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    Bandiera dell'Iraq

    Pax irachena, perché la convivenza tra sciiti, curdi e sunniti è l’unica via

    © AFP 2017/ SAFIN HAMED
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    Mario Sommossa
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    A Mosul, dopo aver conquistato l'aeroporto e la parte orientale della città, le truppe irachene, i peshmerga e gli altri alleati si preparano a dare il colpo finale alla roccaforte irachena dell'ISIS. Per i fanatici islamisti significherà la fine di ogni loro ambizione nel Paese ma ciò non vorrà dire necessariamente la fine dei conflitti locali.

    Al contrario, la caduta di Mosul porrà il problema delle relazioni interne all'Iraq stesso tra i curdi, le tribù sunnite (che in gran parte, all'inizio, avevano parteggiato per gli islamisti) e la maggioranza della popolazione di fede islamica sciita. I curdi porranno le condizioni per ottenere una vera e vasta autonomia (quella che, d'altronde, si sono gia' conquistata sul campo di battaglia), le tribù sciite non vorranno rinunciare alle posizioni di potere e di rendita economica ottenuta grazie al Governo settario del precedente Primo Ministro Al Maliki e le tribù dell'Iraq occidentale, a prevalenza di confessione sunnita, pretenderanno una vera co-gestione del Paese. 

    Eppure, la convivenza tra orientamenti o confessioni diverse non fu sempre, in Medio Oriente, un fattore di conflitto e la loro pacifica convivenza è ancora visibile nell'attuale Kurdistan iracheno ove esistono fedi, pur diverse tra loro, che mai hanno avuto problemi a condividere lo stesso territorio. I fattori identitari curdi non furono e non sono le religioni, bensì la cultura, la lingua e l'appartenenza geografica all'impero ottomano o a quello persiano. Tra di loro, essere sunniti (la maggior parte), sciiti, cristiani di varie confessioni, yazidi o zarathustriani non fa differenza e anche nelle amministrazioni pubbliche si trovano indifferentemente gli uni, gli altri o altri ancora.

    Per quanto riguarda invece il mondo arabo, la pubblicistica recente ci ha abituati a considerare le suddette contrapposizioni come costanti nella storia ma questo è un errore di prospettiva. Non si può negare che, nei secoli, abbiano avuto luogo varie guerre tra le confessioni, ma si è sempre trattato di lotte di potere tra elite concorrenti e, finiti i conflitti e superate le appartenenze forzose dovute alla guerra, i normali cittadini non hanno mai avuto problemi a vivere uno vicino all'altro.

    Peshmerga curdi in Iran
    © AFP 2017/ SAFIN HAMED
    I più importanti fattori identitari per gli arabi mesopotamici furono sempre le appartenenze tribali (nakhwa) ove non contavano religione o etnia. Soprattutto fuori dai grandi agglomerati urbani, la solidarietà era di tipo prettamente "laico" ed etico e nelle tribù, era scontato che il "sodale" andasse protetto e difeso in qualunque circostanza, avesse lui torto o ragione. Anche nelle città, comunque, era frequente che vicini di casa appartenessero a confessioni diverse ed esisteva una reciproca tolleranza, se non addirittura una totale indifferenza. Il prevalere dell'identità tribale costituì la base della società irachena fino circa alla fine del 1800 e fu superata solo a causa dell'invasione britannica che creò, per la prima volta e in funzione anti-straniero, un sentimento che oggi chiameremmo di "patriottismo nazionale". Il nuovo senso di appartenenza divenne evidente con la nascita dello Stato Iracheno creato, pur sotto "protezione" britannica, nel 1921. Fu allora che l'identità nazionale divenne più forte e si sovrappose quasi del tutto alle precedenti fedeltà tribali. Tutte le tribù cominciarono a interloquire direttamente con il Governo centrale, di cui riconoscevano l'autorità, mentre mantenevano, ma soltanto a livello più basso, un sentimento di appartenenza locale comunque slegato dalla professione religiosa. E' bene ricordare che negli anni tra il ‘21 e il ‘58 su ventitré primi ministri, dodici furono sunniti, quattro sciiti, quattro curdi, due cristiani e un turcomanno.

    Il cammino verso una differenziazione ostile tra sciiti e sunniti cominciò a diventare importante solo dopo la guerra del 1991, quando Saddam Hussein, favorendo a tutti gli effetti la sua provenienza da Tikrit (a nord di Baghdad e prevalentemente sunnita), considerò le tribù del sud del Paese, (a maggioranza sciita) come nemiche dello Stato a causa della loro acquiescenza all'invasione americana. Fino ad allora, ciò che contava era soprattutto l'adesione al partito Baath, tendenzialmente laico o comunque multi-confessionale (basti ricordare il "cristiano" Tarek Aziz, più volte ministro): l'essere baathisti e iracheni prevaleva su ogni altro fattore. Fu con l'arrivo degli americani nel 2003 che la divisione tra sunniti e sciiti fu nuovamente enfatizzata. I nuovi conquistatori vollero costruire la loro idea di democrazia puntando sull'appartenenza religiosa e, come conseguenza, il potere fu lottizzato tenendo in considerazione il numero dei seguaci delle rispettive fedi. Lo stesso sistema elettorale favorì l'agglomerarsi dei "compagni di fede" e i partiti si distinsero tra loro proprio sulla base della confessione praticata. Ciò andò a sovrapporsi alle preesistenti identità tribali creando le premesse dell'attuale profonda frattura. L'Iran ne approfittò subito, presentandosi come il massimo difensore della popolazione sciita ed esercitando così l'attuale egemonia su tutto il Paese.

    Fu esasperando quella logica lottizzatoria che si mosse il Primo Ministro Al Maliki e, poco per volta, iniziò a escludere dal potere reale i rappresentanti delle tribù sunnite. Ogni ministro e ogni funzionario dello Stato, lungi dal rispondere a un interesse nazionale, distribuiva nomine, investimenti e tangenti (tantissime) solo ai membri della sua stessa appartenenza confessionale e, all'interno di questa, privilegiando la sua tribù d'origine.

    Il premier Haider al-Abadi
    © AP Photo/ Adam BERRY
    Il premier Haider al-Abadi
    L'arrivo al potere dell'attuale Primo Ministro Al Abadi ha coinciso con un tentativo di recuperare il senso d'identità nazionale e di superare le divisioni religiose. Purtroppo, con un Parlamento eletto su basi confessionali e "drogato" dall'enorme afflusso di denaro derivante dalla corruzione, le intenzioni di ridurre i ministeri e assegnarli secondo competenze e non per l'appartenenza hanno incontrato un mare di ostacoli. In suo aiuto, o meglio come tentativo di impedire la sempre più probabile frammentazione del Paese, sono cominciate grandi manifestazioni di piazza guidate dall'imam Al Sadr (sciita). Queste proteste, partecipate da migliaia di iracheni, sono arrivate anche dentro la cosiddetta "zona verde", quella dove si trovano ambasciate straniere, la base americana, e il Parlamento. Si è trattato, comunque di azioni totalmente pacifiche che hanno perfino ricevuto la solidarietà dei militari di guardia al Parlamento (per lo più, e non a caso, peshmerga curdi). Anziché proporsi per etnia o religione, i manifestanti portavano come unico emblema la bandiera nazionale irachena e urlavano slogan contro la corruzione e la settarizzazione del sistema.

    Anche sull'onda dei moti di piazza alcuni ministri sono stati sostituiti ma la battaglia è ancora lunga e non è per niente certo che Al Abadi riuscirà nel suo intento. A tutt'oggi, la maggior parte dei ministri risponde ancora al proprio gruppo piuttosto che al Primo Ministro o allo Stato e, se la battaglia contro le lottizzazioni religiose non prevarrà, la divisione del Paese potrebbe divenire ineluttabile. Ne potrebbero gioire i curdi, sempre che Iran, Turchia e Usa dovessero permetterlo (cosa molto improbabile). Si aprirebbero però nuovi contenziosi sui confini di tutti i Paesi dell'area medio orientale con conseguente instabilità diffusa ed esiti potenzialmente drammatici.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    curdi, ISIS, premier Haider al Abadi, Kurdistan, Medio Oriente, Iran, Iraq
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