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    Tutto sul terrorismo, senza peli sulla lingua

    © AP Photo/ David Karp
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    Tatiana Santi
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    Esiste una correlazione fra terrorismo islamico e immigrazione? Quali strumenti esistono per combattere il terrorismo di oggi, quando per organizzare un attentato o arruolarsi a Daesh basta un click? Come prevenire il fenomeno della radicalizzazione? Tutto sul terrorismo, senza peli sulla lingua.

    Con il tempo il terrorismo è mutato e quindi a cambiare sono anche gli strumenti di prevenzione e di lotta contro minacce in forte crescita come la radicalizzazione, che lontana dai campi di battaglia si cela all'interno del tessuto sociale europeo.

    Claudio Bertolotti, analista strategico di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all'Università Cattolica di Milano
    © Foto: fornita da Claudio Bertolotti
    Claudio Bertolotti, analista strategico di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all'Università Cattolica di Milano
    Nella narrazione mediatica dominante italiana si evita spesso e volentieri di accostare il termine terrorismo alla parola islam, si preferisce non collegare il fenomeno dell'immigrazione al rischio del terrorismo. Per analizzare a fondo fenomeni così complessi come il terrorismo e la radicalizzazione evidentemente la prima cosa da fare sarebbe evitare i tabù.

    Per mettere i puntini sulle "i" Sputnik Italia ha raggiunto Claudio Bertolotti, analista strategico di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all'Università Cattolica di Milano (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies).

    — Claudio, com'è cambiato negli anni il terrorismo, se pensiamo che oggi basta un click in rete per arruolarsi al Daesh o per organizzare un attentato?

    — Quello con cui ci interfacciamo oggi non è il terrorismo convenzionale e quello conosciuto in Europa e in Italia negli anni '70-'80. È una nuova forma di terrorismo che ha nella sua variante mediorientale una forte componente insurrezionale evolutiva. Guardando all'Europa e al Nord Africa notiamo una dimensione sempre più individuale dove l'atto del terrorismo diventa una tecnica funzionale ad una strategia. Da un lato vi sono le ambizioni insurrezionali attraverso l'azione dei singoli, dall'altra un chiaro disegno politico di trasmettere l'idea di resistenza di uno Stato Islamico, che va ben oltre i confini geografici che abbiamo imparato a conoscere nel periodo 2014-2016.

    Per questa nuova natura del terrorismo le strategie di contrasto in Italia, che parte da un'esperienza molto forte del terrorismo rosso, credo si debbano fondare su basi completamente nuove legate all'attualità.

    — Cioè?

    — Oggi siamo in una fase di transizione, passiamo da una minaccia territoriale, fisica ed esterna, quella del proto Stato teocratico sunnita che ha raggiunto 30-50 mila combattenti stranieri, ad una minaccia legata a un fenomeno sociale, in grado di penetrare la società nelle frange più deboli, marginali e giovani. Alcuni anni fa avremmo chiamato questo fenomeno "transnazionale", in grado di superare le frontiere. Io oggi lo definirei "anazionale", perché ha privato di una nazionalità tutti i suoi aderenti e i suoi affiliati, dando loro una nazionalità globale ideologica di appartenenza allo Stato Islamico. La minaccia oggi è di tipo interno, perché ha penetrato la società convincendo singoli soggetti o piccoli gruppi a portare a compimento atti di tipo individuale. È una minaccia persistente, non prevedibile, difficilmente contrastabile. È una bella sfida.

    — Quali sono gli strumenti a disposizione per prevedere e contrastare il fenomeno della radicalizzazione in Europa?

    — Possiamo citare due ordini di strategie di contrasto, uno di tipo immediato repressivo. Come primo attore ci sono le forze di polizia, gli strumenti dell'intelligence e in parte lo strumento militare. È una strategia nel breve termine.

    L'altro ordine è quello preventivo, un approccio di medio e lungo periodo, ma che richiede un grande sforzo di riorganizzazione e rivoluzione di tipo culturale. Un fenomeno come il radicalismo, la cui manifestazione estrema è il terrorismo, nasce in Europa all'interno di specifiche realtà infatti di tipo culturale religioso.

    L'Italia sul piano della prevenzione sta lavorando meglio di quanto non abbiano fatto la maggior parte dei Paesi europei in questo momento. Vorrei citare due iniziative normative. Il decreto contro il terrorismo del 2015, conseguente all'attacco di Parigi, è inserito all'interno dell'ordinamento nazionale che prevede l'espulsione immediata di soggetti potenzialmente a rischio, i quali possono non aver compiuto o pianificato azioni violente, ma possono anche solamente aver contattato e esaltato i terroristi dell'ISIS.

    La seconda iniziativa è promossa dall'onorevole Dambruoso e dall'onorevole Manciulli ed è volta ad avviare il processo di deradicalizzazione all'interno delle carceri, luogo di reclutamento e indottrinamento molto vivace, oltre che delle moschee non regolamentate.

    — Vi è la tendenza in Italia a non associare il terrorismo all'islam e alla religione, per descrivere gli attentatori si preferiscono termini come "pazzo" e "pazzoide". Spesso si fa fatica a collegare il terrorismo all'immigrazione, anche se è risaputo che molti trafficanti di migranti sono legati a gruppi criminali vicini a Daesh. Come stanno realmente le cose secondo lei?

    — Io non condivido la scelta di tendere a definire i singoli attentatori come pazzi o emarginati. Secondo me è una scelta di opportunità di tipo politico di brevissimo periodo, che non ha la capacità di definire il problema nella sua prospettiva di lungo termine. È un errore, perché si tratta di terrorismo islamico, non bisogna avere timori di provocare reazioni da parte delle comunità musulmane europee. È un errore comunicativo, si rischia così di sottovalutare un fenomeno crescente.

    Per quanto riguarda il legame fra terrorismo, migrazione e criminalità direi di partire dai numeri. Abbiamo una correlazione statistica di attentatori pari allo 0,00002 % calcolati su un milione di immigrati giunti nel 2015. Seppure bassa è comunque causa di centinaia di morti e di feriti in Europa negli ultimi due anni.

    Bisogna poi anche considerare che l'attacco di Parigi al Bataclan ha visto 8 soggetti terroristi, di cui 2 erano immigrati. Ribaltando la statistica vediamo che il 25% degli attentatori di Parigi quindi erano immigrati. Inoltre nell'ultimo anno del totale degli attacchi eseguiti, circa un centinaio, una trentina sono stati eseguiti da soggetti immigrati. Vi è poi secondo il report dell'intelligence italiana una diretta e verificata attività di collaborazione fra la criminalità transnazionale dell'aerea mediorientale e nordafricana con il terrorismo e la criminalità nazionale, in particolare quella brindisina.

    — Qual è il ruolo della cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo, fra Russia e Stati Uniti in primo luogo?

    — È fondamentale. Siccome è una minaccia comune è necessaria una cooperazione ai fini di una strategia comune. Russia, Stati Uniti ed Europa guardano dalla stessa parte e vengono minacciati dalla stessa parte. Il dialogo e la cooperazione sono quanto mai necessari specialmente in questo periodo molto travagliato.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    lotta contro il terrorismo, terrorismo
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