00:26 24 Gennaio 2020
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Il rischio di attentati terroristici in Italia è sempre più concreto, a dirlo è la relazione dell’intelligence recentemente inviata in Parlamento. La minaccia maggiore sarebbe rappresentata dai soggetti “radicalizzati in casa” pronti a compiere attentati terroristici nei Paesi europei. Come prevenire dunque la radicalizzazione?

Si è parlato a lungo del preoccupante fenomeno dei foreign fighters, individui che raggiungo la Siria per combattere a fianco del Daesh. A preoccupare maggiormente gli esperti però sono i soggetti che non hanno intenzione di partire per i territori siro-iracheni, ma quelli che agiscono "in casa", nei Paesi europei, compresa l'Italia.

Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all’Università Cattolica di Milano
© Foto : fornita da Marco Lombardi
Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all’Università Cattolica di Milano
I possibili terroristi si radicalizzano sul web, stando comodamente a casa e seguendo le istruzioni diffuse dal Califfato, dove viene spiegato loro come usare strumenti quotidiani per colpire "gli infedeli". La minaccia quindi potrebbe giungere ovunque e in qualsiasi momento. Come lottare contro il terrorismo, quest'invisibile e imprevedibile nemico? Sputnik Italia ne ha parlato con Marco Lombardi, professore e direttore di ITSTIME, centro di ricerca sul terrorismo all'Università Cattolica di Milano.

— Professore Lombardi, qual è il pericolo dei foreign fighters e dei soggetti radicalizzati in Italia? Con quale fenomeno abbiamo a che fare?

— In termini di numero, il fenomeno dei foreign fighters è piuttosto limitato. Noi contiamo circa 113 persone che sono passate attraverso l'Italia per andare a combattere per Daesh. Come sappiamo, di queste persone ne sono tornate 5-6. La maggior parte di questi, come accade per il resto dell'Europa, sono cittadini immigrati che risiedono nel nostro Paese, ma si tratta più che altro di persone transitate per l'Italia. È un fenomeno molto limitato rispetto al Belgio, la Germania e la Francia.

I terroristi dello Stato Islamico
© AP Photo / Seivan Selim
Quello che preoccupa di più non sono tanto i foreign fighters di ritorno, quanto i cosiddetti "lone-wolf" e il terrorismo molecolare. Il grande effetto che Daesh ha avuto è reclutare aderenti alla propria causa oramai senza chiedere loro di trasferirsi nelle zone siro-irachene. Se prendiamo tutta la campagna di propaganda del Daesh del 2016 notiamo due elementi. Intendo innanzitutto un richiamo esplicito a combattere per Daesh, ma facendo attentati nei propri Paesi.

Accanto a questo si è sviluppata una campagna di "intifadizzazione del terrorismo", cioè un fenomeno per portare i metodi dell'intifada nel terrorismo poi applicato in Europa. Cioè l'uso degli strumenti della quotidianità: Daesh ha cominciato dicendo di attaccare con i coltelli, poi incitava ad usare il veleno, il martello e la mazza. Da lì in poi è stato un susseguirsi di orientamenti operativi, dove si spiegava come usare i diversi strumenti, fra cui anche l'utilizzo dei camion.

— Qual è il maggiore pericolo oggi a suo avviso?

— La minaccia oggi non arriva tanto dai foreign fighters che ritornano, ma dalla diffusione di un modo di pensare vicino a Daesh supportato da un indirizzo operativo: oggi per qualunque motivo un pazzo che decide di agire, può farlo e Daesh ci mette la bandiera. Questo significa che abbiamo a che fare con l'imprevedibilità. Tutto è diventato più imprevedibile, ecco perché è aumentata la minaccia.

— Degli individui possono diventare dei terroristi stando in Europa. Oggi attraverso il web questi soggetti possono organizzarsi e entrare in azione. Che cosa si può fare per prevenire questo fenomeno e come identificare i possibili terroristi?

— È veramente difficile. Se una volta avevamo degli stereotipi che indicavano come i processi di radicalizzazione portavano al terrorismo violento, cioè attraverso le moschee, le prigioni e il linguaggio radicale degli imam, oggi attraverso il web ciascuno si radicalizza da solo, è un fenomeno che non puoi controllare. I processi che portano al radicalismo violento oggigiorno sono molto diversi. Abbiamo persone che commettono attentati, così come Daesh richiede, che sono spinti da credenza religiosa, appartenenza etnica, ideologia politica, voglia di vendetta per gli amici musulmani, arrabbiatura verso il sistema, scontentezza verso il futuro, psicopatie e pazzia. Se prendiamo la casistica di tutti gli attentati, accaduti e sventati, vediamo come Daesh abbia tolto un tappo fornendo possibilità di espressione violenta a tantissime motivazioni differenti.

Tutto si è complicato, perché c'è molta incertezza. Si è fatta recentemente un'analisi su quelli che sono i programmi di contro radicalizzazione e di de-radicalizzazione per il mondo: vediamo una grande insoddisfazione, nessuno di questi programmi ha avuto successo. Questo non significa però che bisogna abbandonare la partita.

— Quale strategia bisogna usare a suo avviso per far fronte a questa minaccia così complessa?

— Io sono convinto si debba lavorare con due politiche diverse. Dobbiamo avere necessariamente una politica di sicurezza che deve essere sviluppata a breve termine e deve garantire un ambiente sicuro, una politica repressiva che blocchi comportamenti devianti e agisca rapidamente. Oltre a questo abbiamo bisogno anche di una politica a lungo termine, che deve cercare di togliere le ragioni per i quali una persona decide di fare il terrorista. Questa politica tocca diversi tasti. Ad esempio si tratta di una collaborazione con gli imam e con le moschee italiane, di un miglior controllo all'interno delle prigioni, ma c'è anche bisogno che i giovani riescano a vedere un futuro positivo.

La crisi economica, politica e culturale che stiamo vivendo non aiuta i giovani a vedere un futuro nel quale credere. Per tanti ragazzi questa è stata una motivazione sufficiente per andare con Daesh. Il 2016 ha visto i giovani reclutati dell'età di 15-16 anni, 20-21, abbiamo episodi di ragazzi di 12 e 13 anni. Questi ragazzini vanno a combattere con Daesh, perché vogliono l'avventura e un gruppo che gli dia identità. Tutti questi percorsi diversi fra loro vanno combattuti con politiche diverse. L'obiettivo è intercettare la radicalizzazione prima che si manifesti.

— Quanto è importante in questo contesto la cooperazione internazionale?

L'attentato a Berlino
© Sputnik . Vitaly Podvetsky
— La cooperazione internazionale è importantissima a tanti livelli. Prendiamo il caso di Amri: è arrivato in Italia come rifugiato, sta in una prigione italiana, contatta una serie di amici uscito di galera e si sposta a Berlino. A Berlino con il camion investe la gente al mercatino di Natale, poi se ne va, attraversa la Francia, rientra in Italia, dove verrà ucciso dai poliziotti che lo intercettano. Questo soggetto si è mosso nello spazio europeo senza che ci fosse nessuna segnalazione di una persona, fra l'altro, già radicalizzata e pericolosa. Questo è un esempio del dramma della mancanza di cooperazione.

Scambiare i dati è fondamentale. Siamo seri però: un'intelligence europea non può esistere, perché un'intelligence per suo statuto risponde ad un governo politico e in Europa non esiste un governo politico. È possibile comunque uno scambio di informazioni operativo, questo già accade, ma è uno scambio limitato. Manca la consapevolezza che a livello europeo stiamo condividendo lo stesso rischio che va affrontato sulla base di una missione e una visione comuni. Questo deve essere valido ancor più a livello internazionale.

— La cooperazione con la Russia avrebbe un peso significativo nella lotta al terrorismo, no?

— Io ho sempre dichiarato e sostengo che la Russia è un partner fondamentale nella lotta al terrorismo. L'Europa confina con la Russia, fra l'Europa e gli Stati Uniti c'è un enorme mare. Parliamo spesso di Mediterraneo, ma le aree più critiche per la penetrazione del terrorismo sono l'area balcanica, quella dell'Est Europa, il Centro Asia. È fondamentale sviluppare buone pratiche di collaborazione insieme ai russi, perché Europa e Russia stanno per primi fronteggiando il problema del terrorismo. Il mondo è cambiato, oggi viviamo in un contesto di "guerra ibrida", abbiamo bisogno di rivedere le forme di alleanza, di politiche e le nostre collaborazioni.

Si è visto a livello internazionale che le cose sono cominciate a cambiare quando la Russia è intervenuta operativamente sul campo in Siria. Questo ha dato una spinta che ha contribuito a cambiare la visione nei confronti di Daesh e a combattere meglio Daesh. Può essere anche per interessi di influenza nell'area, ma la Russia ha portato più Realpolitik nella zona rispetto ad una politica fumosa e belligerante senza effetti degli americani prima dell'intervento russo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Tags:
Radicali, lotta contro il terrorismo, Terrorismo, ISIS, Occidente, Europa, Italia
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