12:20 27 Febbraio 2017
    Bandiere degli USA

    La lotta mortale tra due "Americhe profonde"

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    Giulietto Chiesa
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    Una è quella che ha eletto Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

    Una è quella che ha eletto Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Profonda perché rappresenta bene  il "popolo" americano. Non quello che da decenni ci viene raccontato instancabilmente dai corifei dell'America hollywoodiana, quella delle bollicine di superficie, quella della Coca Cola e di Silicon Valley, quella delle "modernità", degli i-phone,  della globalizzazione, della crescita, del progresso, dei consumi, dei record, del siamo i migliori, e siamo insostituibili.

    Insomma: il popolo americano era ed è altra cosa rispetto a tutta questa paccottiglia propagandistica. Dire cos'è è faccenda complicata.

    Merito di Trump, forse l'unico, è di avere dato voce all'America dei diseredati. Più semplice e vero è dire che questo popolo americano (la grande maggioranza degli americani) non piace all'America dei grandi giornali e della grandi tv mondiali, all'America delle Banche e delle Grandi Corporations (che, tutti insieme, sono molto meno del famoso 1% di cui parlarono quelli di "Occupy Wall Street). Anzi, a proposito, si ha l'impressione, fondata, che tutti costoro adesso siano in piazza negli USA dalla parte di quel famoso "molto meno dell'1%".

    L'altra "America profonda" è proprio quella dei "molto meno dell'1%". Che si è coalizzata contro la maggioranza del proprio popolo. Le sue armi sono quelle del Potere che si sente minacciato dalla maggioranza. In testa a tutti il possente schieramento del servizi segreti americani,  del Pentagono, dei produttori degli armamenti strategici, dei gestori dei sistemi di controllo della cosiddetta "pubblica opinione".

    Lo scontro è tra queste due Americhe. E Donald Trump è la posta in gioco.  Donald Trump è arrivato al potere e questo, di per sé, rappresenta un dato nuovo, intollerabile per chi ha dominato l'America e il mondo occidentale intero dal momento in cui gli Stati Uniti sono divenuti prima la potenza mondiale numero uno, e poi l'unica, cioè dal 1945 ad oggi. Un protagonista "rischioso" per molti aspetti, che va o ricondotto nei ranghi, o tolto di mezzo, prima che possa compiere qualche gesto che possa mettere a repentaglio il "consenso washingtoniano". Cioè il cemento di interessi che ha tenuto insieme la Nato, l'ha estesa oltre ogni limite, e ha costretto tutti gli alleati sotto il dominio del "molto meno dell'1%" degli americani.

    Le convulsioni cui stiamo assistendo, e che coinvolgono tutto l'occidente, sono l'effetto di questo scontro. È ormai chiaro che Donald Trump non dispone di una vera strategia alternativa a quella dei suoi avversari. Il suo slogan di fare "di nuovo grande l'America", è troppo generico per sbaragliare il nemico interno. Può piacere a un pubblico abbrutito dalle manipolazioni cui i dominatori l'hanno sottoposto per decenni, anzi per secoli. Può apparire seducente a un pubblico che non conosce il "resto del mondo". Ma non può convincere gli alleati occidentali inquieti.

    Le speranze sollevate dalle dichiarazioni del neo-presidente nei paesi che non fanno parte del "consenso washingtoniano" stanno vacillando dopo i suoi primi tentennamenti. In Russia, in Cina, in Iran, in Palestina, in Medio Oriente, ci si chiede cosa voglia fare Trump per "resettare" davvero le relazioni tra la "sua" America e il resto del mondo. E se egli possa farlo con la "squadra" di uomini che ha scelto per realizzare la sua politica. E, infine, se egli possa fronteggiare lo schieramento che l'America profonda del potere sta armando per espellerlo dai suoi ranghi.

    In ogni caso sotto gli occhi di tutti  si sta consumando la crisi dell'America intera.  E quella che ne uscirà non potrà essere più l'"Egemone" incontrastato che ha dominato il mondo.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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      andrea z.
      "Risulta evidente che l’Amministrazione Trump si trova sotto pressione della dirigenza israeliana, Natanyahu e soci, nel tentativo di creare un fronte antiraniano che dovrebbe includere, oltre ad Israele, alcuni paesi arabi, sicuramente Arabia Saudita, Qatar, ed Emirati (EAU) ma difficilmente si potrebbero aggregare a questo fronte altri paesi come l’Egitto che si sono già schierati dalla parte di Mosca. Inoltre l’Iran sta estendendo la sua influenza, oltre all’Iraq (paese a maggioranza sciita) ed al Libano, anche ad altri paesi arabi che sono desiderosi di normalizzare i rapporti e la cooperazione con Teheran.

      Ancora una volta gli USA si lasciano dettare l’agenda da Israele in base ai suoi interessi ed alle sue fobie, trascurando la possibilità di impostare una nuova politica di coesistenza con la Russia che favorirebbe una distensione nei rapporti anche in Europa ed in altre aeree del mondo".

      www.controinformazione.info/lamministrazione-usa-rinuncia-alla-distensione-e-ritorna-alla-vecchia-po
    • cromwell
      non ripeto quanto ho già scritto tante volte...
      aggiungo che Trump non è un usurpatore del potere (un qualche sergente africano o colonnello argentino che una mattina assalta il palazzo del governo, per intenderc)i, ma è invece legittimato alla responsabilità del potere e della decisione.
      eppure i suoi nemici preferiscono affondare il proprio paese pur di mandarlo via.
      questo è devastante... se ne accorgeranno.
      ciò che sorprende è che politici così navigati non si rendono conto del suicidio a cui stanno condannando un impero e una nazione per interessi della sola propria fazione.
    • A.Martino
      Giulietto Chiesa è sempre lucido, concreto, e illuminante.
      Non rinnego tutto quanto, anche io, scrissi tra la fine e l'inizio dell'anno (eravamo influenzati dall'inevitabile influsso dell' "anno nuovo vita nuova" ? ). E non voglio nemmeno essere troppo pessimista, sperando di dovermi rimangiare questa analisi.
      Ma i primi passi di Trump mi sembrano deboli e balbettanti, dinanzi all'immensa forza oserei dire mefistofelica, dell'estabilishment statunitense e della NATO, con i suoi giornaloni e mass media; non è improvviso pessimismo dovuto al puerile sogno di vedere un immane cambiamento in pochi giorni, è realismo alla prova dei fatti.
      Spero di sbagliarmi, ripeto: è pur sempre inverosimile che un uomo d'affari di tale portata non abbia assi nella manica più consistenti dei soliti tweet.
      Ma se davvero Trump dovesse finire in stato di accusa e in cella, allora davvero, l'euroatlantismo non potrà più nascondersi dietro la foglia di fico della "democrazia" e della "libertà".
    • avatar
      andrea z.
      "È trascorso un mese dall’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, eppure negli Stati Uniti si respira la stessa atmosfera torbida ed avvelenata che ha preceduto le elezioni dell’8 novembre. L’élite atlantica non ha riconosciuto il verdetto delle urne e si è ripromessa di stroncare la nuova amministrazione a qualsiasi costo. Gli Stati Uniti scivolano così ai livelli di un Paese sudamericano o mediorientale, suscettibile di destabilizzazione per mano della CIA, della magistratura e delle rivolte di piazza: l’impossibilità di defenestrare Trump con la procedura dell’impeachment apre la strada alla classica rivoluzione colorata. Solo con la prossima vittoria di Marine Le Pen, la politica anti-NATO e filo-russa di Trump potrà dispiegarsi pienamente".
      federicodezzani.altervista.org/trump-la-ribellione-dellelite-e-la-crisi-della-democrazia-americana
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