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04:52 20 Agosto 2019
Kim Jong-un

Come tener lontano le rivoluzioni colorate? Te lo insegna Kim il “pazzo”

© AP Photo / Sergey Guneev, KRT via AP Video
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Mario Sommossa
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Durante i suoi colloqui con le autorità a Seul, il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha dichiarato: “La nostra pazienza strategica è finita”. Si riferiva, naturalmente, alla Corea del Nord e alle sue continue provocazioni fatte di esperimenti nucleari e di lanci di missili.

Proprio prima dell'inizio della più grande esercitazione militare congiunta tra Sud Corea e Stati Uniti, il 6 marzo, il regime nord coreano aveva, infatti, fatto partire verso le acque del Giappone quattro missili balistici capaci di portare mini bombe atomiche. I missili caddero, volutamente, all'interno della zona marina di competenza giapponese. La distanza raggiunta non era casuale poiché copriva quella che va dalla base di lancio nord-coreana alla grande area militare americana in Corea del Sud. Poco più tardi, il 22 marzo, ci fu un secondo lancio e poco importa che, a detta degli esperti, fosse un fallimento.

Alcuni giorni prima del sei, c'era stato un incontro tra i rappresentanti di Pyongyang e di Pechino, incontro che fu giudicato positivo da entrambe le parti. Tutti pensarono che i cinesi, dopo aver deciso di sospendere tutte le importazioni di carbone dal Paese confinante, fossero riusciti a ricondurre i nord coreani alla ragione, convincendoli a un atteggiamento più dialogante. D'altra parte, la Cina è il maggior partner commerciale del piccolo Stato e l'export di carbone rappresenta una delle maggiori entrate valutarie per le sofferenti casse di quest'ultimo. Se Pechino decidesse veramente di chiudere i propri rubinetti, per il regime nord coreano sarebbe la fine.

Quasi in concomitanza con questi avvenimenti, nell'aeroporto malese di Kuala Lumpur era assassinato, su evidente mandato nordcoreano, il fratellastro del dittatore. La Malesia, si badi bene, è uno dei pochi Stati che ancora mantenevano discrete relazioni diplomatiche con la Corea del Nord e quanto successo ha "obbligato" i malesi all'espulsione dell'Ambasciatore coreano e al raffreddamento di ogni contatto.

Se ragionassimo con la razionalità che pretendiamo essere connaturata alle azioni di tutti i Governi, dovremmo dedurre che le azioni di Kim Jong Un sono senza senso e che i coreani si stiano facendo del male da soli andando a cercarsi reazioni straniere che potrebbero diventare anche molto pericolose per la loro sopravvivenza come Stato. Tuttavia non è questa la giusta chiave di lettura.

Che le azioni di Pyongyang fossero rischiose ma, ciononostante, ben calcolate, lo si è visto pochi giorni dopo, quando Tillerson, partito bellicoso da Seul è arrivato a Pechino.: i suoi toni sono improvvisamente cambiati e ha dovuto dichiarare che USA e Cina cercheranno "insieme" come risolvere la questione nordcoreana. Chi aveva preconizzato un qualche attacco "preventivo" americano contro le istallazioni nucleari, almeno per ora, dovrà ricredersi.

La marcia indietro americana è stata imposta dai cinesi che non possono tollerare un intervento militare USA vicino ai propri confini e, d'altra parte, gli americani, memori dell'intervento cinese nella guerra di Corea del '51, non hanno alcun interesse a un confronto con Pechino, nemmeno se indiretto. Detto ciò, anche i cinesi sono profondamente irritati dal comportamento aggressivo del vicino e da qualche tempo cercano, con le buone e con le cattive, di convincere il dittatore a cessare lanci ed esperimenti nucleari.  Sanno benissimo che l'atteggiamento di Kim Jong Un autorizza di fatto gli americani a potenziare la propria presenza nella Corea del Sud (vedi la confermata installazione del sistema anti missile Thaad), cosa certo non gradita da Pechino. Nello stesso tempo sanno anche che un attacco nemico causerebbe certamente la fine del regime, con almeno un milione di profughi in fuga verso la Cina. Cosa ancor peggiore, la Corea del Sud non potrebbe che riunificare il Paese, portando così i propri confini (e le relative basi americane) a contatto diretto col territorio cinese. Anche Seul, tuttavia, pur se preoccupata dalle continue dimostrazioni belliche di Pyongyang, in caso di bombardamenti americani sul vicino del nord teme molto di più che, prima di soccombere, ci sia una reazione con lanci atomici che metterebbero a ferro e fuoco le principali città sud coreane. Senza contare i costi enormi che si troverebbe ad affrontare per la ricostruzione non solo del proprio territorio ma anche, cosa ancor più gravosa, di tutto il nord stesso. La paura di ritorsioni a seguito di un attacco USA in Corea è sentita anche a Tokio, ove è noto che i missili nord coreani sono tecnicamente in grado di raggiungere tutte le maggiori città.

Per quanto sia rassicurante, quindi, giudicare "pazzo" il dittatore nord coreano, occorre ammettere che ogni sua mossa è studiata per raggiungere fini precisi ed è una scommessa che, nonostante tutto, nessuno avrà la volontà e nemmeno un vero interesse ad attaccarlo. Avere il possesso di armi nucleari e mostrarsi pronto a usarle rappresenta, quindi, la sua miglior garanzia per scoraggiare possibili tentazioni di "cambio di regime".

Tuttavia, Kim Jong Un non è solo attento agli attacchi che potrebbero venire dall'esterno, ma si premunisce anche da pericoli interni. Nessun dittatore è veramente un autocrate: sempre deve fare i conti con i gruppi di potere che, man mano, si costituiscono sotto di lui. Il suo potere viene confermato acquisendo e mantenendo il loro consenso, magari mettendoli uno contro l'altro. Esempi recenti in altri Paesi a noi più vicini hanno pure dimostrato come l'interferenza straniera non sempre si manifesti in prima persona, ma, spesso, si camuffi attraverso personaggi locali cui viene sollecitata l'ambizione e a cui si promette sostegno in caso di conquista del potere. Sapendo di non essere particolarmente gradito a Pechino e temendo proprio questo tipo di "interferenze" Kim ha sostituito, o addirittura fatto uccidere, alcuni membri della locale nomenclatura, così da eliminare possibili concorrenti tentati da colpi di Stato o "rivoluzioni colorate". Per questo sospetto fece uccidere lo zio, considerato il più vicino a Pechino e, come avvertimento non solo ai concittadini, ma anche verso i cinesi, fece sì che fosse reso pubblico il fatto che fosse divorato dai cani dopo essere stato arrestato per alto tradimento. Si disse allora che si era di fronte a un pazzo sanguinario e sanguinario lo fu (e lo è) davvero, ma certo non pazzo.

Per quanto lo si disprezzi e si minaccino le azioni più bellicose, a nessuno oggi conviene toccarlo e questa è la scommessa su cui conta. Come in una partita di poker, i suoi continui "rilanci" rimandano l'esito finale e ciò gli concede altro tempo. Il suo rischio è che, prima o poi, qualcuno vada a "vedere" e solo allora si capirà chi vince e cosa vince, chi perde e cosa perde.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Minaccia, Tensioni tra le due Coree, Attacco da parte dei nordcoreani, Rex Tillerson, Kim Jong-un, Corea del Sud, Corea del Nord, USA
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