00:02 26 Febbraio 2020
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Ormai, sono trascorsi quasi tre anni da quando, nel giugno del 2014, un gruppo terroristico proclamava la nascita dell’ISIS ovvero dello Stato Islamico per l’Iraq e la Siria, che è stato anche definito da alcuni con l’espressione DAESH.

Uno Stato che non ha ricevuto il placet di essere riconosciuto alla pari degli altri Stati dalla comunità internazionale, ma è stato inserito nell'istituto c.d. attore non statale.

Per rispondere in maniera forte contro questo attore non statale, che ha cagionato tante vittime con metodi crudeli e arcaici, la comunità internazionale ha dovuto muoversi con la costituzione di due coalizioni: quella a guida statunitense, di cui l'Italia è anche coinvolta, noto come CJTF-OIR (Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve) e quella a guida russa. Entrambe hanno impiegato lo strumento della coercizione armata sia sul territorio iracheno, sia su quello siriano.

Il diritto internazionale contemporaneo non determina delle nette norme giuridiche che possano regolare l'utilizzo dello strumento dell'azione militare contro attori non statali. Gli interventi che abbiano carattere prettamente di rilievo dell'uso della forza armata contro attori non statali possono, tuttavia, rientrare nel contesto della legittimità nel caso in cui gli Stati li intraprendono dietro il consenso dello Stato di residenza/territoriale o sotto l'ombrello di un mandato emesso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o in legittima difesa individuale o collettiva, quest'ultima sancita dall'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Sebbene altri indicatori, come quello relativo all'intervento d'umanità o a quello democratico, per l'intervento militare sono stati dibattuti dagli Stati come pure dagli studiosi di questioni giuridiche internazionali, solamente tre dei tanti indicatori vengono di solito accolti — come l'intervento sotto l'egida dell'autorizzazione delle Nazioni Unite, come quello su invito e, infine, quello di autotutela — ed accettati come eccezioni lecite al divieto dell'uso della forza contenute nell'articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite.

È importante tenere presente del ruolo che ha avuto e continua ad avere il Consiglio di Sicurezza, organo deputato al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, attraverso l'adozione di varie risoluzioni relative alla situazione irachena e siriana, come pure a quella libica. Alcune delle risoluzioni sono state adottate nell'ambito del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e hanno avuto come obiettivo quello di contrastare l'ISIS e i loro adepti. Punto interessante è che in qualche altra risoluzione viene indicato l'utilizzo dell'impiego dell'azione coercitiva armata nei riguardi dell'ISIS/DAESH. Nella ormai ben nota risoluzione 2249 del 2015, ad esempio, il Consiglio di Sicurezza condanna i crimini posti in atto dall'ISIS, facendo appello agli Stati membri affinché adottino tutte le misure necessarie, in concerto con il diritto internazionale, sui territori sotto il contro dello Stato islamico in Iraq e in Siria. Questa risoluzione, pertanto, è stata adottata al di fuori dell'ombrello del Capitolo VII, tanto da non fornire un fondamento giuridico relativo all'uso dell'azione militare contro lo Stato islamico.

L'intervento delle truppe militari delle due coalizioni statunitense e russo, nei territori iracheno e siriano, si è concretizzato grazie all'assenso dei due Stati: l'Iraq aveva richiesto il supporto militare attraverso una nota verbale inviata alla comunità internazionale, mentre la Siria l'aveva indirizzata alla Russia. Sebbene qualche dubbio è stato espresso relativo al diritto del governo siriano, capeggiato dal presidente Assad, di emettere una valida richiesta per l'intervento, la comunità internazionale pare aver accettato tale diritto, anche se il governo siriano spesso ha violato i diritti umani durante la guerra civile. La richiesta delle autorità governative irachene, al contrario, è stata pure invocata dalla stessa Turchia. In aggiunta, si ricordi come le incursioni di truppe turche nel nord dell'Iraq che avevano uno scopo in più cioè quello di colpire il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan), erano andate oltre l'obiettivo accordato con il governo iracheno.

L'uso dell'azione coercitiva militare da parte della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti d'America nel territorio siriano è stata giustificato dalla messa in campo del criterio della legittima difesa individuale e collettiva. L'affidamento della legittima difesa individuale non è persuasiva in questo caso. Anche se si può chiudere un occhio sul fatto che gli atti bellici di attori non statali possono essere paragonati a veri e propri attacchi armati, gli Stati, membri della coalizione CJTF-OIR, possono reclamare di essere stati vittime di un attacco armato lanciato dall'ISIS/DAESH. La dipendenza circa l'autotutela collettiva si basa su un'innovata lettura del diritto internazionale, dove uno Stato oggetto di un attacco armato da parte di un attore non statale può rivalersi attraverso lo strumento dell'impiego della forza militare, non solamente nel momento in cui gli attacchi che riceve possono essere direttamente attribuiti a un altro Stato, ma anche quando lo Stato di residenza non sia in grado o non abbia la volontà di contrastare un attore non statale che lo attacca. Questa lettura, dunque, non viene uniformemente accolta e, pertanto, la liceità dell'uso dello strumento militare da parte della coalizione a guida statunitense resta ambigua.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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raid aerei, lotta contro il terrorismo, Relazioni Russia-USA, sicurezza internazionale, Coalizione, Sicurezza, Terrorismo, Coalizione internazionale anti-Daesh, Coalizione anti-Daesh, Coalizione USA anti ISIS, Consiglio di Sicurezza ONU, ONU, ISIS, Iran, Iraq, USA, Russia
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