02:49 23 Settembre 2018
Banconote euro e le forbici

La ricetta perfetta della povertà: l’Euro e la svalutazione del lavoro

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Marco Fontana
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La ricetta perfetta della povertà: l’Euro e la svalutazione del lavoro.

Con il Libro Bianco della Commissione, Jean-Claude Juncker ha aperto a un confronto sereno sulla costruzione di un'Europa a più velocità, constatato che l'attuale modello sta portando allo sgretolamento dell'Unione. Ne abbiamo parlato con l'economista torinese Paolo Turati, che si occupa da anni del tema e che ha sempre avuto una posizione molto critica sui danni che la moneta unica ha creato ad alcuni popoli europei.

— Turati, Lei lo aveva già previsto, come testimoniato dalle nostre precedenti interviste, che una delle poche soluzioni per tenere in piedi l'UE fosse un'Europa a più velocità.

— La soluzione a due velocità, che finalmente sta emergendo anche a Bruxelles, forse giunge troppo tardi, ma apprezzo che almeno in "zona Cesarini" gli euroburocratici lo abbiamo capito. Era impensabile che un ente mastodontico potesse funzionare a una sola velocità mentre al suo interno persistono tempi e modalità di azione diversi. Come nel ciclismo, a un certo punto i meno allenati o i più deboli si staccano dal gruppo perchè non tengono il passo: e si sapeva dall'inizio che alcuni Paesi non avrebbero retto il ritmo degli altri. 

— Cosa è mancato all'Europa per funzionare dal punto di vista economico? 

— Da sempre il cambio della valuta ha fatto da elemento di equilibrio tra gli Stati. Con l'entrata in vigore dell'Euro, il fattore equiparante si è quindi spostato dalla moneta alla svalutazione del costo del lavoro. In Italia il valore del lavoro è molto inferiore rispetto agli altri Stati europei, ma questo cambiamento ha avuto un costo sociale perché ha creato odiose sacche di disoccupazione che hanno minato alle fondamenta — complice la crisi — la percezione dell'Unione Europea da parte dei cittadini. 

 Tra i Paesi che maggiormente hanno sofferto la velocità unica c'è proprio l'Italia…

— I fattori produttivi sono storicamente tre: risorse naturali, mezzi di produzione (immobili e macchinari), e lavoro. L'Italia è debole in tutti e tre. Non è un caso che in 15 anni la produttività italiana sia migliorata del 4%, quella francese del 20% e quella tedesca del 25%. Perciò l'Europa ci è costata un quinto della produttività che avremmo potenzialmente espresso se avessimo conservato la nostra moneta. Se parliamo della crescita, poi, il Belpaese ha perso il 10% in 10 anni, mentre tedeschi e francesi hanno guadagnato rispettivamente 14% e 9%. Di fronte a questi numeri si è dovuto arrendere a dei correttivi anche chi fino a ieri non voleva sentir parlare di Europa a più velocità. 

— E il debito pubblico che continua a crescere rappresenta un problema? Alcuni in Italia dicono non sia un male!

— Assolutamente sì, visto che cresce pur avendo tassi a zero. Figuriamoci quando i tassi raddoppieranno o triplicheranno in breve tempo… allora avremo un'Italia al collasso, stritolata ancor di più dai vincoli di bilancio europei. 

— Quindi la soluzione è un'Europa a più velocità?

— Sì, l'unica possibile via d'uscita è questa, lavorando sia su una maggiore elasticità dei vincoli di bilancio sia su una svalutazione monetaria. Penso che la strada più semplice sia creare tre aree: nella prima includerei tutti i Paesi del Nord Europa, nella seconda quelli del Sud e nella terza gli Stati che fino a oggi hanno aderito alla UE pur mantenendo la propria moneta. Sicuramente il fatto di avere una moneta svalutata e vincoli di bilancio meno stretti può costituire un buon compromesso per far iniziare tutti i Paesi, almeno nella prima fase e almeno dallo stesso punto di partenza. Poi starà alle banche centrali che si verranno a creare per ogni singola area tentare di rendere maggiormente competitive le proprie "macroregioni" e quindi alla fine riavvicinare i cambi. Lancio però un'idea: la doppia/tripla velocità dovrebbe funzionare anche sulle singole politiche, ad esempio sull'immigrazione, dove oggi alcuni Stati fanno i furbi non accogliendo gli immigrati. Anche qui sarebbe opportuno che l'Unione diventi garante di contropartite economiche per chi come Grecia e Italia sorregge il grosso dei flussi migratori.

— Si sottolinea sempre che la Germania con il suo surplus commerciale viola, senza pagarne le conseguenze, le regole europee. Non potrebbe avvenire che nelle singole aree si creino sperequazioni simili?

— Se il dubbio è che la Francia, in un'ipotetica area Sud, possa avvantaggiarsi come fece la Germania, direi che ciò è altamente improbabile. È molto diversa economicamente e non è il secondo Paese manifatturiero in Europa, visto che questa posizione è ancora occupata dall'Italia nonostante gli effetti devastanti della crisi. Ha sì un sistema pubblico efficiente, ma ha anche un apparato costosissimo. Quindi vedo difficile che possa prevalere sull'Italia. Diciamo anzi i due Paesi potrebbero creare una buona sinergia, se mettessero a fattore comune i pregi dei rispettivi sistemi.

— Il ritorno alla lira come doppia moneta, ipotizzato da Berlusconi e in parte da Salvini, è davvero impossibile?

— No, non è impossibile, ma non sarebbe una passeggiata. Andrebbero rinegoziati tutta una serie di parametri, ad esempio quelli legati ai mutui, quindi vivremmo un periodo di grande volatilità dei tassi e dei prezzi. Una soluzione per introdurre la doppia circolazione monetaria sarebbe che lo Stato restiuisca come rimborso fiscale la moneta di uso interno, e nel giro di un paio di anni avremmo molto più denaro circolante e sarebbe possibile anche aumentare i salari. Sinceramente non so se l'Italia sarebbe in grado di sopportare i passeggeri effetti negativi, in particolare legati alle speculazioni che ne deriverebbero e che molto probabilmente giocherebbero contro. La soluzione migliore resta certamente quella di un accordo intereuropeo, con una divisione a due o più velocità che si occupi di politiche migratorie, monetarie e fiscali. E non sottovalutiamo queste ultime: fino ad oggi l'Europa non si è ancora occupata di uniformare le aliquote fiscali.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Unione Europea, Economia, povertà, Lavoro, euro, Italia
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