abbiamo una disoccupazione superiore a quella del resto dell'Europa. Non possiamo essere il Paese destinazione per questi migranti che arrivano dall'Africa e che sono potenzialmente centinaia di milioni. L'Europa non ci aiuta, la distribuzione praticamente è stata insabbiata. La storia dei rimpatri è una presa in giro, perché quando arrivano 7 mila persone in un weekend se ne rimpatriano 70 è chiaro che non è una cosa seria. Non è nemmeno serio dire che investendo grandi somme nei Paesi di emigrazione, questa possa essere fermata.

    — Sorge allora la solita domanda: qual è la soluzione migliore per l'Italia nella gestione dei continui flussi migratori?

    — Innanzitutto ritengo che bisognerebbe impedire ai migranti che vengono salvati dalle Ong che battono bandiera di Panama o delle Isole Marshall per esempio di essere sbarcati in Italia. Una volta che i migranti sono sulle navi non sono più naufraghi in pericolo, sarebbe perfettamente legale negare a queste persone l'ingresso nel Paese perché non hanno né documenti né visti.

    I migranti che salviamo noi li dobbiamo tenere e se si scopre che si tratta di migranti economici dobbiamo cercare di rimandarli a casa, ma è un'operazione difficilissima e costosissima.

    — Come bisognerebbe gestire allora l'accoglienza dei migranti in territorio italiano salvati da navi italiane secondo lei?

    — Si cerca di integrarli, istruendoli sul territorio. Integrare dei rumeni, dei polacchi o delle persone con una cultura simile alla nostra può creare dei problemi, ma è possibile; integrare migranti dall'Africa profonda richiede uno sforzo molto maggiore. Inoltre dal punto di vista economico questi soggetti rappresentano un'immigrazione costosa e non redditizia. Il Papa sostiene che l'immigrazione è una risorsa, molti altri lo imitano, ma io penso che l'immigrazione selettiva, come fa l'Australia per esempio, può essere una risorsa. L'immigrazione che vediamo invece può rappresentare solo un peso.



    Sherif El Sebaie
    © Foto: Sherif El Sebaie
    Sherif El Sebaie
    — Sherif El Sebaie, lei condivide la scelta di indire la manifestazione dallo slogan "20 maggio senza muri", "nessuno è illegale"?

    — Secondo me è una marcia strumentale che serve a qualche politico per darsi visibilità magari prima delle elezioni. Si tratta di realtà che con l'immigrazione hanno fatto un business e la ragione della propria sopravvivenza. Sicuramente ci saranno tante persone che ci credono, persone senza le quali il modello dell'integrazione, ammesso che questo modello esista in Italia, sarebbe impossibile.

    Ritengo che si tratti di marce fini a sé stesse, con l'obiettivo di far parlare i giornali, concretamente poi non si traducono in procedure, regole che possano garantire un'immigrazione di qualità e soprattutto un'immigrazione che possa contribuire allo sviluppo del Paese. Farebbero meglio secondo me a protestare o a scendere in piazza per chiedere delle procedure più snelle per la concessione dei visti, perché i consolati italiani sono molto rigidi nel concedere i visti. L'anno scorso per esempio una ventina di studenti egiziani che studiavano in una scuola italiana non sono riusciti a venire in Italia nonostante avessero tutti i documenti. Da una parte non si fa entrare chi ne avrebbe il titolo, d'altra parte si scende in piazza per dire che nessuno è illegale, c'è un po'di confusione.

    — Oltre alla marcia sono previsti anche concerti e iniziative multiculturali.

    — È quello che io chiamo la fuffa-integrazione. È la particolarità di una certa sinistra, l'integrazione è ridotta al folklore e quindi abbiamo il cuscus marocchino e il bongo degli africani. Certi politici sono bravi a mostrare il folklore, poi però non vediamo concretamente un'integrazione nei fatti. Nelle loro file non vediamo intellettuali o politici stranieri per esempio.

    — L'integrazione è effettivamente un processo molto più complesso. Quali sono gli strumenti per un'integrazione efficace?

    — Tanto per cominciare bisogna rivedere le leggi che trattano l'immigrazione e la concessione della cittadinanza. Questo secondo un'ottica né buonista dell'accoglienza senza regole né un'ottica chiusa e piena di pregiudizi per cui nessuno potrebbe entrare. C'è bisogno di un controllo ferreo su chi entra nel Paese, sui criteri secondo cui una persona può entrare nel Paese. Parliamo di misure adottate da Paesi che hanno molti più mezzi e spazio come gli Stati Uniti, l'Australia e il Canada, che selezionano chi far entrare nel Paese, stabilendo delle quote. Le quote garantiscono la possibilità che i migranti riescano ad integrarsi senza avere un impatto sociale negativo e che in tempi brevi possano diventare soggetti produttivi.

    — Per una maggiore integrazione in poche parole innanzitutto è necessario quindi poter dare un lavoro agli immigrati?

    — Assolutamente sì, bisogna garantire che imparino la lingua, che possano iscrivere i figli a scuola anche. Bisogna cercare un modello che prevede l'ingresso magari di nuclei famigliari e non di centinaia di migliaia di giovani che poi sono abbandonati a sé stessi, non hanno la possibilità di lavorare e nemmeno la possibilità di ricongiungersi con la famiglia. Il Canada per esempio ha delle graduatorie in cui il fatto di essere di una certa età e di avere una moglie con dei figli rappresenta un punteggio più alto rispetto ad altri. C'è una logica: nel momento in cui tu fai entrare un nucleo famigliare, questo nucleo ha tutto l'interesse di stabilirsi e integrarsi.

    — Cosa direbbe alle persone le quali ritengono che esistono immigrati più facili da integrare rispetto ad altri? C'è chi ritiene che i musulmani siano impossibili da integrare, lei si dissocia da questa posizione?

    — La verità è che siamo diversi, la cultura, i modi di comportarsi e intendere i rapporti sociali sono diversi da un Paese all'altro. Altrimenti non esisterebbe la diplomazia e non esisterebbero accorgimenti per non offendere un'altra cultura. È anche vero che viviamo in un mondo globalizzato con la possibilità di informarsi e sapere come si vive negli altri Paesi. Oggi è difficile dire se un soggetto di una certa nazionalità o di una certa fede potrà integrarsi o meno. Tutto dipenderà dal percorso e dalle esperienze che lui ha fatto nella sua vita. Non ne farei un discorso di nazionalità o di fede. Si tratta di cultura.

    Io stesso sono musulmano, perché sono nato tale. Ho studiato in scuole francesi e italiane e ho fatto un percorso che già nel mio Paese di origine mi ha immerso in una particolare cultura. Se venissi bollato solo perché sono di questa fede come una persona impossibile da integrare mi darebbe anche fastidio.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    rifugiati, migranti, profughi, immigrazione, Crisi dei migranti, Manifestazione, Milano, Italia
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