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    15 dollari l’ora: il costo della democrazia negli USA

    © AP Photo/ Mary Altaffer
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    Marco Fontana
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    L'elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti ha fatto scoprire a gran parte dell'intellighentsia occidentale una faccia sconosciuta del popolo americano, ma ha svelato un’ulteriore scioccante verità: il costo di 15 dollari l'ora per la difesa dei diritti e della democrazia.

    È quanto si apprende dall'annuncio di lavoro comparso su "The Seattle Times" per assoldare protestatori anti-Trump su mandato del gruppo attivista di sinistra "Washington Can!". Una notizia del genere è devastante per gli ideali di libertà che da sempre sono visti come un dogma americano ed è ben più clamorosa della vittoria del tycoon newyorkese. Ha un bel dire, intanto, lo scrittore Jonathan Safran Foer dalle colonne de "La Repubblica" sulla giustezza della protesta contro un presidente appena eletto:

    La domanda da porsi non è se è giusto o sbagliato — spiega Foer — ma se è necessario. E lo è, assolutamente. Badi, non è una questione politica. Molte persone hanno provato un dolore immenso nel vedere Trump alla Casa Bianca. Siamo feriti dentro, abbiamo paura. E noi siamo la maggioranza, come dimostra il voto complessivo. Scendere sin da ora in strada è un buon modo per dire: "Attento a quello che fai, Donald. Noi siamo qui a controllarti". Ci vuole una resistenza pacifica, subito. E fino a quando sarà pacifica, ne farò parte anche io.

    Le proteste non sono parse molto pacifiche neppure nelle prime ore, tanto da sfociare nel ferimento di una persona a Portland, ma il problema resta comunque l'affermare con spudoratezza che non si tratti di una questione politica. Lo è invece, eccome se lo è. Perchè a sollevare la piazza è un gruppo lobbistico di chiara appartenenza politica, che pubblica annunci per assoldare e stipendiare la "resistenza pacifica" che piace a Foer. Così a protestare non sono individui liberi, ma comparse salariate con il fine di sovvertire un voto democratico e destabilizzare un governo legittimamente eletto. 

    Se Foer afferma: Sento una disperazione enorme. Una tristezza generazionale. Un profondo imbarazzo. Mi vergogno. Sì, mi vergogno. Nei confronti dei miei figli, e di tutti voi che non siete americani, viene allora spontaneo domandarsi se provi altrettanto disagio verso chi tenta di falsificare la realtà dei fatti riempiendo le piazze con figuranti mercenari. Alle cronache rimarranno le veementi proteste, ma quanti di questi americani si sono attivati non come militanti di partito, ma perché ingaggiati con un casting?

    Sarebbe interessante fare la stessa domanda alla scrittrice femminista Erica Jong, che sempre su "La Repubblica" urla: L'America ha eletto un impostore, un mistificatore alla Casa Bianca. Ma non è altrettanto mistificatorio orchestrare manifestazioni contro un presidente appena eletto e non ancora insediato? Quale grado di credibilità avrà d'ora in poi una protesta comprata a 15 dollari l'ora? Quale credibilità potrà avere una parte politica che adotta questi sistemi per indebolire l'avversario? 

    L'immagine degli Stati Uniti esce a pezzi non certo dall'elezione di Trump, gradita a molti in Occidente, ma dalle proteste di piazza dei giorni successivi e dall'ottusità dei media che proprio non ce la fanno ad accettare la realtà. Il chiodo fisso sul quale i media martelleranno nei prossimi anni sarà quasi certamente quello della diabolicità di Trump e della santità della Clinton e degli altri candidati.

    La Jong afferma ancora: Contro Hillary Clinton è stata orchestrata una caccia alle streghe e l'Fbi ha avuto un ruolo molto importante nell'insinuare dubbi sulla sua correttezza morale e politica. Sono 30 anni che Hillary è sotto attacco e i giovani non lo sanno nemmeno. Dicono di non fidarsi di lei, ma nemmeno conoscono la sua storia, le battaglie che ha sostenuto. Si sono lasciati abbindolare dagli slogan. È uno dei grandi problemi di questo paese. La gente non legge, non si informa. E bastano appunto slogan martellanti a creare opinioni. Ma noi democratici abbiamo le nostre responsabilità. Non abbiamo saputo ascoltare. Mi scusi, signora Jong, non è che poco poco è vero il contrario? Non è che magari dopo aver sperimentato anni di governo Obama&Co.

    La gente abbia reputato fosse giunta l'ora di mettere fine a questo sistema di potere? Tutto si può dire, tranne che Trump abbia avuto l'appoggio dei media: è stato attaccatto, insultato, preso in giro in patria e all'estero. Tutto il mainstream ha lavorato contro di lui. Persino il suo stesso partito gli remava contro! E infine i principali istituti demoscopici sembra abbiano cercato di orientare il voto a suo sfavore. Insomma, attaccare gli elettori di Trump tacciandoli di ignoranza è un insulto rivolto agli ideali che si sostiene si vogliano difendere. La libertà di pensiero e di voto non contano solo per una parte politica o solo quando conviene, ma valgono sempre e comunque: specialmente per quella nazione che dice di voler esportare la democrazia nel resto del mondo.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Tags:
    Elezioni negli USA, Hillary Clinton, Donald Trump, USA
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