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    Un uomo cerca una proposta di lavoro in un giornale.

    Disoccupazione, gli effetti psicologici (sottovalutati)

    © Sputnik. Maxim Bogovid
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    Tatiana Santi
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    La disoccupazione non è un problema solamente economico, il lavoro infatti è legato direttamente all’identità di una persona. Ritrovarsi senza un’occupazione fa sentire inutili e impotenti, effettivamente non sono delle belle sensazioni. Quali sono gli effetti psicologici, purtroppo sottovalutati, della disoccupazione?

    "Chi non lavora non fa l'amore", sono le parole di un noto brano di Celentano. In realtà chi non lavora vive una fase critica della propria vita, rischiando anche di isolarsi socialmente e di perdere la propria identità.

    I media non fanno che parlare di disoccupazione e di crisi, raramente si affronta però questo fenomeno da un punto di vista psicologico, oltre che a quello economico. Al di là dei ministri italiani che hanno definito i giovani inoccupati schizzinosi e che si sono felicitati di fronte ad un mare di cervelli in fuga, è importante capire la complessità e la gravità del fenomeno. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Edoardo Ercoli, psicologo, socio fondatore di Obiettivo Psicologia srl, Vicepresidente Centro Indivenire.

    Edoardo Ercoli
    © Foto: fornita da Edoardo Ercoli
    Edoardo Ercoli

    — Edoardo, quali sono gli effetti psicologici della disoccupazione e dell'inoccupazione?

    — Sono due situazioni da distinguere, perché sono due condizioni di vita molto diverse, anche se spesso vengono associate. Un disoccupato è una persona che in qualche modo ha sperimentato il ruolo del lavoratore. Gli inoccupati sono persone che non si sono mai inserite nel mercato del lavoro, quindi c'è un aspetto anche fisiologico da valutare, che se si protrae troppo può causare diversi effetti psicologici.

    Nel contesto della disoccupazione ogni situazione viene comunque riletta soggettivamente dalle persone. Per quanto riguarda gli effetti che si possono manifestare, immaginiamo due strade: una nella direzione dell'eccesso e l'altra del difetto.

    — Cioè?

    — Nel primo caso può cominciare a comparire un aumento della tendenza aggressiva della persona, la quale si sente ferita, come se avesse vissuto un torto ingiusto. Questo soggetto comincia a reagire emotivamente, si manifestano la rabbia e la collera rivolte verso l'esterno. È più facile scaricare il vissuto emotivo sul mondo vicino al soggetto e sui famigliari. La persona diventa più rabbiosa e intollerante. Si crea una situazione dove la persona tende a valutare il tutto come ingiusto.

    La strada del difetto è tutta un'altra situazione, si tratta di una reazione verso l'interno: la persona, pur vivendo un'ingiustizia, comincia a sentirsi causa dell'ingiustizia. In questo caso si manifestano effetti contrari: la persona rivolge l'aggressività verso l'interno, comincia a sperimentare il senso di impotenza, sente la paura di non essere all'altezza e di non essere adeguato alla situazione. Può manifestarsi anche una forma di isolamento sociale. La persona prova non la rabbia, ma la tristezza, non l'aggressività ma semmai sensazioni melancoliche.

    Tutto comunque dipende anche dalla personalità e dalle condizioni di vita del soggetto.

    — Quali particolarità psicologiche si riscontrano invece nel caso dell'inoccupazione?

    — Le strade sono le stesse. Gli effetti negativi dell'inoccupazione sono legati alla durata di questa fase e al contesto sociale che circonda il ragazzo. Se il ragazzo si trova in un gruppo di amici che sperimentano una situazione simile, gli effetti sono più morbidi e il ragazzo non si sente escluso. Se il ragazzo si trova ad avere una serie di amici che più facilmente riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, gli effetti psicologici saranno più forti. È molto più facile che ci sia insomma il confronto con il gruppo.

    Sembra un po'paradossale, ma il fatto che questa situazione sia molto divulgata, non si fa che parlare di crisi infatti, può attenuare un po'gli effetti della mancanza di lavoro. Questa non è necessariamente una cosa buona, perché tante volte può portare le persone a normalizzare questa situazione.

    — Si parla molto di disoccupazione nei media, ma l'aspetto psicologico non le sembra un po'sottovalutato?

    — Purtroppo è sottovalutato. Sono il vicepresidente del centro "Indivenire". Diversi anni fa abbiamo lanciato una campagna gratuita che si chiamava "Occupiamoci dei disoccupati". Gli effetti psicologici possono essere molto forti e portano la persona a immobilizzarsi in quella condizione. Il lavoro psicologico che si fa con il disoccupato non è di trovargli un lavoro, ma di farlo vivere in modo diverso la situazione di crisi che sta vivendo.

    In questo campagna siamo riusciti ad aiutare tante persone a rimettersi in gioco, non solo professionalmente, ma come identità. Il lavoro fa parte dell'identità della persona.

    — "Che cosa fai nella vita?" è la prima domanda che si pone solitamente al primo incontro. Perdere il lavoro vuol dire anche perdere la propria identità secondo lei?

    — Assolutamente sì. Fino ad oggi questo si manifesta più nell'uomo che nella donna. A me non piace parlare per luoghi comuni, ma la donna statisticamente parlando è più sfaccettata nei diversi ruoli che ricopre nella vita, l'uomo, soprattutto nelle vecchie generazioni aveva un'identità fortemente associata al suo lavoro. Quando una persona si è dedicata tantissimo al proprio lavoro e questo lavoro viene a mancare al di là dei fattori oggettivi, come lo stipendio, il problema è più complesso. Seguo persone con degli ammortizzatori sociali, che non sperimentano problemi economici, ma questo non significa che non risentano di effetti psicologici. Una persona capisce di non essere più la persona di prima. Questo può avere un fortissimo impatto soprattutto se la persona non riesce più a rimettersi in gioco.

    — Quale messaggio vorrebbe lanciare ai tantissimi disoccupati e inoccupati, a chi ha perso il lavoro e a chi non l'ha ancora trovato?

    — A chi ha perso il lavoro direi di ricordare che si tratta di un momento di crisi e che ogni momento di crisi porta in sé il germe di un potenziale cambiamento. Vorrei fare l'esempio di una ragazza che ho seguito: la perdita del suo lavoro in un call center ha rappresentato un momento di grande crisi, si era immobilizzata e vedeva soltanto gli aspetti negativi di questo fenomeno. Noi l'abbiamo aiutata a vedere la situazione allontanandosi dal fenomeno critico stesso e a guardare il tutto da una prospettiva più lontana. Quando si vive quel problema è come se ci avvicinassimo col naso ad una parete: si vedono delle cose, ma non il tutto. Se la persona si allontana riesce a vedere invece percorsi alternativi. Lei oggi ha creato una sua piccola azienda dove fa cake design, quello che le è sempre piaciuto fare nella vita.

    Bisogna provare ad allontanarsi emotivamente dalla situazione e ricordarsi che ogni situazione critica ha dentro di sé il germe del cambiamento, che a seconda di come è vissuto può portare ad un'involuzione o ad un'evoluzione.

    Agli inoccupati direi di portare l'attenzione su di sé. Quando si è inoccupati si accettano spesso cose senza criterio, che non sono funzionali alla persona. I giovani si devono mettere al centro e si devono informare, perché in Italia i servizi di orientamento sono abbastanza recenti. La ricerca del lavoro è un lavoro vero e proprio, bisognerebbe acquisire quindi competenze anche per questo.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.   

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    Tags:
    Lavoro, disoccupazione, Economia, Italia
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