06:15 20 Settembre 2018
I terroristi dello Stato Islamico

Terrorismo, un nemico invincibile?

© AP Photo / Seivan Selim
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Tatiana Santi
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Il terrorismo ha già colpito anche nel 2017, l’attentato di Capodanno a Istanbul non fa che inserirsi nella lunga scia di orrore e sangue in giro per il mondo. Daesh non opera solo in Siria e anche se non tutti osano ammetterlo, gli attentati terroristici sono parte di una vera e propria guerra. Il terrorismo è un nemico invincibile?

Dopo ogni attentato, i media e i leader politici ripetono come un mantra che vi è la necessità di una strategia comune per combattere il terrorismo. Ebbene, questa fatidica "strategia comune" fino ad oggi non c'è, nonostante l'evidenza che nessuno Stato da solo possa lottare contro un nemico invisibile e senza frontiere come il terrorismo.

Matteo Bressan
© Foto : fornita da Matteo Bressan
Matteo Bressan
La tregua in Siria, o come è già stata definita "la pax russa", determina una nuova fase nel conflitto siriano, seppur ancora instabile, che mira ad una soluzione politica della crisi. Il problema però sta a monte e riguarda gli stessi terroristi, ritenuti da alcuni Paesi "lottatori per la libertà" e da altri estremisti da eliminare. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Matteo Bressan, analista della NATO Defense College Foundation, curatore del volume "Eurasia e jihadismo — Guerre ibride sulla Nuova Via della Seta.

— Matteo, possiamo dire che fino ad oggi non c'è stata una risposta globale al terrorismo?

— Sicuramente non c'è stata anche sotto il profilo mediatico la stessa attenzione per ogni singolo attentato. Secondo me è uno sbaglio dare maggiore risalto ad un attentato terroristico rispetto ad un altro. Riscontriamo anche l'assenza di una strategia globale, ma che cosa significa "strategia globale"? Ad oggi è un'utopia, si tratta di un coordinamento fra i Paesi NATO, i Paesi europei e gli Stati della Shangai Cooperation Organizasation. Parliamo di un coordinamento globale con scambi di informazione massicci, perché abbiamo a che fare con una minaccia che non conosce confini. Mi rendo conto che ogni agenzia di sicurezza è gelosa dei propri dati, abbiamo visto come le stesse agenzie di intelligence non si parlano fra di loro. Può sembrare utopico, ma questa è l'unica strada, è impensabile affrontare un fenomeno che non conosce confini, se non c'è un coordinamento efficace. Con gli strumenti nazionali nessuno è in grado di fronteggiare questa minaccia.

— Gli attentati in Europa sono spesso collegati alla situazione sul campo in Siria. Al di là delle definizioni "foreign fighters" o "lupi solitari", possiamo dire che Daesh è un po' in tutto il mondo?

— Foreign fighters e lupi solitari non sono la stessa cosa. I primi sono tutti coloro che da uno Stato sono partiti verso la Siria e l'Iraq per arruolarsi e combattere con Daesh. Si tratta di cittadini francesi, tedeschi, combattenti provenienti dal Caucaso, dalla Cina e dall'Asia Pacifica. Il lupo solitario invece è colui che ha recepito l'appello di al-Baghdadi del 2014, quando fu proclamato il Califfato. Al-Baghdadi e i suoi portavoce dissero ai terroristi di attivarsi nei vari Stati. Ci si può attivare anche sul web, dove Daesh ha diffuso diversi manuali per compiere attentati terroristici, fra cui la "modalità camion".

— Non tutti i leader politici usano questo termine, ma si tratta effettivamente di una vera e proprio guerra, no?

— Assolutamente sì, non dobbiamo sottovalutare però che ci sono dei casi in cui non c'è una logistica e un coordinamento come è avvenuto per esempio al Bataclan. Penso ad altre situazioni come San Bernardino, Orlando e Magnanville, il sobborgo parigino dove quest'estate venne uccisa una coppia di poliziotti. Lì personalmente vedo cause riconducibili a qualche patologia, si tratta di soggetti squilibrati. Non possiamo metterli sullo stesso piano degli attacchi multipli con più attentatori.

— La tregua fissata in Siria grazie all'accordo fra Russia, Turchia e Iran, fra l'altro approvata dall'ONU, segna una nuova fase nella crisi siriana. Secondo te è stato fatto un passo avanti verso la soluzione politica? La tregua reggerà?

— La tregua, come vediamo, è oggetto di ripetute violazioni. Non è detto che il quadro sia totalmente stabilizzato e c'è anche il rischio che le milizie sul campo di battaglia decidano di non rispettare quanto concordato da Turchia e Russia. Certamente è un passo avanti e significa in primo luogo che l'iniziativa russa militare e diplomatica in Siria sta dando, almeno fino al prossimo insediamento di Trump, una svolta al conflitto. Questo è un dato innegabile. In un anno e quattro mesi di intervento militare e diplomatico russo si è raggiunto un punto in cui un altro interlocutore importante, come la Turchia, si siede al tavolo e deve mettere un freno ai ribelli presenti ad Aleppo. La Turchia quindi forse rinuncia ai tentativi di rovesciare Assad e si concentra su una guerra che ha fatto già numerose vittime nell'esercito turco, una guerra all'ISIS e soprattutto ai curdi di Siria, vera minaccia per Erdogan.

La Russia di Putin è riuscita a portare ai tavoli negoziali la Turchia, che all'inizio del conflitto siriano aveva tutt'altre idee, questo è un primo risultato. Probabilmente questo non è sufficiente e con questa chiave di lettura dobbiamo leggere infatti anche le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo Lavrov, quando dice che il tavolo dei negoziati, previsto ad Astana, andrà implementato con altri attori: Arabia Saudita, Giordania, Qatar. La Russia è ben consapevole che questa tregua è solo un primo passo, ci sono aree sotto il controllo di Daesh, penso a Raqqa, ci sono tanti nodi non risolti.

— Secondo te nel 2017 si giungerà ad una cooperazione internazionale più stretta nella lotta al terrorismo?

— Guardando la provenienza dei foreign fighters, almeno 104 Paesi, possiamo dire che questo fenomeno non risparmia nessun continente. Il pericolo arriva anche dalla regione cinese dello Xinjang, dove fra l'altro assieme al Dott. Stefano Felician Beccari, ho avuto l'onore di partecipare ad un focus sulle minacce che i foreign fighters di quella regione potrebbero arrecare al progetto geopolitico della nuova via della Seta cinese.

È un momento importante, perché i principali Paesi del Consiglio di sicurezza dell'ONU hanno la stessa minaccia, ma spesso hanno adottato una serie di distinguo su specifici obiettivi che hanno generato delle divergenze sostanziali. Sappiamo tutti che la Russia e gli Stati Uniti di Obama avevano una diversa lettura della crisi siriana e dei soggetti che erano ritenuti terroristi e quelli che non lo erano. Se la cooperazione arriverà, e sarà realizzata da Stati Uniti e Russia contro Daesh, probabilmente sotto il profilo militare si riuscirà a contrastare il fenomeno. Il fatto che l'ONU approvi la tregua imposta dalla Russia con la Turchia è un segnale della profonda evoluzione dei moderni conflitti, in cui i tavoli negoziali non sono capaci di mettere insieme attori statali e non statuali.

— Cioè?

— Oggi il Medio Oriente sta vivendo la disgregazione degli Stati e il rafforzamento delle milizie non statali. La mia previsione è che soltanto una convergenza sull'obiettivo e le priorità da dare in Siria e in Iraq può risolvere il problema. Poi rimangono delle divergenze. Se gli Stati Uniti dovessero cooperare con la Russia contro l'ISIS andrebbero a fare in qualche modo un favore ad Assad. Questo potrebbe andare in collisione con diversi esponenti del governo statunitense, che hanno un atteggiamento molto duro contro l'Iran che, come sappiamo, è stato un elemento decisivo per la salvezza di Assad.

— La Russia e gli Stati Uniti collaboreranno finalmente per combattere il terrorismo, ora che alla Casa Bianca si insedia Trump?

— Come si fa a trovare una cooperazione in un conflitto come la Siria dove gli equilibri e i piani sono molto diversi? La Russia non ha queste difficoltà perché è riuscita in questo anno a salvaguardare il regime di Assad, ma non si è preclusa il dialogo con altri partner, abbiamo visto costanti contatti di Mosca con Netanyahu, la Turchia e la Giordania.

La Russia è un attore che si sta muovendo in uno scenario nuovo, perché è il primo Medio Oriente ad oggi in cui c'è una presenza americana ridotta rispetto all'amministrazione Bush. Qui la Russia si muove con cautela, consapevole che una prolungata presenza in Siria potrebbe essere pericolosa. Fino ad oggi si è trattato di una guerra dai costi umani, militari ed economici contenuti per Mosca.

La cooperazione Stati Uniti-Russia in Siria porta con sé molte sotto-questioni non trascurabili né facilmente risolvibili. Che cosa potrebbe succedere nel momento in cui Raqqa venisse liberata dalle forze curdo-siriane, sostenute dagli Stati Uniti ma che per Ankara sono dei terroristi? Chi riprenderà il controllo di Raqqa: queste milizie o Assad, in qualità di presidente siriano?

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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foreign fighters, terrorismo, Lotta al terrorismo, Iran, Siria, Turchia, Russia
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