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    Iran al voto, ecco chi sono i candidati (e i favoriti)

    © Sputnik. Sergey Mamontov
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    Mario Sommossa
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    Affermare che l’Iran sia una compiuta democrazia sarebbe azzardato. Tuttavia sarebbe altrettanto inesatto pensare a quel Paese come a un sistema totalitario, ove solo un piccolo e chiuso gruppo di potenti possa decidere per tutti.

    La realtà è che siamo di fronte a un insolito misto di libertà democratiche e di autoritarismo. Non si tratta solo del voto, sostanzialmente libero e corretto: esistono nella società e nella politica gruppi che si contrappongono, si criticano, si sfidano per ottenere il sostegno popolare e tutelare gli interessi che ciascuno di loro rappresenta.  Nello stesso tempo, esiste una "Guida Suprema", scelta con procedure poco trasparenti da un circolo ristretto di "saggi", che ha la parola finale su ogni decisione del Parlamento o del Presidente, pur se costoro sono eletti a suffragio universale. Le stesse candidature a queste due ultime posizioni sono soggette al vaglio di un "Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione" (una specie di Corte Costituzionale) che decide in conformità a criteri molto "soggettivi" chi escludere o accettare nelle competizioni.

    Per le elezioni Presidenziali che si terranno il prossimo 19 maggio, si erano messi in lista ben 1636 individui, di cui 137 donne. Contrariamente a quanto la nostra stampa lascia spesso intendere, il ruolo della donna in Iran non è affatto marginale o sottomesso e non è un caso che le studentesse universitarie donna sono più numerose degli studenti maschi. Dalla caduta dello Shah a oggi, molte di loro sono diventate Ministro e, almeno teoricamente, non esistono ostacoli formali alla possibile elezione di una donna a Presidente. Fino ad ora, però, tutti i Presidenti erano uomini e anche questa volta i soli sei ammessi alla corsa elettorale saranno maschi.

    Si sarebbe portati a pensare che il conservatore moderato Rohani, Presidente uscente e artefice dell'accordo che ha portato alla sospensione delle sanzioni internazionali, sia destinato a una sicura riconferma, ma il quadro non è così scontato. Gli altri candidati ammessi sono:

    — Mustafà Hashemi Taba, ex ministro dell'Industria e vice presidente dal 1994 al 2001 durante i mandati presidenziali di Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami, ex Capo dell'Organizzazione dello Sport e membro del Consiglio comunale di Teheran 1.

    — Eshaq Jahangiri, attuale primo vice presidente che ha servito come ministro dell'Industria e delle miniere durante la presidenza di Khatami.  

    — Mustafà Aqa Mirsalim, membro del Consiglio del Discernimento (34 membri scelti dalla Guida Suprema e prevalentemente conservatori. E' un organo creato per dirimere le possibili controversie tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani) e consigliere alla presidenza durante il mandato di Alì Khamenei (1981-1989).

    — Mohammad Bagher Qalibaf, attuale sindaco di Teheran fu battuto da Rohani quattro anni fa. Fu Capo della polizia e alto ufficiale di aviazione nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Quest'organismo, un vero e proprio esercito parallelo, è particolarmente forte anche grazie agli innumerevoli interessi in molte aziende nei settori strategici e nell'industria petrolifera. Qalibaf fu molto attivo nel reprimere i moti studenteschi nel 1999, nel 2003 e nel 2009.

    — Seyyed (discendente di Maometto) Ebrahim Raisi, responsabile e amministratore della Astan Quds Razavi, un'organizzazione caritatevole molto popolare che gestisce il santuario dell'ottavo imam sciita ed ha un budget di circa quindici miliardi. E' membro del Consiglio del Discernimento e fece parte per due mandati dell'Assemblea degli Esperti. Magistrato, fu anche Capo dell'Ispettorato Generale dell'Iran. E' professore di Diritto Islamico. Sua moglie è docente universitaria.

    Tra gli esclusi spiccano l'ex Presidente Ahmadinejad e il suo protetto gia' suo ex vice-Presidente Hamid Baghei. Il primo era stato invitato dalla Guida Suprema Khamenei a non ricandidarsi per evitare una "polarizzazione troppo accentuata della società iraniana". Dapprima aveva dichiarato di astenersi da ogni futura attività politica, poi ci ha ripensato e si è iscritto nella lista dei candidabili. La sua esclusione non ha sorpreso perché il Consiglio dei Guardiani è molto vicino alla Guida e uno "sgarro" verso di lui non poteva passare senza conseguenze. Più sorprendente è stata l'eliminazione contemporanea del Baghei. In un primo momento si era pensato che Ahmadinejad si fosse candidato solo perché, considerati i due molto vicini tra loro, l'eliminazione sicura di uno avrebbe garantito l'ammissione dell'altro. L'ex Presidente gode ancora di molto supporto tra gli strati popolari più poveri e nelle campagne e avrebbe potuto dirottare i suoi voti verso il sodale. Anche se il Consiglio dei Guardiani non è tenuto a giustificare le sue scelte, è presumibile che uno dei motivi dell'esclusione oltre a quello che ha portato alla bocciatura di Ahmadinejad fossero le pesanti accuse di corruzione, con relativo arresto, che colpirono il Baghei nel 2015.

    Sta di fatto che la corsa elettorale vede comunque tutte personalità di spicco e ciò dimostrerebbe che, almeno in teoria, chiunque potrebbe vincere. I veri contendenti restano però soltanto due: l'uscente Rohani e Seyyed Raisi. Quest'ultimo è il vero favorito perché è il candidato dei conservatori, ha avuto il supporto formale del movimento politico (JAMNA) delle Guardie Rivoluzionarie e, gode notoriamente dell'appoggio della Guida Suprema Khamenei.

    I motivi della sua possibile vittoria, voto popolare permettendo, sono almeno tre. Da un lato la gran parte della popolazione e gli esponenti del potentissimo "Bazar" di Teheran, pur avendo apprezzato il raggiungimento dell'accordo con l'occidente, non hanno ancora visto i risultati economici attesi. La disoccupazione rimane sopra il 12% e arriva al 30% tra i giovani. Gli investimenti esteri sono stati annunciati in gran numero ma arrivano a rilento e gran parte della popolazione non ha alcun sentore dei cambiamenti positivi tanto propagandati. Va però detto che molti dei motivi dello stallo dell'economia nonostante la fine delle sanzioni risiede in una burocrazia particolarmente inefficiente e nell'enorme corruzione diffusa a tutti i livelli.

    Poi, esiste da tempo una rivalità tra i "clerici" e i "tecnocrati" e, seppur questa contrapposizione non abbia mai più toccato il livello raggiunto durante la Presidenza Ahmadinejad, la lotta che i mullah conducono per salvaguardare i propri privilegi è acerrima. Rohani, pur essendo uno di loro, ha cercato di ridurre le loro interferenze e far prevalere le istituzioni "civili" ma ciò gli ha alienato il sostegno dei clericali e dello stesso Khamenei.

    Infine ci sono ragioni di ordine internazionale. In data 18 aprile il Segretario di Stato americano Tillerson aveva dato il via al Congresso per confermare la sospensione delle sanzioni internazionali (quelle solo americane restano comunque in vigore) verso l'Iran affermando che quel Paese stava rispettando gli impegni assunti. Il giorno dopo, però, in visita in Arabia Saudita ha dichiarato che l'accordo è comunque debole e va rivisto e che l'Iran continua a essere finanziatore d'instabilità e di terrorismo in tutti i Paesi vicini. Gli obiettivi del diplomatico americano erano, da un lato, compiacere i sauditi e gli israeliani e, dall'altro, tenere Teheran costantemente sulla corda. Il calcolo di Khamenei, vero responsabile per la politica estera iraniana, sarebbe quello di sostituire Rohani, la cui immagine è oramai troppo identificata con l'accordo firmato, con qualcun altro di propria fiducia che, senza denunciare gli impegni sottoscritti, possa essere libero di mostrare un volto più duro davanti ai possibili tentativi americani di rinegoziare quanto gia' concordato.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    Opinione, elezioni, presidente Hassan Rohani, Iran
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