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14:07 20 Settembre 2019
Disoccupazione

Poveri e abbandonati, i giovani in Italia

© flickr.com/ Simon Cunningham
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In Italia i nuovi poveri sono i giovani, lo dice il rapporto della Caritas del 2016. La povertà aumenta, le persone indigenti nel 2015 sono ben 4,6 milioni e quelle più penalizzate dalla crisi del lavoro sono proprio i giovani, poveri e abbandonati.

Un'Italia sempre più povera, questo è il quadro rilevato dalla Caritas e i più poveri non sono gli anziani come una volta, bensì i giovani. A rivolgersi ai centri di aiuto solitamente sono gli stranieri, ma per la prima volta nel 2015 al Sud Italia la percentuale degli italiani ha superato quella degli immigrati.

Niente lavoro né speranze per il futuro. Quali saranno le conseguenze di questo fenomeno? Quale rischio corre una società con una generazione di giovani poveri ed abbandonati? Sputnik Italia ne ha parlato con Stefano Laffi, ricercatore sociale presso "Codici", cooperativa di ricerca sociale e intervento (Milano), autore dei libri "Quello che dovete sapere di me", "La congiura contro i giovani".

— Secondo il rapporto della Caritas 2016, risulta che i giovani sono più poveri degli anziani. Si aprono ora gli occhi, ma la situazione per i giovani e la disoccupazione erano a livelli gravi già da tempo, no?

Stefano Laffi, ricercatore sociale presso “Codici”, autore dei libri “Quello che dovete sapere di me”, “La congiura contro i giovani”
© Foto : fornita da Stefano Laffi
Stefano Laffi, ricercatore sociale presso “Codici”, autore dei libri “Quello che dovete sapere di me”, “La congiura contro i giovani”

— La disoccupazione giovanile era a livelli gravi effettivamente da tempo, da un po' di anni il tasso è attorno al 40%. È un dato anomalo dell'Italia rispetto all'Europa, perché da noi la disoccupazione giovanile è pari a 4 volte quella adulta, nessun altro Paese europeo ha questa proporzione. Anche in Spagna la disoccupazione giovanile è molto alta, ma non è pari a quattro volte quella adulta.

— I giovani in Italia non hanno la possibilità di trovare un lavoro con dei diritti e un contratto. Secondo lei il governo ha fatto e fa abbastanza per risolvere questo problema?

— Questo governo ha provato a toccare il tema del mondo del lavoro, la questione dei contratti, ha proseguito il piano "garanzia giovani", che ha dato però molto meno risultati di quanto ci si aspettava.

C'è da dire che la base elettorale in Italia è fortemente rappresentata dalla popolazione anziana. Alla fine non è facile redistribuire le risorse cercando di salvare il rapporto con l'elettorato. Quindi anche nelle ultime manovre, l'attenzione sembra essere spostata sulle garanzie dei pensionati più poveri rispetto a delle forme di reddito garantito per i più giovani.

Va detto anche però che nelle famiglie italiane quelle pensioni, quindi il reddito degli anziani, quegli stipendi degli adulti, spesso aiutano i giovani. Con la pensione del nonno o il reddito del papà viene mantenuto il figlio rispetto agli studi o all'affitto.

— Non si tratta però di un modello sano per la società, no?

— Assolutamente non è una situazione buona. I giovani non diventano autonomi in questo modo e non sono in grado di organizzare la propria vita in modo libero. Se ti aiuta tua madre o tuo padre diventa un problema per le tue decisioni.

 Si parla molto di giovani e disoccupazione anche nei dibattiti televisivi. A parlare sono sempre gli anziani, gli adulti, chi un lavoro e i soldi ce li ha. Si da poco spazio ai giovani. Lei ha scritto un libro raccogliendo testimonianze dirette dei giovani. Ce ne può parlare?

— L'idea del libro era cambiare racconto. Si voleva spostare la voce da quella degli esperti e degli adulti a quella dei veri interessati. "Quello che dovete sapere di me" è un libro che raccoglie il punto di vista di ragazzi fra i 16 e 21 anni. Avendo fatto parlare i giovani è evidente che la questione posta da loro è molto forte. La parola più usata in queste lettere è "futuro". Molte di queste lettere raccontano un mondo che loro sentono sull'orlo della catastrofe, ad un punto di non ritorno. Loro vedono che l'economia non funziona, il pianeta è consumato, le questioni delle grandi città non si risolvono. Loro vorrebbero cambiare le cose e contare di più, ma non trovano spazio.

— Non solo si da poco spazio ai giovani, spesso la società li critica e li accusa di non voler lavorare e svolgere mestieri umili. Si vuole mascherare la realtà in questo modo?

— È vero che l'orientamento di molti giovani è verso professioni che magari rappresentano meno possibilità. I ragazzi studiano tutti all'università, fai fatica a trovare chi fa il pane di notte o prende un'edicola che va gestita dalle 4 del mattino.

Il sistema di formazione manda dei messaggi dicendo che è meglio studiare, fare l'università. Questo alimenta il sogno di diventare qualificati, il problema che questi posti di lavoro sono spesso saturi, perché chi è dentro al sistema lavorativo non se ne va più, non molla mai. La cosa grave di questo mancato ricambio è che ci sono persone le quali vanno in pensione e poi fanno i consulenti. Sommano quindi alla pensione la consulenza. Si tratta di persone che già hanno una casa, l'automobile. Non è la vita di un ragazzo per esempio a cui servono i soldi per la prima casa.

Queste persone con le consulenze assorbono altre risorse e impediscono la creazione di posti vacanti. Se hai le competenze, le abilità e l'esperienza, le devi mettere a disposizione gratuitamente dei giovani e delle aziende. Per favore spostati e lascia spazio, perché tenendo te nei giornali, nei tribunali non entra più nessuno!

— Questa situazione e la povertà di cui parlavamo prima a quali conseguenze possono portare nella società? Qual è il rischio che si corre con una generazione di giovani arresi e abbandonati?

— Le conseguenze sono già secondo me un po'evidenti. Se non c'è una leva di giovani che hanno delle imprese, rinnovano le istituzioni ne verrà fuori una struttura economica e istituzionale che invecchia e non si riproduce più.

Il rischio dell'Italia è di diventare un parco a tema, cioè il luogo dove arrivano i turisti per vedere il Rinascimento.

Questo perché le aziende le stiamo vendendo alle multinazionali straniere e non c'è un ricambio imprenditoriale, non c'è un passaggio di generazioni. Si riesce a valorizzare insomma quello che c'è già, cioè il palazzo rinascimentale e le opere d'arte. Non possiamo vivere solo di quello, se non diventando guide turistiche per ricchi stranieri.

L'opinione dell'autore può non corrispondere a quella della redazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Giovani, Lavoro, disoccupazione, Italia
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