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    Giulietto Chiesa
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    In Bulgaria (paese Ue) Radev ha stravinto contro la Tsacheva, portavoce di tutti i filo-Bruxelles, ed è ora presidente. In Moldavia (paese che l’Ue voleva impalmare) Dodon ha chiuso la carriera politica della pallida Sandu. E non perché la Sandu è pallida per natura, ma perché la signora è stata portata alla candidatura dalle forze pro-europeiste.

    Il fascino europeo sembra, anzi è, evaporato come un profumo di Chanel lasciato senza coperchio. In Bulgaria (paese dell'Unione) Rumen Radev ha stravinto contro la Tsacheva, portavoce di tutti i filo-Bruxelles, ed è ora presidente. In Moldavia (paese che l'Unione voleva impalmare) Igor Dodon ha chiuso la carriera politica della pallida Maia Sandu. E non perché la Sandu è pallida per natura, ma perché la signora è stata portata alla candidatura dalle forze pro-europeiste.

    È in corso un ripensamento di massa che coinvolge tutta l'area est-europea e che arriva fino a Budapest e a Praga e, per altri aspetti, coinvolge Varsavia e Podgoriza, Belgrado e Skopje. E la spiegazione è chiara: il potere di attrazione dell'"european way of life" è drasticamente diminuito. La crisi economica europea è solo in parte responsabile di quanto sta accadendo. Pesa l'assenza di una leadership europea; pesa la politica aggressiva di questa Europa verso la Russia; pesano gli eventi di Ucraina, dove l'Unione Europea si è accodata e ha partecipato attivamente alla Euromaidan, per tornarsene a Bruxelles con le pive nel sacco e con 40 milioni di speranze che non potranno essere soddisfatte.

    L'Unione Europea ha appoggiato regimi corrotti e incapaci, purché antirussi. E ha incentivato la corruzione, invece che combatterla, rovesciando sulle capitali dell'ex Patto di Varsavia centinaia di milioni di dollari e di euro che sono andati a finire in gran parte nelle tasche dei suoi amici. Sia di quelli che già sono entrati — come appunto la Bulgaria — sia di quelli che, tramite una aggressiva politica di "buon vicinato", erano destinati a entrare. La Moldavia in testa alla lista, insieme ovviamente all'Ucraina.

    Emerge ora un imponente malcontento popolare, unito a una buona dose di nostalgia. Il benessere non è arrivato, e nemmeno è arrivata la democrazia, lo stato di diritto, le libertà civili. La globalizzazione tanto attesa è rimasta fuori dalla porta a Sofia e a Chisinau, e negli spiragli aperti soffia il vento della tensione militare che contrappone la Nato alla Russia.

    Il bilancio del "cambio di campo" non è positivo e gli elettori se ne sono accorti da tempo. Non è per caso che sia Radev che Dodon hanno impostato la loro campagna elettorale annunciando espressamente la loro intenzione di un riavvicinamento multilaterale con Mosca. Ma la crisi è più profonda di quanto appaia. E non c'è dubbio che "l'effetto Trump" abbia contribuito al suo precipitare, coniugandosi con lo scetticismo anti-europeo che ormai serpeggia anche in Europa occidentale. È il progetto globalizzatore, violentemente omogeneizzatore, che non piace più. Specie se non porta lavoro e costringe a emigrare per trovarlo. Bruxelles dovrà ripensare la sua "politica di buon vicinato", che sta fallendo sotto gli occhi di tutti.

    L'opinione dell'autore può non corrispondere a quella della redazione.

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    Elezioni, elezioni, rapporti con la Russia, elezioni presidenziali, Igor Dodon, Bulgaria, Moldavia, UE, Europa, Russia
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