01:08 11 Dicembre 2017
Roma+ 15°C
Mosca+ 1°C
    l'archimandrita Tichon

    Santi di tutti i giorni

    © Sputnik. Sergey Pyatakov
    Opinioni
    URL abbreviato
    Costantino Ceoldo
    4132

    A volte capita di imbattersi in libri dall’apparenza semplice e quasi inoffensiva.

    Il loro titolo magari lascia intendere un contenuto già letto o noto, così che nulla di nuovo può stimolare l'interesse e la fantasia del lettore. Anzi, semmai il contrario: certi titoli ti spingono a lasciar lì un libro che temi sarà noioso e sonnolento, un libro che non può entusiasmare il lettore né insegnargli molto. Devo confessare che se non fosse stato per un articolo di Maurizio Blondet non avrei mai preso in mano Santi di tutti i giorni, non lo avrei mai letto una prima volta meravigliato, non lo avrei mai accantonato e riletto una seconda e alla fine non avrei mai cercato di scrivere un articolo che ne parlasse.

    L'archimandrita Tichon
    © Sputnik. Sergey Pyatakov
    L'archimandrita Tichon
    Quello dell'archimandrita Tichon (al secolo Georgy Ševkunov) è stato un grande successo editoriale nella Russia del 2011 e dietro al titolo che può fuorviare il lettore smaliziato abituato a maneggiare libri, si cela un piccolo tesoro di insegnamenti, sull'amore di Dio e per il prossimo.

    La mostra C'era una volta l'Urss, grande pittura figurativa d'oltrecortina
    © Foto: Daniel Pavel
    Tichon ci parla della sua esperienza di monaco ortodosso, della sua vocazione nata in Mosca degli anni '80, molto prima di Gorbaciov e della sua perestrojka, quando il partito comunista e l'URSS sembravano destinati a durare ancora per i secoli a venire e non a crollare da li a pochi anni, scomparendo nel divenire della Storia. Ci accompagna per tutto il libro parlando di se, delle sue debolezze, dei suoi errori e di qualche suo successo, ma restando in qualche modo anche sullo sfondo, trait d'union narrativo, dei veri personaggi del libro: i suoi padri spirituali al Monastero delle Grotte di Pskov, i suoi amici e compagni monaci, le storie di vita della gente comune che si rivolgeva e si rivolge alla Chiesa Ortodossa per aiuto, conforto, consolazione, anche quando il comunismo imperava potente.

    Diventare prete o monaco in Unione Sovietica significava invariabilmente andare incontro ad un mare di guai: parassiti, oscurantisti, legati ad un passato irrazionale erano le accuse più comuni che si sentivano rivolgere quelle persone, uomini e donne, che ritenevano di dover rispondere ad una chiamata superiore e alla quale non volevano rinunciare.

    Matti da ospedale psichiatrico, agitatori, agenti nemici colpevoli di attività antisovietiche: si potevano spalancare le porte del manicomio come quelle dei gulag, senza distinzione. Finivano sempre interrogati dai funzionari di partito, dai poliziotti, dagli agenti del KGB, durante interrogatori da cui potevano uscire con tutte le dita rotte o peggio.

    Ma Dio non ama i pavidi, così insegnava l'abate Alipij e per questo motivo si impegnò sempre a difendere il monastero di Pskov durante gli anni delle persecuzioni di Chruščёv e anche dopo, quando il partito comunista voleva chiudere quel luogo e cancellarlo per sempre. I namestnik Alipij e Gavriil si opposero pacificamente ma con una fermezza sovrumana alle autorità sovietiche a difesa di quel luogo sacro. Loro, come pure molti dei monaci, avevano infatti già rischiato la vita in guerra contro i nazisti ed avevano preso i voti alla fine del conflitto. Avevano quindi già sperimentato un pericolo enorme e spaventoso e con esso la paura per la propria vita, avevano già vissuto la fame e le privazioni del tempo di guerra, la fatica e la disperazione. Erano cioè uomini forgiati dalla severità della vita, in un tempo in cui vivere era difficile ma morire invece era facilissimo.

    Come il lettore scopre leggendo, malgrado le chiese e i monasteri distrutti o riconvertiti in fabbriche e magazzini, malgrado le minacce, le percosse, l'invadenza ostile del partito comunista, la Chiesa Ortodossa russa ha continuato ad esistere, nelle sue due forme una pubblica e l'altra nascosta. Non c'era solo la Chiesa ufficiale, che quotidianamente soffriva per mano del partito comunista ed apparentemente era destinata a scomparire confinata com'era in pochi monasteri e chiese usate dal partito alla stregua di riserve o zoo, ma è esistita anche una Chiesa clandestina e segreta. Nelle città, grandi o piccole, c'erano uomini e donne che apparentemente erano impegnati nel proprio lavoro quotidiano riconosciuto dalla società sovietica ma in realtà erano monaci che vivevano in clandestinità la loro vocazione. Le montagne dell'Abcasia hanno ospitato per decenni monaci e monache che vivevano in solitudine, da eremiti e da asceti, sembrando agli occhi del mondo dei poveri montanari ottusi e solitari quando invece erano persone colte e sensibili, quotidianamente devote a Dio. Sui monti caucasici dell'Abcasia vivevano la propria vocazione nascosti proprio sotto gli occhi del partito comunista ma pur sempre in costante pericolo, nella clandestinità di eremi impervi che erano noti a pochi anche tra la gente del luogo.

    Al monastero di Pskov vi è da sempre una consuetudine: in una cappella del monastero, ogni giorno, i monaci leggono a turno il Salterio a voce alta, che ci sia qualcuno presente ad ascoltare oppure no. Ogni giorno dell'anno, ogni ora della giornata c'è un monaco che a turno legge la parola di Dio. E a me, figlio dell'età dell'atomo, fa uno strano effetto sapere che questo accade: è come se questa incessante litania, continuamente ripetuta, si diffondesse tutt'attorno. Come se un fluido vitale tracimasse dalla sua fonte imbevendo il terreno circostante vivificandolo. Qui esso si intreccia con il tessuto del reale, diventandone sostegno e linfa vitale, in opposizione al Male che in ossequio alla propria natura intrinseca può solo piegarlo e corromperlo.

    Vi sono molte foto a compendio di questo libro strano. Luoghi e paesaggi, gente comune, normali sacerdoti e venerabili monaci, ad alcuni dei quali si dice che fosse stato concesso perfino il dono della preveggenza. Guardandoli, nel bianco e nero delle pellicole sovietiche, essi ti restituiscono uno sguardo senza tempo, a volte severo, a volte sorridente.

    Ecco i "viandanti folli in Cristo", che vivono una vita raminga attorno ai monasteri e alle Chiese, ultimi tra gli ultimi.

    Ecco il batjuska Ioann, archimandrita Krest'jankin, che si addolora fino alle lacrime quando i suoi figli spirituali non lo ascoltano e incorrono nel danno che lui aveva già pre-visto, vittime di quello stesso libero arbitrio di cui nemmeno Dio ci priva.

    Ecco lo starec Dosifej, che trovatosi nella sua casupola dei ladri in cerca della sua pensione di veterano di guerra, gli dice "prendete quello che volete ma lasciate che prima vi benedica" e loro scappano terrorizzati senza prendere nulla.

    Guardando quei volti rugosi, segnati dalle asperità della vita, su corpi piegati dall'età ma non dalla cattiveria degli uomini, si capisce perché certi ambienti occidentali abbiano tanto odiato ed odino ancor oggi la Chiesa Ortodossa russa (ma più semplicemente la religione in generale). Ma si capisce anche perché quegli stessi ambienti non abbiano mai avuto alcuna possibilità di successo. Infatti, come insegna la Tradizione: obbedienza per obbedienza, se obbedisci a Dio, Dio ti obbedisce. Non sono questi gli anni in cui le sozzure dei Soros di tutto il mondo possono qualcosa per infangare e piegare la Chiesa Ortodossa Russa: devono accontentarsi di aver (momentaneamente) piegato la Chiesa di Roma con una di quelle loro rivoluzioni colorate a cui sta però sorgendo opposizione e i cui risultati saranno presto invertiti.

    La messa di Natale a Mosca
    © Foto: Youtube/Ruptly
    Voglio terminare con una storia che risale al tempo dei Padri del deserto e che viene riportata anche nel libro: ogni sera un contadino poneva una ciotola con del latte sotto una palma, non sapendo nella sua semplicità in quale altro modo rivolgere la sua preghiera a Dio. Ogni mattina la trovava vuota, con sua grande gioia. Un monaco lo seppe e gli spiegò che sicuramente qualche animale beveva il latte, non certo il Signore Iddio. I due si appostarono la sera per guardare e videro infatti che una volpe beveva il latte nella ciotola. Il contadino si senti uno povero sciocco e tornò rattristato nella sua capanna preda dello sconforto. Così fece anche il monaco che però si trovò la l'entrata sbarrata da un angelo. In ginocchio, si senti rimproverare per la sua condotta. "Ma c'era davvero una volpe!" esclamò il monaco. Ma l'angelo di Dio gli rispose inflessibile che sì, c'era indubbiamente una volpe a bere quel latte, quella sera e tutte le altre sere. E tuttavia, continuò l'angelo, c'è una cosa che tu non sai, o saggio: Dio aveva contemplato il cuore di quell'uomo compiacendosi della sua semplicità e per non addolorarlo, ogni notte mandava una volpe a bere il latte della sua offerta.

    Costantino Ceoldo — Pravda freelance

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Correlati:

    Il Patriarca Kirill della Chiesa Ortodossa Russa “benedice” Trump
    Il Papa sottolinea il pericolo della crescita del populismo nel mondo
    Tags:
    religione, Archimandrita Tichon, Russia
    RegolamentoDiscussione
    Commenta via FacebookCommenta via Sputnik