19:30 24 Settembre 2020
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Il 7 ottobre del 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan. Dopo quindici anni la guerra non è ancora finita e continua a provocare vittime civili in un Paese ridotto al caos.

Dopo il fallimento dell'Occidente, quale futuro per l'Afghanistan?

Dal 2001 ad oggi la produzione di droga in Afghanistan è aumentata del 40%, nei primi mesi del 2016 si è registrato un numero maggiore di vittime rispetto al 2009, i talebani ora hanno in mano più territori che nel 2001.

Giuliano Battiston
© Foto : fornita da Giuliano Battiston
Giuliano Battiston
Quello dell'Occidente è un vero fallimento e sembra che non siano servite a nulla le lezioni del passato, compresa la triste esperienza delle truppe sovietiche nel Paese. Quali possibili scenari futuri attendono l'Afghanistan? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Giuliano Battiston, ricercatore e giornalista freelance esperto di Afghanistan.

 

—  Giuliano, dopo 15 anni di guerra in che condizioni versa l'Afghanistan?

—  Le condizioni dell'Afghanistan sono tuttora piuttosto drammatiche sotto molti punti si vista. Innanzitutto intendo la sicurezza della popolazione. La missione delle Nazioni Unite a Kabul dal 2009 cerca di tenere il conto delle vittime civili, secondo l'ultimo rapporto nei primi 6 mesi del 2016 il numero delle vittime continua a crescere ed è il numero più grande dal 2009 ad oggi. Ci sono più vittime quindi rispetto al passato.

Un altro indicatore è che i talebani, secondo quanto riporta lo stesso Congresso degli Stati Uniti, controllano più territorio di quanto non facessero nel 2001. Questo dato la dice lunga sulle condizioni del Paese. L'economia dell'Afghanistan è ancora prevalentemente dipendente dagli aiuti esterni. Il governo afghano durante la conferenza di Bruxelles è andato in qualche modo a battere cassa e chiedere aiuti internazionali, perché il 70-75% delle entrate dipende dagli aiuti esterni.

—  L'Afghanistan non è sicuro, è un Paese nel caos. Inoltre la produzione di droga dall'intervento degli Stati Uniti nel 2001 ad oggi è aumentata del 40%. Possiamo dire che la missione occidentale ha fallito e che la brutta esperienza delle truppe sovietiche non ha insegnato niente?

—  Sì, si continua a ripetere lo stesso errore di credere che la soluzione dell'instabilità dei Paesi possa essere l'opzione militare. Questo discorso vale in particolare per l'Afghanistan, dove i principali fattori di mobilitazione antigovernativa e di reclutamento dei talebani sono due.

Da una parte c'è l'idea che le truppe straniere non siano un beneficio per la popolazione afghana, ma siano truppe che coltivano i propri interessi. L'altro fattore di mobilitazione è invece la forte disillusione e sfiducia che c'è nei confronti del governo afghano, che è molto corrotto.

Queste ragioni spiegano perché a distanza di 15 anni dall'intervento voluto dagli Stati Uniti i talebani sono ancora così forti.

—  Al di là delle dichiarazioni del ritiro delle truppe in questi ultimi anni, al di là delle perdite, incluse quelle italiane, la missione occidentale continua. Che cosa si aspetta ancora?

—  C'è la difficoltà di prendere atto anche di fronte alla propria opinione pubblica che la guerra è stata fallimentare e che gli obiettivi fissati non sono raggiunti. Dal 2013 tutte le cancellerie occidentali, e in particolare Washington, hanno riconosciuto che la guerra afghana non si può vincere. Da qui nasce il piano di ritiro delle truppe.

L'altra soluzione, il negoziato politico con il fronte antigovernativo, in particolare con i talebani, non dà risultati. L'uccisione con un drone americano nel maggio scorso del mullah Akhtar Mansour, che sostituiva il mullah Omar, la dice lunga su come anche gli Stati Uniti abbiano richiuso quella finestra che avevano aperto cercando di portare al tavolo negoziale anche i talebani.

L'altra ragione — in virtù della quale c'è stata una marcia indietro degli Stati Uniti tanto da modificare le regole di ingaggio delle proprie truppe in Afghanistan, concedendo maggiori margini di manovra operativi — è che dall'inizio del 2015 c'è un altro attore nel panorama afghano, che è lo Stato islamico. L’ISIS sta cercando di radicare la sua presenza, ma finora non c’è riuscito. In alcune zone a ridosso del confine con il Pakistan è una presenza comunque che preoccupa Washington.

—  A Bruxelles si è svolta recentemente la conferenza dedicata agli aiuti all'Afghanistan, dove si è firmato un accordo che garantisce alcuni miliardi di dollari a Kabul in cambio del rimpatrio di migliaia di profughi afghani. Come interpreti quest'accordo, è una sorta di ricatto?

—  C'è stato un accordo che non c'entra nulla con i migranti. A Bruxelles erano presenti i rappresentanti di 70 governi, che hanno deciso di stanziare nel periodo che va dal 2017 al 2020 poco più di 15 miliardi di dollari. Per il governo afghano e per l'Unione europea, che ha organizzato la conferenza, è un successo, anche perché Kabul non aveva molto da reclamare.

Gli anni passati la comunità internazionale aveva spesso ripetuto che avrebbe continuato a sostenere con diversi aiuti il governo afghano, se questo avesse dimostrato di aver introdotto le riforme necessarie nel campo della governance contro la corruzione. Questo non è avvenuto, ma Kabul è riuscito a portare a casa 15 miliardi di dollari.

L'accordo, molto contemplato, è stato firmato a Kabul alcuni giorni prima della conferenza di Bruxelles fra l'Unione europea e il governo afghano. Nell'accordo non si parla esplicitamente di una condizionalità fra il rientro di migranti e l'elargizione di fondi, però questo legame c'è. Il ministro degli affari esteri Rabbani ha detto esplicitamente che l'Europa ha una certa quantità di denaro per l'Afghanistan e il Paese ha due opzioni: o l'Europa usa questi soldi per prendersi cura degli afghani richiedenti asilo nei nostri Paesi, oppure li manda per la ricostruzione dell'Afghanistan. Qualcuno a Kabul l'ha interpretato come un ricatto.

Fatto sta che nell'accordo nero su bianco c'è scritto che ai governi dei Paesi europei è consentito rimpatriare, anche forzatamente, tutti quegli afghani la cui richiesta di status di rifugiato non venga riconosciuta.

—  In Afghanistan, dove la situazione non è per niente sicura, che ne dicano le cancellerie occidentali, dall'inizio del 2016 ci sono tante vittime civili. Quali possibili scenari futuri vedi per questo Paese?

—  Molto dipenderà in chiave interna se il governo di unità nazionale, un governo in qualche modo imposto dal segretario di Stato americano John Kerry nell'estate del 2014, comincerà a lavorare o meno. In questi primi due anni ci sono state molte aspettative da parte degli afghani che sono state disilluse. Il governo ha affrontato una crisi dopo l'altra, questo governo non lavora quanto dovrebbe, le prospettive per una crescita economica del Paese sono molto basse. La possibilità di un tavolo negoziale è molto molto lontana.

Prevedo personalmente che ci sarà ancora una guerra asimmetrica con molte vittime civili negli anni a venire. Ovviamente a rimetterci saranno gli afghani, i quali sono stufi di una guerra che dura da quasi 40 anni e vorrebbero finalmente vivere in pace.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Tags:
sicurezza nazionale, Economia, Guerra, Terrorismo, ISIS, Akhtar Mohammad Mansour, Occidente, Afghanistan, USA
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