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09:29 21 Ottobre 2019
Un uomo grida tramite un altoparlante

La prima vittima in guerra è la verità. Ecco il parere di Matteo Carnieletto.

© AP Photo / Petros Giannakouris
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La prima vittima in guerra è la verità: quando i conflitti divampano feroci è sempre molto difficile, se non addirittura impossibile, riuscire ad informare il pubblico mantenendo una sia pur minima imparzialità ed onestà intellettuale. Spesso è facile adeguarsi al coro comune, al mainstream ufficiale, perché è la soluzione più comoda e sicura.

Matteo Carnieletto
© Foto : fornita da Matteo Carnieletto
Matteo Carnieletto
Le voci fuori del coro non hanno vita facile ma a volte capita però di imbattersi in qualcuna che è riuscita a radicarsi e a far filtrare con continuità il proprio messaggio.

Ho raggiunto telefonicamente Matteo Carnieletto, uno dei curatori del sito informativo (ed in questo caso alternativo…) Occhi della Guerra. Carnieletto ci parla di libertà di stampa, di giornalismo, di reportage di guerra: con un occhio su Italia, Siria, Ucraina e l'altro a provare a sbirciare il futuro prossimo venturo della presidenza Trump.

—  Grazie per essere qui con noi Sig. Carnieletto… La mia prima domanda è questa: cosa significa essere un reporter di guerra, oggi ma anche oramai a 15 anni dall'11 settembre?

Laboratorio dei falsi
© Sputnik . Vitaly Pdvitsky

—  Premetto che io non sono un reporter di guerra. Principalmente faccio desk, come si dice in gergo giornalistico, ovvero sto dietro lo schermo di un pc, leggo le agenzie, mi informo e, soprattutto, cerco di capire cosa accade nel mondo. Ecco, l'11 settembre rappresenta un cambio di paradigma per il giornalismo. Si apre la stagione della lotta al terrorismo, gli Stati Uniti d'America si lanciano prima sull'Afghanistan (dicevano che lì c'era Osama bin Laden, quando in realtà lo sceicco del terrore si trovava dagli amici pachistani, ad Abbottabad) e poi sull'Iraq. Ricordiamo tutti Colin Powell sventolare le fialette di antrace per certificare che Saddam Hussein possedeva armi di distruzioni di massa (che gli americani non hanno mai trovato perché non c'erano).

Si dice che la prima vittima della guerra sia la verità. È vero. Lo vediamo purtroppo ogni giorno. Del resto, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld disse candidamente ai giornalisti in conferenza stampa: "Non siamo qui per raccontare la verità, il nostro obiettivo è confondere il nemico".

—  Il sito che lei segue, Occhi della Guerra, cerca di informare i lettori in un modo diverso e spesso contro il mainstream. Quanto è difficile fare questo tipo di informazione in Italia?

—  Molto. Gli Occhi della Guerra nascono ormai tre anni fa, all'interno della redazione de ilGiornale.it. L'obiettivo principale era quello di raccogliere fondi attraverso il crowdfunding per realizzare reportage di guerra. L'iniziativa ha funzionato così bene che all'inizio di quest'anno si è deciso di aprire un sito che, oltre ai reportage, potesse contenere anche ampie analisi. Gli Occhi della Guerra cercano di essere chiari nel sì, come nel no (rubo una riflessione di Indro Montanelli riguardante il Giornale) e, soprattutto, cercano di raccontare la realtà con lealtà nei confronti del lettore. Per questo non abbiamo problemi a raccontare ciò che succede nel Donbass oppure in Siria. Citando ancora Montanelli, il nostro unico padrone è il lettore.

—  È una situazione che va peggiorando giorno dopo giorno o ci sono motivi per credere che andrà meglio?

—  Il panorama mediatico è devastante. I grandi giornali sono quasi tutti allineati sulle questioni di politica interna ed estera. Prendiamo per esempio le primavere arabe: tutti i giornali le hanno esaltate, bisognava abbattere i dittatori, prima di tutto Mu'ammar Gheddafi. Ma poi cosa è successo? Il dittatore è stato eliminato e al posto suo è arrivato il caos.

Oppure, per passare a un argomento più recente, pensiamo alla vittoria di Donald Trump. Per mesi i maggiori quotidiani americani hanno detto le cose più ributtanti sul tycoon, lo hanno sempre dato in svantaggio. Ma poi cosa è successo? Trump ha steso la Clinton. Il New York Times ha scritto pure un editoriale per chiedere scusa ai propri lettori dicendo di non esser stato in grado di comprendere il malessere del Paese. Non so se siano stati sinceri o meno. Non mi interessa.

Ma credo che tanti abbiano ragionato un po' come Giovanna Botteri, l'inviata Rai a New York, che, dopo la vittoria di Trump, ha detto in diretta: "Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta ed unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana? Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno influito su questo risultato e sull'elettorato che ha creduto a Trump e non alla stampa!"

—  Lei ha scritto due libri sulla tragedia siriana: ISIS segreto e Sangue occidentale. Può riassumerli brevemente per i nostri lettori?

—  Sia Isis segreto che Sangue occidentale li ho scritti con Andrea Indini, il responsabile de ilGiornale.it. Nel primo mi sono occupato di investigare di come Isis arruola nuovi jihadisti. Abbiamo raccolto le storie dei terroristi che stanno in Siria e in Iraq per combattere la guerra santa. Il secondo libro, Sangue occidentale, è un invece un lavoro più ragionato perché cerchiamo di comprendere quali siano le tecniche dei terroristi per colpire l'Occidente. Abbiamo studiato i manuali dello Stato islamico e, soprattutto, abbiamo analizzato le falle nella sicurezza dei Paesi europei.

—  Pare che in Siria ospedali e pediatri siano tutti concentrati ad Aleppo e sotto perenne attacco governativo. Eppure i media occidentali non hanno riservato grande attenzione al recente attacco contro un ospedale da campo russo, proprio ad Aleppo, operato dai terroristi. Disinformazione? Nebbia di guerra?

—  Su Aleppo e sulla Siria in generale, c'è moltissima disinformazione. Per motivi politici, ovviamente. I ribelli — anche se solo noi li chiamiamo così… provate a chiedere ad un qualsiasi cristiano di Siria: non dirà mai ribelli, ma jihadisti — sono coccolati dai politici e dai giornali occidentali. Barack Obama ha fatto loro un ultimo regalo, spedendo un'ultima tranche di armi, in barba a quanto vorrebbe fare il presidente eletto Donald Trump. È disinformazione. Pensate per esempio alla celebre ragazza lesbica costretta a subire le angherie del governo di Assad. Vi ricordate chi era? Era un ragazzotto americano che voleva "sensibilizzare" il mondo sulla questione siriana. E di casi così, in questi cinque anni di guerra, ce ne sono stati moltissimi.

—  In ogni caso la liberazione completa di Aleppo è oramai prossima: secondo lei quanto manca ancora per la fine della guerra in Siria, considerando l'impegno russo e la nuova presidenza americana?

—  Fonti siriane dicono che finirà tutto in primavera. È possibile. Per dare una risposta certa dobbiamo però aspettare l'insediamento di Donald Trump a gennaio. Anche se va detto che nell'ultimo mese l'avanzata di russi e lealisti è stata micidiale.

—  Più in generale, possiamo allora considerare terminata perché esaurita come metodo la stagione delle Primavere Colorate nel mondo arabo?

—  Non lo possiamo dire con certezza. Possiamo sperarlo. Ormai è un metodo obsoleto. È stato applicato troppe volte ed è pure fin troppo facile azzeccare quando una protesta è pilotata o meno.

—  Cambiando scenario, Occhi della guerra ha dedicato molti reportage alla crisi ucraina. Quale è la situazione in Ucraina sul finire di questo 2016?

—  È la calma prima della tempesta. O, meglio, noi percepiamo la crisi ucraina così. In realtà si continua a morire sia da una parte che dall'altra. Aumenta il numero degli orfani e delle vedove. È la guerra che l'Europa non vuol vedere.

—  Secondo lei la presidenza Trump permetterà la ricomposizione della crisi ucraina e se sì, in quali termini?

—  Anche in questo caso, come in quello siriano, la situazione potrebbe sbloccarsi in seguito all'insediamento di Trump. Chi vivrà, vedrà, insomma.

—  Un'ultima domanda: Donald Trump è sincero quando dichiara di volere rapporti distesi e sereni con la Russia oppure il clima russofobico permarrà, magari peggiorando?

 Penso che sia sincero. Del resto ha nominato Segretario di Stato un amico della Russia, Rex Tillerson, Ceo di ExxonMobil. Un piccolo passo è stato fatto. Bisogna vedere quali saranno gli altri. Il presidente russo Vladimir Putin, il giorno stesso in cui è stato eletto il tycoon, ha annunciato che è disposto a normalizzare i rapporti tra Usa e Russia se Washington lo vorrà. Siamo sulla buona strada, insomma. Anche perché abbiamo evitato Hillary Clinton.

Ciò che è preoccupante è l'alzata di scudi di alcuni ambienti dell'intelligence americana e dei repubblicani, che temono una normalizzazione dei rapporti tra Usa e Russia. In quest'ottica vanno lette le accuse della Cia degli ultimi giorni.

Audio dell'intervista a Matteo Carnieletto: https://www.youtube.com/watch?v=JYkoyIvBz-w&feature=youtu.be

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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verità, giornalismo, Crisi in Siria, Crisi in Ucraina, lotta contro il terrorismo, russofobia, Relazioni Russia-USA, Media, Intervista, Guerra, Terrorismo, stampa, CIA, ISIS, Rex Tillerson, Donald Trump, Vladimir Putin, Barack Obama, Occidente, Siria, USA, Russia
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