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    Bandiere degli USA

    La lotta mortale tra due "Americhe profonde"

    © AP Photo/ David Goldman
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    Giulietto Chiesa
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    Una è quella che ha eletto Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

    Una è quella che ha eletto Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Profonda perché rappresenta bene  il "popolo" americano. Non quello che da decenni ci viene raccontato instancabilmente dai corifei dell'America hollywoodiana, quella delle bollicine di superficie, quella della Coca Cola e di Silicon Valley, quella delle "modernità", degli i-phone,  della globalizzazione, della crescita, del progresso, dei consumi, dei record, del siamo i migliori, e siamo insostituibili.

    Insomma: il popolo americano era ed è altra cosa rispetto a tutta questa paccottiglia propagandistica. Dire cos'è è faccenda complicata.

    Merito di Trump, forse l'unico, è di avere dato voce all'America dei diseredati. Più semplice e vero è dire che questo popolo americano (la grande maggioranza degli americani) non piace all'America dei grandi giornali e della grandi tv mondiali, all'America delle Banche e delle Grandi Corporations (che, tutti insieme, sono molto meno del famoso 1% di cui parlarono quelli di "Occupy Wall Street). Anzi, a proposito, si ha l'impressione, fondata, che tutti costoro adesso siano in piazza negli USA dalla parte di quel famoso "molto meno dell'1%".

    L'altra "America profonda" è proprio quella dei "molto meno dell'1%". Che si è coalizzata contro la maggioranza del proprio popolo. Le sue armi sono quelle del Potere che si sente minacciato dalla maggioranza. In testa a tutti il possente schieramento del servizi segreti americani,  del Pentagono, dei produttori degli armamenti strategici, dei gestori dei sistemi di controllo della cosiddetta "pubblica opinione".

    Lo scontro è tra queste due Americhe. E Donald Trump è la posta in gioco.  Donald Trump è arrivato al potere e questo, di per sé, rappresenta un dato nuovo, intollerabile per chi ha dominato l'America e il mondo occidentale intero dal momento in cui gli Stati Uniti sono divenuti prima la potenza mondiale numero uno, e poi l'unica, cioè dal 1945 ad oggi. Un protagonista "rischioso" per molti aspetti, che va o ricondotto nei ranghi, o tolto di mezzo, prima che possa compiere qualche gesto che possa mettere a repentaglio il "consenso washingtoniano". Cioè il cemento di interessi che ha tenuto insieme la Nato, l'ha estesa oltre ogni limite, e ha costretto tutti gli alleati sotto il dominio del "molto meno dell'1%" degli americani.

    Le convulsioni cui stiamo assistendo, e che coinvolgono tutto l'occidente, sono l'effetto di questo scontro. È ormai chiaro che Donald Trump non dispone di una vera strategia alternativa a quella dei suoi avversari. Il suo slogan di fare "di nuovo grande l'America", è troppo generico per sbaragliare il nemico interno. Può piacere a un pubblico abbrutito dalle manipolazioni cui i dominatori l'hanno sottoposto per decenni, anzi per secoli. Può apparire seducente a un pubblico che non conosce il "resto del mondo". Ma non può convincere gli alleati occidentali inquieti.

    Le speranze sollevate dalle dichiarazioni del neo-presidente nei paesi che non fanno parte del "consenso washingtoniano" stanno vacillando dopo i suoi primi tentennamenti. In Russia, in Cina, in Iran, in Palestina, in Medio Oriente, ci si chiede cosa voglia fare Trump per "resettare" davvero le relazioni tra la "sua" America e il resto del mondo. E se egli possa farlo con la "squadra" di uomini che ha scelto per realizzare la sua politica. E, infine, se egli possa fronteggiare lo schieramento che l'America profonda del potere sta armando per espellerlo dai suoi ranghi.

    In ogni caso sotto gli occhi di tutti  si sta consumando la crisi dell'America intera.  E quella che ne uscirà non potrà essere più l'"Egemone" incontrastato che ha dominato il mondo.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Donald Trump, USA
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